L’antisemitismo ha una psicologia. E comprenderla significa comprendere anche il bisogno di costruire un nemico.
Non è necessario trasformare l’antisemita in un malato per riconoscere che l’antisemitismo possiede una dimensione psicologica profonda: stereotipizzazione, proiezione, percezione della minaccia, pensiero cospirativo, bisogno di un capro espiatorio. La ricerca psicologica contemporanea studia precisamente questi meccanismi, e l’American Psychological Association ha dedicato nel 2026 un intero numero di American Psychologist al rapporto tra antisemitismo e psicologia.
La storia, del resto, è fin troppo eloquente.
Quando la complessità diventa insopportabile, si cerca un colpevole. Quando una realtà non si lascia facilmente spiegare, la si semplifica. E quando non si riesce a confutare l’altro, si tenta di trasformarlo nel male.
Gli ebrei conoscono questo meccanismo da secoli.
Sono stati accusati di essere responsabili delle epidemie, delle crisi economiche, delle guerre, delle rivoluzioni; sono stati trasformati nel bersaglio di complotti immaginari e nella personificazione di una minaccia collettiva. Prima si costruiva il nemico, poi si costruiva la realtà necessaria a giustificarne l’odio.
È difficile non vedere la persistenza di questo schema anche nel presente.
Lo si è visto ancora una volta il 24 settembre, nell’aula dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quando decine di delegazioni hanno lasciato la sala nel momento in cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu prendeva la parola.
Quel gesto può essere interpretato politicamente in modi diversi e non ogni opposizione alle politiche di un governo israeliano costituisce antisemitismo. Ma esiste una domanda che resta legittima: quando l’avversione verso Israele assume una forma così assoluta da trasformare persino la presenza di un israeliano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in qualcosa da cui fuggire, dove finisce il dissenso politico e dove comincia la demonizzazione?
La distinzione è fondamentale.
Criticare un governo è legittimo. Contestare una decisione politica o militare è legittimo. Denunciare responsabilità, errori o eventuali violazioni è parte del normale spazio del confronto democratico.
Altra cosa è costruire Israele come incarnazione assoluta del male, attribuirgli intenzioni occulte, selezionare sistematicamente ciò che conferma la propria narrazione e respingere ciò che la contraddice.
A quel punto la politica rischia di diventare soltanto il rivestimento razionale di un pregiudizio precedente.
Ma c’è un’altra funzione del nemico, più intima e forse ancora più rivelatrice: permettere a chi lo costruisce di spostare fuori da sé la responsabilità dei propri fallimenti e dei propri limiti.
È più facile attribuire la propria frustrazione a un colpevole esterno che interrogarsi sulle ragioni delle proprie sconfitte. Più semplice individuare qualcuno da demonizzare che misurarsi con ciò che non si è saputo, voluto o potuto realizzare.
La psicologia della demonizzazione può diventare così anche una psicologia dell’alibi: il nemico non serve soltanto a spiegare il mondo; serve a non dover spiegare se stessi.
Il fallimento trova un colpevole. Il limite trova una giustificazione. Il risentimento trova una causa esterna.
E così, invece di correggere se stessi, si costruisce qualcuno da accusare.
È proprio qui che la psicologia della demonizzazione incontra la menzogna.
Chi ha bisogno di un nemico non cerca necessariamente la verità: cerca una narrazione che renda il nemico colpevole. I fatti diventano allora materia prima da selezionare, deformare, amplificare o, quando necessario, inventare.
È un meccanismo che non appartiene soltanto alla propaganda politica. Lo ritroviamo anche nelle piccole guerre private: quando una persona non accetta una realtà che la smentisce, può essere tentata di riscriverla; quando non può cambiare i fatti, prova a cambiare il racconto dei fatti.
La menzogna diventa allora non un errore, ma uno strumento di autodifesa dell’immagine che si vuole conservare.
Ed è forse questo il punto più inquietante.
Perché chi ha fatto della menzogna un metodo finisce per avere con la realtà un rapporto necessariamente selettivo: non cerca ciò che è vero, cerca ciò che può essere utilizzato.
Lo stesso principio vale quando si racconta Israele.
Una cosa è confrontarsi con fatti documentati, anche quando sono scomodi. Un’altra è costruire una realtà nella quale Israele debba essere necessariamente il colpevole, perché soltanto così la propria narrazione può sopravvivere.
Perché quando la realtà non basta a giustificare l’odio, si comincia a fabbricarne una più conveniente.
Ed è lì che la critica finisce e comincia la demonizzazione.
Chi deve mentire per poter odiare non sta difendendo una verità: sta costruendo un alibi.



