Il No ha vinto. Con il 53,6% dei voti contro il 46,4% del Sì, la riforma costituzionale sulla giustizia — che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la scissione del CSM in due organi distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare — è stata respinta dagli italiani. L’affluenza, record per il panorama referendario recente, si è attestata al 58,9% un dato che non consente alibi, non offre scusanti, non permette la consolazione del “non si è raggiunto il quorum”. Gli italiani si sono espressi con piena partecipazione. E hanno detto No.
Chi, come Il Repubblicano, aveva sostenuto il Sì con convinzione, ha il dovere di non nascondersi. Non dietro la retorica del “voto di pancia”, non dietro la narrazione comoda della “campagna disonesta del No”. La sconfitta si analizza, si capisce, e se necessario si ammette — almeno in parte — la propria quota di responsabilità.
La riforma era giusta. Il modo in cui è stata venduta, no.
La separazione delle carriere non è un’invenzione ideologica della destra: è una questione di sistema, di equilibrio istituzionale, di garanzia per il cittadino. In ogni democrazia liberale avanzata, chi accusa e chi giudica sono soggetti ontologicamente distinti. Il fatto che in Italia un magistrato potesse passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice — e viceversa — non è una specificità preziosa da tutelare: è un’anomalia strutturale che nessun’altra democrazia occidentale si permette.
L’Alta Corte disciplinare aveva poi una logica ineccepibile: sottrarre al CSM — un organo che nella storia recente si è dimostrato permeabile alle correnti interne, alle logge, alle spartizioni — il potere di giudicare i propri colleghi. Non per punire la magistratura, ma per renderla finalmente responsabile.
Eppure si è perso. E bisogna dire perché.
Primo errore: la riforma è diventata bandiera di partito.
Il fronte del No è riuscito con successo a trasformare le consultazioni sulla separazione delle carriere in un voto politico contro il governo. E il centrodestra gliel’ha permesso, anzi: in certi momenti ha quasi incoraggiato questa lettura, brandendo la riforma come clava anti-magistratura anziché come strumento di riequilibrio costituzionale. Quando una riforma strutturale viene percepita come una vendetta politica, ha già perso la metà della sua battaglia.
Secondo errore: il sorteggio del CSM non è stato difeso abbastanza.
Il meccanismo del sorteggio per la composizione dei due nuovi Consigli è stato lasciato senza una narrazione convincente. I contrari sostenevano che il sorteggio avrebbe dato peso eccessivo ai componenti “laici” scelti dalla politica, indebolendo l’indipendenza della magistratura. Questa tesi — discutibile nel merito — non ha trovato una risposta adeguata da parte del fronte del Sì. Il risultato è che un meccanismo pensato per spezzare le correnti interne alla magistratura è apparso, nell’immaginario collettivo, come uno strumento di controllo politico.
Terzo errore: il territorio del Nord-Est ha retto, il resto no.
L’Emilia-Romagna si è confermata la regione con la maggiore partecipazione al voto, e in altre otto regioni l’affluenza ha superato il 60%. Le grandi città del Centro-Nord hanno trainato il No. Il Sì ha tenuto nelle aree più periferiche e nei contesti dove il rapporto con la giustizia — intesa come esperienza quotidiana di lentezza processuale, di indagini senza esito, di vite distrutte da avvisi di garanzia — è più diretto e più bruciante. Ma non è bastato.
Quarto errore: la magistratura ha fatto campagna e nessuno l’ha fermata.
Commentando il risultato, il fronte del Sì ha denunciato che “la magistratura si è fatta partito” e ha condotto una battaglia politica durissima contro una parte del Paese. È una critica fondata. Ma andava sollevata con più forza e prima, non a urne chiuse. Una categoria istituzionale che scende nell’agone referendario con il peso della propria autorevolezza — toghe, procure, associazioni — altera lo spazio democratico del confronto. Averlo tollerato senza denunciarlo sistematicamente è stato un errore strategico grave.
Cosa resta dopo il No.
Meloni ha riconosciuto la sconfitta, confermando di non avere alcuna intenzione di dimettersi. È una posizione comprensibile sul piano della stabilità governativa, ma politicamente insufficiente. Una sconfitta referendaria di questa portata, su una riforma bandiera di una legislatura, pone domande serie: sulla comunicazione politica, sulla capacità di costruire coalizioni culturali attorno alle proprie proposte, sulla distanza tra l’agenda del governo e la percezione diffusa nel Paese.
Per chi, come noi, credeva nella riforma non per calcolo partitico ma per convinzione istituzionale, questo No è una sconfitta amara. Non perché abbia vinto la sinistra — i referendum non sono elezioni — ma perché ha vinto la paura. La paura che una magistratura meno autonoma significhi meno protezione per il cittadino comune. È una paura comprensibile, anche se mal indirizzata.
La magistratura italiana ha bisogno di riforme serie. Come ha riconosciuto anche il procuratore Gratteri, commentando la vittoria del No, “la giustizia ha bisogno di riforme capaci di ridurre i tempi dei processi e migliorarne il funzionamento, garantendo efficienza senza sacrificare le garanzie.” Lo afferma un uomo del No. È il terreno su cui, forse, si può ancora costruire qualcosa.
La strada è lunga. E comincia da un’onestà che la politica italiana pratica raramente: quella di guardare una sconfitta in faccia, senza cercare subito il capro espiatorio.



