Intervista alla consigliera del Municipio XI che denuncia una deriva ideologica, la trappola del linguaggio d’odio e la scelta sofferta di lasciare il partito
Fabiana Di Segni, consigliera del Municipio XI di Roma ed esponente del PD, ha annunciato le dimissioni dal partito con una lettera in cui denuncia una deriva identitaria e l’incapacità del gruppo dirigente di prendere posizione contro ogni forma di antisemitismo. La sua uscita nasce dal dissenso verso le scelte politiche e comunicative del PD romano e nazionale.
L’uscita di scena di un amministratore locale raramente scuote le fondamenta di un partito, a meno che quella rottura non porti con sé il peso di una questione morale e culturale irrisolta. È il tema di questa intervista, che nasce dalle dimissioni sofferte di chi ha visto trasformare la propria casa politica in un luogo “non più abitabile”. Al centro della riflessione non c’è solo un disaccordo amministrativo, ma una critica radicale alla gestione del dissenso e alla “perdita di complessità” che sembra aver colpito il Partito Democratico.
Dall’analisi del conflitto in Medio Oriente alla denuncia di un antisemitismo moderno travestito da antisionismo radicale, l’intervista scava nelle pieghe di una sinistra che, per calcolo elettorale o debolezza culturale, sembra aver smarrito la capacità di fare “pedagogia politica”. Il passaggio più doloroso è quello del vissuto personale: il momento in cui l’identità individuale viene cancellata e sostituita da un “voi” collettivo, trasformando una collega in un bersaglio o, peggio, in un simbolo da guardare con sospetto.
Ho voluto intervistarla per Il Repubblicano perché penso che la vicenda di Fabiana possa essere di insegnamento per capire i tempi che stiamo vivendo.
I punti chiave che emergono dal colloquio sono: la trappola della semplificazione (come il dibattito su Israele e Hamas sia stato ridotto a una narrazione binaria “buoni contro cattivi”, sacrificando la verità storica sull’altare del consenso); la crisi dell’antifascismo (il rischio di ridurre un valore fondante a mera retorica, incapace di riconoscere le nuove forme di odio quando colpiscono gli ebrei che fino a poco tempo fa erano usati strumentalmente contro il fascismo storico); la solitudine delle istituzioni (il passaggio dal Partito al Gruppo Misto come atto di dignità, per sfuggire a un sistema di silenzi e omissioni).
Quella che segue non è solo la cronaca di un addio da parte di Fabiana Di Segni, ma una lezione su cosa significhi oggi “fare politica”: un invito a non tradire la realtà in nome dell’appartenenza e a difendere la complessità come l’ultimo baluardo della democrazia.
Sul PD e la gestione del dissenso
Lei parla di una “linea ideologica che non ammette complessità”. In cosa, concretamente, questa rigidità si è manifestata nelle scelte politiche del PD degli ultimi mesi?
Si è manifestata nel modo in cui il dibattito sul Medio Oriente è stato ridotto a una rappresentazione binaria, moralistica e semplificata. Ho visto crescere un clima in cui diventava sempre più difficile nominare tutti gli attori del conflitto, distinguere tra governo israeliano, popolo israeliano, ebrei della diaspora, terrorismo islamista, ruolo dell’Iran, Hamas, Hezbollah. Questa rigidità non è stata solo teorica: si è tradotta nell’incapacità di arginare slogan, forzature e linguaggi che travalicavano la critica politica e scivolavano nella colpevolizzazione identitaria.
Ritiene che il PD abbia un problema strutturale nel distinguere tra critica legittima a Israele e antisemitismo? Ad esempio, l’accusa di “genocidio” lei come la colloca, tra le “legittime critiche” a Israele, o le ricorda maggiormente un’accusa di sangue medievale? E come mai il PD è caduto in questa trappola irrazionale?
Io penso che il problema esista, ed è serio. E credo che il PD abbia un grosso problema strutturale al suo interno. La critica al governo israeliano è legittima, come lo è verso qualunque altro governo democratico, ma diventa un problema quando assume forme assolute, demonizzanti, moralmente totalizzanti, e quando soprattutto si accompagna al silenzio su Hamas, Hezbollah, il 7 ottobre, il terrorismo islamista e il ruolo destabilizzante dell’Iran. Quando si usa un linguaggio estremo senza più senso della proporzione storica e politica, si rischia di trasformare la critica in una delegittimazione radicale, che alimenta immaginari antiebraici antichi sotto una veste apparentemente nuova. L’accusa di genocidio è già una forma di manipolazione della realtà: esiste un’accusa strumentale, volutamente fraintesa ed enfatizzata, ma ad oggi non c’è nessuna sentenza che abbia confermato un bel niente. Lo “confermano” i social, gli attivisti e su questo hanno creato un demone. Il PD, a mio avviso, è caduto in questa trappola per paura, superficialità, perdita della complessità e per timore di perdere consenso.
Secondo lei, il silenzio dei vertici è frutto di calcolo politico, paura di perdere consenso, o incapacità culturale di riconoscere l’antisemitismo contemporaneo, sostituito qualunquisticamente col termine politico “antisionismo”, di nota marca sovietica?
Penso che ci siano tutti e tre gli elementi. C’è certamente una componente di calcolo politico: occuparsi seriamente di antisemitismo, oggi, viene considerato da molti un tema scomodo, potenzialmente costoso in termini di consenso. Ma c’è anche una debolezza culturale profonda: l’incapacità di riconoscere l’antisemitismo contemporaneo quando non si presenta con i simboli del passato, ma con i codici nuovi dell’antisionismo radicale, del doppio standard, della responsabilità collettiva attribuita agli ebrei. E quando la cultura politica si indebolisce, il silenzio diventa la forma più comoda dell’omissione.
Sul linguaggio politico
Lei denuncia una “normalizzazione del linguaggio dell’odio”. Quali sono, secondo lei, i meccanismi politici e culturali che hanno permesso questa normalizzazione?
La normalizzazione avviene quando parole gravissime smettono di scandalizzare e cominciano a essere tollerate come eccessi di militanza. Avviene quando il linguaggio della lotta politica si sostituisce al linguaggio della responsabilità democratica, quando si accettano slogan eliminazionisti, paragoni con il nazismo, formule come “voi” riferite agli ebrei, e tutto questo non produce una reazione netta. Il meccanismo culturale è l’assuefazione; quello politico è il calcolo: non disturbare una parte della base, non complicare il messaggio, non mettere in discussione una narrazione identitaria già pronta. Alcune parole come antifascismo, genocidio, sionismo sono state abusate e manipolate a favore di una narrazione storica che non restituisce dignità alla storia stessa e che svilisce il significato dei termini.
Crede che il PD abbia perso la capacità di fare pedagogia politica sul Medio Oriente (ammesso che l’abbia mai avuta)?
Sì, non so se l’abbia mai avuta, o che comunque non l’abbia esercitata quando sarebbe stato più necessario. Fare pedagogia politica significa spiegare, distinguere, contestualizzare, rifiutare la propaganda e sottrarre il dibattito alle semplificazioni. Su questo terreno, invece, ho visto prevalere la scorciatoia morale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Ma la politica democratica non serve a semplificare il mondo: serve a comprenderlo nella sua tragicità e complessità. Certo è che il collegamento tra l’estrema sinistra e l’islam politico è qualcosa che ha radici nel passato, che diventa organico tra gli anni ’60 e ’70 come forma di terzomondismo anti-imperialista e non si adegua alle evidenze del presente.
In che modo il partito dovrebbe ridefinire i confini tra libertà di critica e discorso d’odio?
Dovrebbe farlo in modo molto semplice e molto netto: la critica a un governo è sempre legittima; l’attacco a un popolo, a un’identità, a una comunità, no. Dovrebbe dire chiaramente che attribuire agli ebrei italiani la responsabilità delle scelte del governo israeliano è antisemitismo. Che evocare Hitler, banalizzare la Shoah, parlare di ebrei come “loro” contrapposti a “noi” non è linguaggio politico ma discorso d’odio. E a questa ridefinizione dovrebbero seguire conseguenze concrete, non solo parole.
Sul rapporto tra antifascismo e antisemitismo
Ritiene che l’antifascismo del PD sia diventato più retorico che sostanziale, e che in realtà l’Italia non abbia fatto i conti con la sua storia?
Penso che esista un rischio serio di ridurre l’antifascismo a identità simbolica, a formula rassicurante, a patrimonio dichiarato ma non sempre praticato. L’antifascismo è sostanziale solo se sa riconoscere ogni forma di disumanizzazione, di discriminazione e di attribuzione collettiva di colpa, anche quando colpisce gli ebrei in un contesto politicamente scomodo. Se invece diventa una parola d’ordine da esibire, ma non un criterio etico-politico per leggere il presente, allora sì, diventa retorica. E questo dice anche qualcosa sulla difficoltà italiana di aver davvero elaborato fino in fondo il proprio rapporto con il fascismo e con l’antisemitismo. Non ci si può definire antifascisti e tollerare l’odio verso gli ebrei.
Quali sono, secondo lei, i segnali che mostrano una crisi dell’antifascismo come cultura politica e non solo come identità simbolica? Basta dirsi antifascisti per esserlo?
No, non basta affatto dirsi antifascisti per esserlo. Il segnale della crisi è proprio questo: quando ci si proclama antifascisti ma poi si tollerano parole che evocano l’eliminazione di un popolo, o si banalizza la Shoah, o si considera secondario l’antisemitismo se chi lo denuncia viene giudicato scomodo. L’antifascismo non è una postura, è un esercizio democratico concreto: capacità di riconoscere l’umanità dell’altro, di rifiutare la logica del capro espiatorio, di respingere la colpa identitaria e la degradazione morale dell’avversario.
Sul Medio Oriente come terreno di scontro interno
Quali responsabilità attribuisce alla sinistra italiana nella costruzione di questa narrazione?
Attribuisco alla sinistra italiana la responsabilità di aver lasciato entrare, in troppi spazi, una lettura del Medio Oriente fondata più sulla propaganda che sulla storia.
Una lettura che ha scambiato la solidarietà per semplificazione, il posizionamento morale per analisi politica, la denuncia di un governo con la demonizzazione di uno Stato e, talvolta, di un Popolo,
Ritiene che il PD abbia paura di nominare Hamas e Hezbollah per ragioni ideologiche o per timore di spaccare la base?
Credo che ci sia una miscela di timore politico e rigidità ideologica. Nominare Hamas e Hezbollah significherebbe rompere una narrazione troppo comoda, troppo lineare, troppo rassicurante per una parte del mondo politico e militante. Significherebbe riconoscere che il quadro non è leggibile con categorie infantili, che esiste il terrorismo islamista, che esistono responsabilità plurime, che il male non è monopolio di una sola parte. E questo, evidentemente, per qualcuno è diventato troppo scomodo.
Sulle responsabilità politiche
Se oggi la leadership del PD decidesse di aprire un confronto serio sull’antisemitismo, quali sarebbero i primi tre atti concreti che dovrebbe compiere?
Primo: aprire una discussione pubblica, vera, interna e non rituale sull’antisemitismo contemporaneo, sul linguaggio politico e sui suoi nuovi codici. Secondo: fissare una linea chiara e non negoziabile sui confini tra critica a Israele e odio antiebraico, con conseguenze organizzative e disciplinari per chi li supera. Terzo: formare dirigenti, amministratori e circoli a una cultura della complessità, che sappia nominare Hamas, Hezbollah, Iran, antisemitismo, jihadismo e tutte le dimensioni reali del conflitto, senza scorciatoie ideologiche.
Crede che la sua uscita possa aprire un dibattito interno o teme che verrà archiviata come un caso isolato?
Temo che qualcuno proverà ad archiviarla come un caso isolato, perché è sempre più facile ridurre tutto a una sensibilità personale che interrogarsi davvero sul problema politico. Ma spero che non accada. Spero che questa vicenda obblighi almeno una parte del partito a guardare in faccia ciò che è stato tollerato, minimizzato o ignorato. Perché se anche una sola persona viene lasciata sola di fronte all’antisemitismo, il problema non è mai individuale: è politico.
Sul futuro politico
Lei si colloca nel gruppo misto ma sostiene la maggioranza. È una scelta temporanea o un nuovo posizionamento politico?
Oggi è una scelta di responsabilità istituzionale e di coerenza. Non voglio trasformare una rottura dolorosa in una fuga opportunistica verso un altro schieramento. Continuo a sostenere le linee programmatiche della maggioranza perché il mio lavoro amministrativo non viene meno. Ma, allo stesso tempo, avevo il dovere di prendere atto che il partito in cui ho militato non era più, per me, un luogo politicamente e moralmente abitabile. Certo che mi apro ad una riflessione profonda che mi porterà a scegliere un partito nel quale mi sentirò rispettata e nel quale sentirò che il dibattito sia acceso e plurale.
Esiste oggi, nel panorama politico italiano, uno spazio che rappresenti davvero la complessità che lei rivendica?
Oggi vedo pochi spazi davvero all’altezza della complessità che rivendico. E sto valutando bene, monitorando anche la resistenza di tali modelli. Proprio per questo penso che la battaglia da fare non sia solo scegliere una collocazione, ma difendere un metodo: rifiutare i dogmatismi, sottrarsi alle tifoserie morali, nominare tutti i fatti scomodi. Se esiste uno spazio politico serio, deve essere uno spazio in cui la complessità non sia concepita come un fastidio ma come un dovere.
Pensa che la sua esperienza possa diventare un precedente per altri amministratori locali che vivono situazioni simili?
Lo spero, nel senso più sobrio del termine. Non perché auguro a qualcuno di vivere ciò che ho vissuto io, ma perché penso che molte persone, in silenzio, stiano attraversando fratture simili. Se la mia scelta può servire a dire che non si deve accettare tutto in nome dell’appartenenza, allora può forse aiutare altri a rompere il silenzio e a rimettere al centro dignità, libertà e responsabilità politica.
Sul vissuto emotivo
Nel racconto testimoniato dalla sua lettera di dimissioni emerge un senso di solitudine politica. Qual è stato il momento in cui ha capito che non poteva più restare?
Il momento decisivo è stato quando ho capito che non ero più ferita solo da singoli episodi, ma da un sistema di silenzi. Quando ho visto che frasi gravissime non producevano conseguenze, che lettere accorate non aprivano un confronto, che l’antisemitismo diventava un tema da trattare con cautela invece che con nettezza. In quel momento ho capito che restare non sarebbe stato un atto di forza, ma una forma di negazione di me stessa.
Come ha vissuto, sul piano personale, il passaggio da rappresentante politica a “voi”, come lei scrive nella lettera?
L’ho vissuto come una ferita profondissima. Perché nel momento in cui da “Fabiana” diventi “voi”, smetti di essere una persona e diventi un simbolo su cui scaricare colpe, rancori e semplificazioni. È una forma di spersonalizzazione violenta. E per una persona che ha messo tempo, energie, lavoro e lealtà dentro una comunità politica, sentire di non essere più riconosciuta come individuo ma solo come ebrea è qualcosa che spezza intimamente.
Sull’identità ebraica nello spazio pubblico
Lei scrive che le è stato chiesto conto “come ebrea”. Come ha influito questo sulla sua percezione del ruolo pubblico?
Ha inciso profondamente, perché mi ha costretta a vedere che il mio ruolo pubblico non veniva più letto per ciò che facevo, ma per ciò che rappresentavo nell’immaginario di altri. Mi si chiedeva conto non come consigliera, non come amministratrice, non come interlocutrice politica, ma come appartenente a un’identità collettiva resa impropriamente responsabile. Questo altera radicalmente il rapporto con lo spazio pubblico, perché ti fa capire che il terreno del confronto è stato avvelenato.
Ha mai avuto la sensazione che la sua identità fosse usata come arma politica, più che come elemento di dialogo?
No, non saprei se come arma, però come strumento per appiattire le mie idee, o meglio connettere le mie convinzioni alla mia identità ebraica. Cioè come dire: tu parli di questo perché sei ebrea e non perché hai una formazione più specifica sull’argomento.
Ho avuto la sensazione che la mia identità ebraica venisse trasformata in un filtro, in un sospetto permanente, quasi in una prova a carico. Non come un elemento di ascolto, di confronto, di arricchimento reciproco, ma come uno stigma politico: tu sei di parte, tu devi giustificarti, tu devi rispondere. Questo non è dialogo. Questo è uso politico dell’identità altrui.
Sul rapporto con i colleghi
Nella lettera distingue tra chi l’ha attaccata e chi l’ha sostenuta. Cosa ha significato per lei trovare alleati in un contesto ostile?
Ha significato molto, umanamente e politicamente. In un contesto in cui cresceva il senso di isolamento, sapere che esistevano persone capaci di ascoltare, di mediare, di non cedere all’odio o alla semplificazione è stato importante. Certo non nego che poi sono rimasta molto delusa anche dal silenzio che è conseguito dopo la mia uscita dal PD, non mi è chiaro se sia strategia politica o proprio indifferenza. In entrambi i casi comunque non lo condiviso, per me i rapporti umani vengono prima delle appartenenze. Non ha cancellato la gravità della situazione, ma mi ha ricordato che dentro ogni crisi esistono ancora persone che scelgono la responsabilità e non la convenienza.
C’è stato qualcuno, nel PD, che ha provato davvero a fermare questa deriva?
Sì, alcune persone ci hanno provato davvero, ed è giusto dirlo. Ho riconosciuto, nella mia lettera di dimissioni, il ruolo del presidente dell’XI Municipio, Gianluca Lanzi, e di altri colleghi che hanno tentato mediazioni, che hanno mantenuto un confronto reale, che non hanno smesso di vedere la complessità. Ma il punto è che gli sforzi individuali, per quanto sinceri, non sono bastati a colmare il vuoto politico lasciato dai livelli dirigenti del partito.
Sul coraggio della scelta
Lei parla di una decisione “sofferta ma inevitabile”. Qual è stata la parte più difficile da accettare?
La parte più difficile è stata accettare che non bastasse la buona volontà, non bastasse il dialogo, non bastasse restare per provare a cambiare le cose dall’interno. È stato difficile ammettere che un luogo politico nel quale avevo investito energie, lavoro e fiducia non era più capace di proteggere il minimo indispensabile: la dignità della persona, la complessità del pensiero, il rifiuto dell’odio.
Ha avuto paura che la sua uscita venisse strumentalizzata politicamente?
Sì, questa paura c’è stata, e c’è ancora. Ma ho capito che il rischio della strumentalizzazione non può diventare una ragione per tacere. Perché altrimenti si consegna la verità dei fatti all’opportunismo altrui. Io non sono uscita per offrire argomenti a qualcuno contro qualcun altro. Sono uscita perché continuare a restare avrebbe significato accettare un livello di ambiguità e di violenza simbolica che non potevo più tollerare.
Sul futuro personale
Dopo questa esperienza, cosa significa per lei oggi “fare politica”?
Oggi, per me, fare politica significa prima di tutto non tradire la realtà in nome dell’appartenenza. Significa non sacrificare la dignità umana al consenso, non accettare che il linguaggio dell’odio venga derubricato a intemperanza, significa non smettere di nominare la complessità quando tutto spinge verso la semplificazione. Fare politica, oggi, significa restare fedele ai principi anche quando questo ha un costo. E, soprattutto, continuare a lavorare sul territorio.
Pensa che questa vicenda cambierà il modo in cui è solita relazionarsi ai partiti o alle comunità politiche?
Sì, inevitabilmente lo cambierà. Mi renderà forse più prudente, più esigente, meno disposta a dare per scontato che i valori dichiarati coincidano con i comportamenti reali. Ma non mi renderà cinica. Semmai mi renderà più attenta a una cosa fondamentale: una comunità politica vale davvero solo se sa proteggere la dignità delle persone anche quando farlo è scomodo.



