Dalla stagione Berlusconi–Gheddafi al caso Almansri, passando per la frammentazione libica e la competizione tra potenze esterne: come e perché l’Italia ha perso centralità nel suo dossier strategico più vicino.
C’è un tratto di mare, tra Lampedusa e Tripoli, che negli ultimi vent’anni ha funzionato come un acceleratore di ambizioni e paure. Lì si è giocata — e continua a giocarsi — una parte cruciale dell’identità geopolitica italiana. La Libia è stata specchio, proiezione, ossessione. Un luogo dove Roma ha creduto di poter contare più degli altri, e dove invece ha scoperto quanto velocemente cambiano gli equilibri del Mediterraneo.
Per capire il presente, bisogna tornare a quando tutto sembrava semplice. O almeno, sembrava governabile.
Il tempo in cui tutto sembrava semplice
Alla fine degli anni Duemila, l’Italia viveva la sua stagione di massima influenza a Tripoli. Il Trattato di Bengasi del 2008 — Berlusconi e Gheddafi che si stringono la mano sotto una tenda beduina — chiudeva il contenzioso coloniale e apriva un’epoca di cooperazione senza precedenti. ENI consolidava la sua posizione, i flussi migratori venivano regolati attraverso accordi bilaterali, e Roma si muoveva con una sicurezza che oggi sembra lontana. Era un equilibrio fragile, certo, ma funzionava. E soprattutto dava all’Italia un ruolo centrale in un Mediterraneo che non era ancora diventato il campo di battaglia geopolitico che conosciamo.
Poi arriva il 2011. L’intervento internazionale, la caduta di Gheddafi, la dissoluzione di un sistema che — pur con tutte le sue contraddizioni — garantiva prevedibilità. L’Italia partecipa, ma con esitazioni che rivelano un nervo scoperto: senza Gheddafi, Roma perde il suo interlocutore privilegiato. E scopre che la sua influenza non era strutturale, ma personale.
Il dopo-Gheddafi: un Paese diviso, un’Italia in difesa
La Libia post-2011 è un mosaico di milizie, governi rivali, interferenze straniere. Roma prova a restare in campo, ma il terreno è cambiato. La cooperazione migratoria continua, ENI resta un attore chiave, la diplomazia italiana sostiene i processi ONU. Ma la capacità di incidere si riduce. L’Italia non guida più: reagisce.
Il caso Almansri: il punto più basso della credibilità italiana
La vicenda della mancata consegna del generale libico Osama Almasri alla Corte Penale Internazionale è uno spartiacque. Arrestato a Torino nel gennaio 2025 su mandato della CPI, Almasri viene rilasciato dopo due giorni e rimandato a Tripoli con un volo di Stato italiano. Il 2 aprile 2026 la Corte deferisce ufficialmente l’Italia all’Assemblea degli Stati Parte: un atto raro, pesante, che colloca Roma accanto a Paesi che storicamente non cooperano con la giustizia internazionale.
La CPI accusa l’Italia di aver violato lo Statuto di Roma, ostacolando l’esercizio delle funzioni della Corte. Amnesty International parla di “colpo durissimo per le vittime” e di un segnale di impunità. Il governo italiano si difende evocando la sicurezza nazionale e un presunto conflitto normativo con una richiesta di estradizione libica, ma la Corte respinge ogni giustificazione: Roma non aveva avviato alcuna consultazione prima del rimpatrio.
Il caso apre un fronte interno: la Corte Costituzionale è chiamata a valutare la compatibilità tra la legge italiana e gli obblighi internazionali. Il nodo è il potere di filtro del Ministro della Giustizia, che potrebbe essere dichiarato incostituzionale se interpretato come veto politico. La Consulta dovrà stabilire se l’Italia debba riformare radicalmente la legge per evitare che decisioni politiche impediscano l’esecuzione dei mandati della CPI.
Il tema del segreto di Stato complica ulteriormente il quadro. La legge italiana lo considera uno sbarramento quasi insormontabile, ma lo Statuto di Roma vieta di invocare norme interne per eludere obblighi internazionali. Anche se il segreto può bloccare i magistrati italiani, non cancella la responsabilità internazionale: l’Italia resterebbe comunque inadempiente.
Il deferimento alla CPI non è solo un atto tecnico: è un segnale politico che colpisce la credibilità dell’Italia come “Stato garante” del diritto internazionale. E arriva in un momento in cui Roma appare più fragile anche sul piano europeo e transatlantico.
La Libia oggi: un Paese che non si ricompone
Nel frattempo, la Libia rimane cristallizzata in un duopolio di potere. A Ovest governa il Governo di Unità Nazionale di Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale ma dipendente dalle milizie. A Est domina Khalifa Haftar con il suo Esercito Nazionale Libico, sostenuto politicamente dal Governo di Stabilità Nazionale di Osama Hammad.
Nonostante la divisione, nell’aprile 2026 emergono segnali di coordinamento: un bilancio statale unificato, esercitazioni militari congiunte sotto guida statunitense, e la presenza dell’Africa Corps russo che consolida il potere di Haftar. Ma il miraggio delle elezioni resta tale: la Commissione elettorale si dice pronta, ma le votazioni vengono rinviate per l’assenza di un accordo sulle leggi elettorali. L’esecuzione di Saif al-Islam Gheddafi nel febbraio 2026 elimina un potenziale attore politico, ma accentua i timori di una transizione autoritaria.
La Libia del 2026 sembra essersi assestata in una frammentazione istituzionalizzata, dove le élite dei due blocchi preferiscono gestire insieme le rendite petrolifere piuttosto che rischiare il potere con elezioni incerte. Intanto, Turchia, Russia, Egitto, Emirati e Francia si contendono spazi di influenza. Come osserva l’International Crisis Group, “in Libia gli attori che mostrano coerenza e continuità diplomatica riescono a influenzare i processi politici; quelli percepiti come volatili vengono rapidamente marginalizzati”.
Il Mediterraneo che cambia: energia, migrazioni, sicurezza
La Libia resta un nodo strategico per l’Italia. Sul piano energetico, è uno dei principali fornitori di petrolio, con infrastrutture spesso in aree contese. Sul fronte migratorio, le rotte del Mediterraneo centrale passano ancora da lì, e la cooperazione con la Guardia Costiera libica — criticata da ONG e organismi internazionali — resta un pilastro della politica italiana. Sul piano della sicurezza, la presenza di attori esterni rende la Libia un teatro di competizione globale. Chatham House avverte: “in un’arena così affollata, l’assenza di una linea chiara da parte di un Paese europeo si traduce rapidamente in irrilevanza”.
Il rischio di restare fuori dai giochi
Negli ultimi mesi, diversi centri studi hanno evidenziato come la posizione dell’Italia sia resa più fragile da dinamiche interne. ISPI parla di un’Italia che “oscilla tra priorità interne e ambizioni mediterranee”, mentre Arturo Varvelli (ECFR) osserva che la politica estera italiana “perde leggibilità quando diventa un’estensione della politica interna”. Alcune ricostruzioni giornalistiche segnalano un raffreddamento nei rapporti con Washington, un elemento potenzialmente destabilizzante: il Carnegie Middle East Center ricorda che gli Stati Uniti restano il principale arbitro esterno in Libia.
Un futuro ancora aperto
La Libia resta un Paese sospeso: tra due governi, tra potenze straniere, tra un passato che non torna e un futuro che non si riesce a costruire. L’Italia, che per decenni ha considerato la Libia il proprio spazio naturale di proiezione, oggi si muove in un ambiente più competitivo, più instabile, più imprevedibile. Eppure, il legame non si è spezzato: ENI, la cooperazione migratoria, la vicinanza geografica, la storia condivisa continuano a rendere la Libia un dossier centrale per qualsiasi governo italiano.
La domanda è se l’Italia saprà trasformare questa eredità in una strategia. O se resterà prigioniera di un passato che non esiste più. Nel Mediterraneo, chi non occupa lo spazio lo lascia a qualcun altro. E la Libia, oggi più che mai, è lo spazio dove si misura la capacità dell’Italia di restare un attore rilevante.



