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Il vicolo cieco del massimalismo culturale: perché il purismo di Montanari allontana i cittadini dalpatrimonio

Le dimissioni dagli Uffizi svelano l'inconciliabilità tra l'intransigenza elitaria della torre d'avorio e la reale democratizzazione dei musei pubblici.

La torre d’avorio dell’intransigenza ideologica

Le recenti e fragorose dimissioni di Tomaso Montanari dal comitato scientifico delle Gallerie degli Uffizi
ripropongono un copione ben noto, ma non per questo meno problematico. Sventolando la bandiera della purezza
scientifica contro la presunta “lottizzazione” ministeriale, lo storico dell’arte ha scelto ancora una volta la via del
rifiuto totale, abbandonando il tavolo del confronto. È un approccio massimalista che non ammette sfumature e che,
dietro la retorica della difesa costituzionale, nasconde una visione profondamente elitaria e conservatrice della
cultura.
Per Montanari, l’ingresso in un Consiglio di Amministrazione di figure provenienti dal mondo dell’alta
amministrazione dello Stato o della politica rappresenta una contaminazione intollerabile. Tuttavia, confondere il
necessario bilanciamento tra competenze scientifiche e gestionali con una mera spartizione di poltrone è un errore
prospettico che rischia di paralizzare le nostre istituzioni culturali. Un grande museo moderno non è solo un centro
di studi per pochi eletti; è una macchina complessa che richiede una governance solida, capace di dialogare con il
territorio, ottimizzare le risorse e applicare regole amministrative rigorose. Arroccarsi nel dogma del “non in mio
nome” significa rinunciare a governare la realtà, lasciando che la cultura resti

Il modello del bilanciamento virtuoso: da Villa Giulia a Pompei

Esiste un’alternativa concreta a questo massimalismo sterile, ed è racchiusa nell’operato di manager e scienziati che
hanno saputo sporcarsi le mani con la modernità senza smarrire la propria missione scientifica. Il panorama italiano
offre esempi straordinari in questo senso, ingiustamente trascurati dalle sferzanti critiche dei puristi.
Il primo è quello di Valentino Nizzo alla guida del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Nizzo ha saputo
trasformare un’istituzione tradizionalmente considerata di nicchia in un polo attrattivo e vibrante, capace di
spalancare le porte a fumetti, giochi di ruolo ed eventi pop. Questa straordinaria apertura non ha sottratto un solo

grammo di autorevolezza alla ricerca archeologica; al contrario, ha abbassato la barriera d’ingresso per migliaia di
giovani che non avrebbero mai frequentato quelle sale, generando al contempo le risorse necessarie per il
sostentamento del sito.

ESEMPI DA IMITARE
I successi di Pompei e di Villa Giulia dimostrano che la popolarità non è sinonimo di mercificazione, ma lo
strumento più potente per rendere la cultura un bene autenticamente comune, accessibile e autosufficiente.

Il secondo, emblematico esempio è incarnato da Gabriel Zuchtriegel, prima a Paestum e oggi alla direzione del
Parco Archeologico di Pompei. Zuchtriegel ha scardinato l’immagine polverosa dell’archeologo accademico,
utilizzando la propria visibilità, i canali social e persino la musica per connettersi con il pubblico contemporaneo.
Sotto la sua gestione, gli eventi mondani e le strategie di attrazione “pop” non sono diventati il fine ultimo, bensì il
mezzo per raggiungere un obiettivo più alto: finanziare campagne di scavo senza precedenti, restauri innovativi e
accessibilità universale per le persone con disabilità.

La cultura come bene comune, non come feticcio per pochi

In questo scenario, lo Stato non deve agire come un monarca geloso e unico finanziatore di una struttura statica, ma
come un regolatore strategico. La presenza di elementi politici e amministrativi nei CdA serve esattamente a
questo: garantire l’efficienza, l’equilibrio finanziario e il controllo pubblico, lasciando agli scienziati la direzione
della tutela e della ricerca. Questo è il vero bilanciamento virtuoso.
L’approccio di Montanari produce l’effetto paradossale di allontanare il popolo in nome del quale egli stesso
dichiara di parlare. Se il museo rifiuta di adottare i linguaggi del presente per rendersi accessibile, accattivante e
sostenibile, finisce inevitabilmente per condannarsi alla solitudine e alla dipendenza assistenziale. Gli esempi di
Nizzo e Zuchtriegel tracciano la rotta da seguire: solo unendo il rigore della ricerca alla freschezza della
divulgazione pop si può sottrarre la cultura alle élite e restituirla, finalmente viva, a tutta la società.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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