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Il Libano davanti al suo bivio storico

Per la prima volta Beirut guarda oltre Hezbollah. E Israele diventa parte della soluzione

Per quasi mezzo secolo il Libano ha vissuto in una condizione di ambiguità strutturale: Stato formalmente sovrano, ma incapace di esercitare un monopolio reale della forza sul proprio territorio. In questo spazio grigio si sono inseriti prima le milizie palestinesi, poi – in modo molto più duraturo e penetrante – Hezbollah, divenuto nel tempo non solo un attore armato, ma una vera architrave del sistema di potere legato all’Iran. Oggi, tuttavia, qualcosa sembra essersi incrinato.

La novità non sta tanto nell’ennesima crisi militare nel sud del Paese, né nell’inefficacia – spesso denunciata – della missione UNIFIL, quanto nel mutamento del linguaggio e delle priorità della leadership libanese. Per la prima volta, Beirut non si limita a tollerare Hezbollah come “dato di fatto”, ma inizia a porre apertamente il problema della sua presenza armata come ostacolo alla sopravvivenza stessa dello Stato.

Il lungo equivoco libanese

Per comprendere la portata del cambiamento, occorre ricordare che il Libano non ha mai realmente riconosciuto Israele né accettato la legittimità del suo vicino meridionale. Questa posizione, condivisa per decenni da ampi settori del mondo arabo, ha avuto una conseguenza precisa: qualsiasi forza che si presentasse come “resistenza” antisraeliana risultava politicamente intoccabile, anche quando minava dall’interno la sovranità libanese.

Hezbollah ha prosperato in questo vuoto. Nato dopo l’invasione israeliana del 1982 e strutturato con il supporto diretto dell’Iran e delle Guardie Rivoluzionarie, il movimento sciita ha progressivamente costruito uno “Stato nello Stato”, armato meglio dell’esercito nazionale e sottratto a ogni controllo democratico. UNIFIL, fin dalla sua istituzione nel 1978, non è mai stata concepita per disarmare un attore simile: il suo mandato è di peacekeeping, non di enforcement, e il disarmo dei gruppi armati è formalmente responsabilità dello Stato libanese, non delle Nazioni Unite.

Perché oggi è diverso

La differenza, oggi, è politica prima ancora che militare. Con l’elezione del presidente Joseph Aoun e la nomina di Nawaf Salam a primo ministro, il Libano entra in una fase in cui la presenza armata di Hezbollah non viene più trattata come un tabù, ma come un problema strutturale che impedisce riforme, investimenti e normalizzazione internazionale.

È un passaggio cruciale: riconoscere Hezbollah come problema significa, implicitamente, riconoscere che il conflitto permanente con Israele non ha più una funzione “protettiva” per il Libano, ma serve soprattutto a mantenere il Paese dentro l’orbita strategica iraniana. In altre parole, la retorica della resistenza inizia a essere vista per ciò che è diventata: una cappa di potere esterna che soffoca la sovranità nazionale.

Il ruolo inevitabile di Israele

In questo quadro, l’intervento militare israeliano – per quanto controverso – appare sempre meno come una variabile esterna e sempre più come un fattore determinante per indebolire l’architettura regionale dell’Iran. Senza la pressione esercitata da Israele, Hezbollah non avrebbe alcun incentivo a ridimensionare la propria postura armata, né Beirut avrebbe lo spazio politico per affrontarne il disarmo.

È una realtà scomoda, ma difficilmente eludibile: nessuna forza internazionale ha mai disarmato Hezbollah, e UNIFIL non dispone né del mandato né dei mezzi per farlo. La scelta, per il Libano, non è quindi tra guerra e pace astratta, ma tra la permanenza in un sistema di proxy regionali e il recupero – doloroso ma necessario – di una sovranità effettiva.

Un Libano che guarda al Golfo

Il cambiamento libanese si inserisce inoltre in una tendenza regionale più ampia. Da anni, diversi Paesi del Golfo hanno progressivamente rivisto il loro atteggiamento nei confronti di Israele, passando dal rifiuto ideologico a una cooperazione pragmatica, spesso motivata dalla comune percezione della minaccia iraniana. Gli Accordi di Abramo hanno rappresentato solo la formalizzazione di un processo già in atto.

Il Libano, seppur con tempi e modalità diverse, sembra ora affacciarsi alla stessa consapevolezza: Israele non è il problema centrale della destabilizzazione regionale; l’Iran e la sua rete di milizie lo sono. Riconoscerlo non significa aderire a una narrativa israeliana, ma prendere atto di una realtà strategica che altri Paesi arabi hanno già metabolizzato.

Oltre l’ambiguità

Per decenni, la politica libanese ha prosperato nell’ambiguità: non contro Hezbollah, ma nemmeno veramente con lo Stato. Oggi quella zona grigia si restringe. Se questa nuova leadership avrà la forza di andare fino in fondo, sarà ancora tutto da vedere. Ma una cosa appare chiara: per la prima volta, Beirut sembra aver compreso che liberarsi di Hezbollah significa anche cambiare sguardo su Israele.

Non come alleato, forse, ma come attore inevitabile in un processo di uscita dall’egemonia iraniana. Ed è proprio questo cambio di paradigma – più che qualsiasi risoluzione ONU – a rendere la fase attuale potenzialmente storica.

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