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Il paradosso del pacifismo contemporaneo: quando la violenza diventa tollerabile

La celebrazione ideologica della violenza e la crisi morale dei movimenti che si definiscono pacifisti

Il volto del pacifismo contemporaneo somiglia sempre di più a uno specchio deformante, dove i concetti di giustizia, diritto e non violenza vengono piegati fino a spezzarsi sotto il peso di un’ideologia che non cerca la pace, ma la vittoria di una parte sull’altra. La cronaca recente di Roma, con la morte di due militanti anarchici impegnati, secondo le ricostruzioni, nella pianificazione di un atto violento, non è solo un fatto di nera o di sicurezza nazionale. È il sintomo di una malattia profonda che attraversa i movimenti di piazza, le università e i salotti della cosiddetta intellettualità radicale: l’incapacità di condannare la violenza quando questa colpisce l’Occidente o i suoi alleati.

Assistiamo a un fenomeno inquietante. La galassia che si autodefinisce “pro-Pal”, “pro-pace” e genericamente “anti-sistema” si è stretta attorno alla memoria di chi stava maneggiando strumenti di morte. Non si è trattato di una pietas umana di fronte alla fine di due giovani vite, che sarebbe anche comprensibile, ma di una vera e propria celebrazione politica. Quando un aspirante attentatore viene elevato al rango di martire, il pacifismo muore. Muore perché perde la sua bussola morale, quella che dovrebbe dire “no” all’uso della forza a prescindere dal colore della bandiera o dall’obiettivo dichiarato. Se la bomba è “giusta” perché mira a scardinare il sistema occidentale, allora non siamo più nel campo della ricerca della pace, ma in quello della guerriglia ideologica mascherata da umanitarismo.

Questa cecità selettiva diventa ancora più imbarazzante quando si sposta lo sguardo sullo scenario internazionale. Perché le piazze che urlano contro Washington o Gerusalemme restano desertamente silenziose di fronte ai crimini del regime di Teheran? L’Iran non è solo uno Stato che nega i diritti più basilari alle proprie cittadine, che reprime nel sangue le proteste dei giovani e che usa la forca come strumento di gestione del dissenso interno. È il principale motore di instabilità nel Medio Oriente, il finanziatore di proxy che utilizzano il terrore come linguaggio quotidiano. Eppure, per una larga fetta del mondo pacifista, l’Iran è quasi un “alleato oggettivo”. Viene risparmiato dalle critiche perché si oppone al “grande satana” americano o ai sionisti israeliani. È la logica perversa del “nemico del mio nemico è mio amico”, un pragmatismo cinico che però si ammanta di una superiorità morale del tutto infondata.

Il sentimento anti-occidentale è diventato il vero e unico collante di queste mobilitazioni. Si odia l’Occidente per i suoi peccati passati e presenti, per il suo colonialismo, per il suo capitalismo, ma si finisce per perdonare tutto a chiunque dichiari di volerlo distruggere. È una forma di auto-razzismo culturale che ci porta a giustificare il fanatismo religioso, l’autoritarismo teocratico e persino il terrorismo anarchico, purché servano a indebolire le fondamenta della nostra civiltà. Le democrazie vengono giudicate con una severità spietata e spesso giustificata, essendo sistemi che permettono e richiedono l’autocritica,  mentre ai regimi autoritari o ai gruppi eversivi viene concesso ogni beneficio del dubbio, ogni attenuante, ogni “contestualizzazione”.

Ma dove sono finiti i valori del pacifismo autentico? Quello di chi credeva che la vita umana fosse un bene supremo e non negoziabile? Quello che rifiutava la logica dei blocchi e cercava ponti di dialogo? Oggi il dialogo sembra l’ultima delle preoccupazioni. Si preferisce la polarizzazione, l’estetica della rivolta, il fascino romantico del “combattente”. Ma non c’è nulla di romantico in un ordigno che esplode, non c’è nulla di eroico nel pianificare stragi in nome di un’anarchia che si nutre solo di macerie.

Il vero coraggio, oggi, non sta nel gridare slogan contro le solite potenze occidentali, cosa che tra l’altro è permessa solo in queste latitudini senza rischiare la prigione. Il vero coraggio starebbe nel denunciare con la stessa forza i missili iraniani, le torture nelle carceri di Evin e la deriva violenta di chi, in casa nostra, gioca con la dinamite pensando di fare la rivoluzione. Se il pacifismo non ritrova questa onestà intellettuale, resterà confinato a essere una costola della propaganda radicale, un guscio vuoto abitato da un risentimento che della pace ha solo il nome, ma della violenza ha tutto il sapore.

È tempo di chiederci se siamo ancora capaci di una condanna universale dell’orrore o se siamo diventati così cinici da pesare il sangue delle vittime sulla bilancia dei nostri pregiudizi politici. La pace non è un’esclusiva di chi grida più forte, ma l’impegno di chi sa dire di no alla violenza, anche quando questa parla la lingua delle proprie simpatie ideologiche.

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