Che il PD e i suoi giovani arrivino persino ad accusare gli altri di «strumentalizzazione» è uno di quei paradossi che, più che indignare, fanno quasi tenerezza. Del resto, quando si è perso il terreno politico, bisogna pur trovare qualcosa a cui aggrapparsi.
E i numeri, purtroppo per loro, non aiutano. Le rilevazioni più recenti fotografano un Partito Democratico in arretramento: SWG lo collocava al 20,6% il 3 agosto, in calo dello 0,3%, mentre la rilevazione BiDiMedia del 26 agosto registrava un ulteriore -0,4%.
Forse è proprio questo il problema: quando il consenso si restringe, aumenta il bisogno di occupare ogni spazio possibile con slogan, indignazione e battaglie identitarie.
Così si tira fuori la memoria della Shoah quando serve, si rispolverano persone e argomenti che fino a ieri l’altro venivano attaccati o condannati e, soprattutto, si continua a ripetere «genocidio» come un mantra, nella speranza che la ripetizione trasformi un’accusa in una verità indiscutibile.
E poi hanno persino il coraggio di parlare di strumentalizzazione.
È quasi comico: chi ha trasformato per anni ogni tragedia, ogni conflitto e ogni sentimento collettivo in una clava politica accusa gli altri di fare esattamente ciò che ha sempre fatto. Una proiezione talmente evidente da risultare persino imbarazzante.
E forse la vera inquietudine è un’altra: una legge seria contro l’antisemitismo imporrebbe finalmente di fare chiarezza e di distinguere tra critica legittima a un governo e linguaggi, stereotipi e campagne che possono trasformarsi in odio antiebraico. Ed è comprensibile che questa distinzione possa risultare scomoda a chi ha costruito parte della propria narrazione proprio sulla confusione tra le due cose.
Non fanno rabbia. Fanno pena.
Vanno compatiti perché sono diventati prigionieri della propria propaganda: talmente preoccupati di dimostrare agli altri di essere moralmente superiori da non accorgersi che il consenso, intanto, scivola altrove.
I veri perdenti non sono quelli che perdono un punto in un sondaggio. Sono quelli che, per non fare i conti con la propria perdita di consenso, devono trasformare ogni dissenso in odio, ogni critica in censura e ogni legge contro l’antisemitismo in una minaccia alla propria libertà di propaganda.
E alla fine resta soltanto una scena piuttosto triste: chi pretendeva di impartire lezioni di politica ridotto a cercare visibilità attraverso slogan sempre più estremi.
Più che contestarli, ormai, viene da compatirli.
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