Se Vaticano, Governo italiano e servizio pubblico sanno denunciare con forza uno Stato democratico come Israele, perché non trovano la stessa voce – né lo stesso spazio – per accusare l’Iran delle sue responsabilità regionali e per chiamare “genocidio” lo sterminio dei cristiani in Africa e Medio Oriente?
È prudenza diplomatica, cecità selettiva o la scelta consapevole di parlare solo dove non si paga alcun prezzo?
Africa e Siria: i numeri dimenticati delle stragi contro i cristiani
Negli ultimi anni, mentre l’attenzione internazionale si è concentrata su altri conflitti e crisi geopolitiche, migliaia di cristiani sono stati uccisi in Africa e in Medio Oriente in un contesto di violenze sistematiche, spesso motivate da estremismo religioso, instabilità politica e collasso degli Stati. I dati disponibili, raccolti da organizzazioni non governative, agenzie umanitarie e osservatori indipendenti, delineano un quadro grave e in larga parte sottovalutato.
L’Africa: il continente più letale per i cristiani
Secondo i principali rapporti internazionali sulla libertà religiosa, l’Africa subsahariana è oggi l’area del mondo in cui muoiono più cristiani a causa della violenza. Il caso più emblematico è quello della Nigeria, considerata da più osservatori il Paese più pericoloso al mondo per i fedeli cristiani.
Dal 2009, anno di inizio dell’insurrezione di Boko Haram, decine di migliaia di cristiani sono stati uccisi nel Paese. I responsabili indicati nei rapporti includono gruppi jihadisti come Boko Haram, ISWAP (Stato Islamico dell’Africa Occidentale) e milizie estremiste fulani. Oltre agli omicidi, sono documentati rapimenti di massa, incendi di chiese, distruzione di villaggi e sfollamenti forzati di milioni di persone.
Alcune ONG nigeriane stimano che nel solo 2025 migliaia di cristiani siano stati uccisi, precisando tuttavia che i numeri aggregano attacchi di diversa natura e che non sempre è possibile attribuire con certezza ogni episodio a un singolo gruppo armato. Anche utilizzando criteri più restrittivi, diverse organizzazioni internazionali concordano sul fatto che la Nigeria concentri la maggior parte delle uccisioni di cristiani a livello globale.
La violenza non si limita alla Nigeria. Nella Repubblica Democratica del Congo, in particolare nelle province orientali, il gruppo ADF, affiliato allo Stato Islamico, è responsabile di massacri di civili cristiani, inclusi attacchi a chiese durante le funzioni religiose. Testimonianze e rapporti parlano di uccisioni di massa, decapitazioni e interi villaggi svuotati.
Altri Paesi africani – come Mozambico (regione di Cabo Delgado), Burkina Faso, Mali, Somalia ed Eritrea – figurano stabilmente tra quelli con livelli di persecuzione “gravi” o “estremi”. In questi contesti, la violenza assume forme diverse: terrorismo jihadista, repressione statale, conversioni forzate, esclusione sociale e distruzione sistematica dei luoghi di culto.
La Siria: dalla guerra civile al declino di una presenza millenaria
In Siria, la persecuzione dei cristiani è strettamente legata alla guerra civile iniziata nel 2011 e alla successiva ascesa dello Stato Islamico (ISIS). Le azioni compiute dall’ISIS contro le minoranze religiose – inclusi cristiani, yazidi e altre comunità – sono state riconosciute da diversi governi e organismi internazionali come crimini contro l’umanità e atti di genocidio.
Nelle aree controllate dal gruppo jihadista, i cristiani sono stati vittime di uccisioni mirate, conversioni forzate, rapimenti, distruzione di chiese e siti storici. A ciò si è aggiunta una fuga di massa: la popolazione cristiana siriana si è ridotta drasticamente rispetto al periodo precedente al conflitto, principalmente a causa di violenze e migrazioni forzate.
Negli anni più recenti, anche dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS, la situazione resta fragile. Secondo osservatori internazionali, la Siria è oggi tra i Paesi con il più alto livello di persecuzione dei cristiani al mondo. Dopo il cambio di potere avvenuto nel 2024, nuove ondate di instabilità hanno colpito diverse regioni del Paese.
Nel biennio 2024‑2025 sono state segnalate uccisioni di civili cristiani durante scontri settari e operazioni di sicurezza, spesso in contesti in cui risulta difficile distinguere bersagli diretti e vittime collaterali. ONG umanitarie documentano inoltre attacchi a chiese, saccheggi di abitazioni e nuovi flussi di sfollati cristiani, soprattutto nelle aree costiere e nei grandi centri urbani.
Un fenomeno difficile da quantificare, ma impossibile da ignorare. Eppure, è ignorato
Un elemento ricorrente in tutti i rapporti è la difficoltà di quantificazione precisa. Alcune organizzazioni conteggiano solo i casi in cui il movente religioso è accertato, altre includono contesti di violenza mista – etnica, territoriale o politica. Nonostante queste differenze metodologiche, il quadro generale è coerente: i cristiani rappresentano una delle comunità religiose più colpite dalla violenza organizzata in diverse aree del mondo.
La scarsità di attenzione mediatica e politica su queste stragi contribuisce a renderle una crisi umanitaria largamente invisibile, nonostante l’ampiezza dei numeri e la sistematicità degli attacchi. I dati provenienti da Africa e Siria mostrano che la persecuzione dei cristiani non è un fenomeno marginale né episodico, ma una realtà strutturale legata a conflitti irrisolti, radicalizzazione e vuoti di potere. Comprendere e documentare questi eventi non significa ignorare le sofferenze di altre comunità, ma riconoscere che la libertà religiosa e la protezione delle minoranze restano questioni centrali per la stabilità e i diritti umani a livello globale.
Perché se ne parla “a bassissima intensità”?
Il Vaticano, tramite il suo osservatore permanente all’ONU, ha dichiarato pubblicamente nel marzo 2026 che i cristiani sono oggi la comunità religiosa più perseguitata al mondo, citando centinaia di milioni di persone colpite e migliaia di morti annuali.
L’ONU produce rapporti generali sulla libertà religiosa e sui diritti umani, ma raramente focalizzati in modo specifico sui cristiani come categoria distinta (li inserisce in “minoranze religiose” o “civili”).
L’Unione Europea e i singoli Stati membri (Italia compresa) menzionano il tema quasi esclusivamente in documenti tecnici, non in iniziative politiche centrali o campagne diplomatiche visibili (assenza di “naming and shaming” sistematico).
Perché la persecuzione dei cristiani “disturba più narrazioni”
Questa è una spiegazione ampiamente discussa in ambito accademico e mediatico, non una tesi complottista.
Secondo studi sociologici recenti, la persecuzione dei cristiani crea imbarazzo narrativo perché rompe lo schema Occidente = oppressore / Sud globale = oppresso; mostra cristiani come vittime non occidentali, spesso africani o mediorientali; mette in crisi la rappresentazione del cristianesimo solo come religione dominante o storicamente coloniale.
Uno studio accademico del 2025 mostra come il tema venga spesso depoliticizzato o relativizzato proprio per evitare di rafforzare narrazioni considerate “politicamente sensibili”.
Per paura di paura di “strumentalizzazione” → risultato: paralisi
Molti attori internazionali temono che parlare apertamente di cristiani perseguitati venga letto come scontro religioso; alimenti retoriche anti‑islamiche; venga strumentalizzato da forze politiche identitarie in Europa o USA.
Questo porta a una scelta frequente: meglio parlare di “civili”, “comunità locali”, “diritti umani in generale” che di cristiani nello specifico.
Il risultato pratico, però, è che il fattore religioso sparisce dall’analisi, rendendo anche le politiche di prevenzione meno efficaci.
Perché i cristiani perseguitati non sono “strategici”
Dal punto di vista della realpolitik (UE, Stati, ONU): i cristiani uccisi in Nigeria, Congo o Siria non muovono mercati, alleanze militari o flussi energetici; non hanno lobby internazionali forti (!); spesso vivono in aree periferiche, rurali o già marginalizzate.
Questo spiega perché una strage di 50 persone in Europa diventa emergenza globale, decine di villaggi cristiani cancellati in Africa restano notizie di nicchia. Non è un giudizio morale: è un meccanismo politico documentato.
Perché il fenomeno è frammentato
A differenza di altri genocidi o persecuzioni non c’è un solo regime, non c’è un solo conflitto, non c’è un solo colpevole ma sono implicati: jihadismo, milizie etniche, Stati autoritari, criminalità, guerre civili.
Questo rende difficile una risposta internazionale unitaria e facilita l’inerzia.
Il paradosso del Vaticano
Qui vale una distinzione chiave: tranne per ciò che riguarda lo Stato ebraico, nei confronti del quale l’atteggiamento è diametralmente opposto, il Vaticano si documenta molto (documenti, discorsi, rapporti) ma evita lo scontro politico diretto, per scelta diplomatica.
Il Vaticano tende a denunciare in modo morale e universale, ad evitare nomi, accuse frontali e pressioni pubbliche sistematiche. È una strategia coerente con la sua storia diplomatica, ma meno efficace mediaticamente rispetto ad altri attori. Non c’è un’unica ragione, né un complotto. C’è una convergenza di fattori: imbarazzo culturale, calcolo politico, paura di strumentalizzazioni, assenza di interesse strategico, frammentazione dei conflitti.
Il risultato è che una delle più grandi crisi di violenza religiosa contemporanea resta documentata, conosciuta, ma non prioritaria.
Di fronte all’avanzata di sistemi autoritari e teocratici, la Santa Sede sembra aver smarrito la via della “profezia” per rifugiarsi in una prudenza diplomatica che molti leggono come omertà.
La Politica del Silenzio: L’ombra dell’Ostpolitik
C’è un filo sottile che lega la diplomazia vaticana di oggi a quella dei periodi più bui del Novecento: la cosiddetta “politica del silenzio”. È una strategia di pragmatismo crudo che preferisce il sussurro dei corridoi alla condanna pubblica. Perché il Vaticano non attacca apertamente l’Iran o la Cina? La risposta ufficiale risiede nella tutela delle minoranze cristiane: il timore è che una parola di troppo scateni ritorsioni contro comunità già fragili.
È la logica che guidò Pio XII durante il nazismo: la neutralità come scudo per agire nell’ombra. Ma se ieri il dibattito divideva chi vedeva prudenza e chi inadeguatezza morale, oggi il compromesso con Pechino o il dialogo con Teheran – che pure occupa politicamente il Libano cristiano – appare come una scelta di pura Realpolitik. La Chiesa accetta il ruolo di “Chiesa del silenzio”, privilegiando la sopravvivenza istituzionale alla denuncia dei diritti calpestati.
Il “Doppio Standard” nei confronti delle Democrazie
Il contrasto si fa stridente con Israele. Qui il silenzio svanisce, lasciando il posto a una vivacità critica che molti percepiscono come un “doppio standard”. La giustificazione è paradossale: il Vaticano alza la voce con Israele perché è una democrazia liberale. Essendo un interlocutore che rispetta il diritto internazionale, Israele viene trattato come un partner a cui chiedere standard etici superiori.
Tuttavia, questa asimmetria mina l’autorità morale di Roma. Se si tace con chi impicca i dissidenti per paura, ma si grida contro chi si difende perché “educato”, la critica diventa opportunismo. Si insinua il sospetto di un pregiudizio storico: una scommessa geopolitica sul mondo islamico per tutelare privilegi e proprietà, ignorando che Israele rivendica territori che la storia, fin dalla dichiarazione di San Remo, gli ha riconosciuto, mentre le popolazioni arabe locali restano spesso ostaggio di regimi che ne negano l’integrazione per fini politici.
E l’Italia, è ancora uno Stato laico?
L’Italia sembra conformarsi esattamente alla politica estera vaticana – La farsa nella tragedia: chi è monsignor Marco Malizia e come arriva alla Farnesina
Monsignor (don) Marco Malizia è un sacerdote cattolico con un profilo già noto nelle istituzioni:
è stato cappellano militare ed è canonico della Basilica del Pantheon. Alla fine del 2024 / inizio 2025 viene nominato direttamente dal ministro degli Esteri Antonio Tajani come: consigliere ecclesiastico del ministro e cappellano ufficiale del Ministero degli Affari Esteri.
La nomina è a titolo gratuito e gli viene assegnato un ufficio all’interno della Farnesina, a pochi metri da quello del ministro. È la prima volta che un cappellano viene formalmente introdotto come figura stabile in un ministero civile italiano.
Il ruolo: ascolto, conforto e… celebrazioni religiose
Secondo quanto riportato dalla stampa: Malizia ha il compito di offrire ascolto e supporto spirituale al personale, promuovere «valori di solidarietà, dialogo e rispetto», a prescindere dal credo religioso dei dipendenti (questa è la formulazione ufficiale).
Nella pratica, però, il suo ruolo si è concretizzato anche in una presenza religiosa visibile e continuativa dentro il ministero: celebrazione di messe (incluse celebrazioni liturgiche ufficiali, come la Messa delle Ceneri), rosari e momenti di preghiera, iniziative spirituali e persino inviti a pellegrinaggi (come quello in Terra Santa).
Le funzioni si sono svolte all’interno della Farnesina e, in alcuni casi, in orario d’ufficio, seppure non nelle fasce di massima operatività.
Le messe “per gli impiegati” e il caso esploso nel 2026
È proprio questo punto a far esplodere il caso pubblico.
Nel febbraio 2026, il sindacato dei diplomatici (SINDMAE) invia una lettera ufficiale al segretario generale del Ministero sollevando varie questioni: il rispetto della laicità dello Stato, il pluralismo religioso tra funzionari e funzionarie, problemi organizzativi e amministrativi.
Tra le domande poste esplicitamente: partecipare o non partecipare alla messa ha conseguenze sul lavoro? le ore dedicate a funzioni religiose come vengono contabilizzate? chi non partecipa è in qualche modo penalizzato?
La lettera cita direttamente messe, rosari e veglie come eventi ormai ricorrenti nella vita del ministero.
Il sostegno politico di Tajani
Antonio Tajani non ha mai nascosto il proprio appoggio a Malizia: è lui ad averlo nominato personalmente, ha partecipato a eventi religiosi celebrati alla Farnesina, Malizia compare accanto a Tajani anche in celebrazioni ufficiali, come la Messa di Pasqua del 2025, celebrata alla Farnesina dal cardinale Pietro Parolin.
Tajani ha sempre presentato la scelta come un modo per: offrire supporto umano e morale a un corpo diplomatico sotto pressione, valorizzare una dimensione etica e spirituale del servizio pubblico (!).
Perché il caso è diventato simbolico
La vicenda Malizia non è esplosa solo per la presenza di un sacerdote, ma perché tocca un nodo sensibile: un ministero chiave dello Stato laico, una figura religiosa istituzionalizzata e non occasionale, attività religiose regolari rivolte ai dipendenti.
Per questo è diventata, sui giornali, il simbolo di una presunta “svolta spirituale della Farnesina”, suscitando ironie (comprensibili), critiche sindacali (legittime), ma anche difese politiche e culturali.
In sostanza: tre luoghi, una stessa parola: cristiani – Africa, Siria e Farnesina a confronto
In Africa e in Siria il cristianesimo è oggi, in molte aree, una religione di minoranza sotto assedio. In Italia, e persino nel cuore del Ministero degli Affari Esteri, il cristianesimo è invece una presenza istituzionale riconosciuta e protetta. Mettere a confronto questi tre luoghi non significa forzare un parallelo, ma misurare una distanza: geografica, politica e morale.
Africa: morire senza nome
In vaste aree dell’Africa subsahariana, essere cristiani significa vivere senza garanzie di sicurezza. In Paesi come Nigeria, Repubblica Democratica del Congo o Mozambico, comunità cristiane vengono colpite da milizie jihadiste, gruppi armati e violenza settaria. Villaggi bruciati, chiese distrutte, sacerdoti rapiti o uccisi, fedeli massacrati durante le funzioni religiose.
Queste violenze avvengono lontano dalle capitali europee, in zone rurali, periferiche, dove lo Stato spesso non esiste. Le vittime sono contadini, donne, bambini. I nomi raramente arrivano sui giornali. I numeri, quando emergono, restano confinati nei rapporti delle ONG.
Qui il cristianesimo non è un’identità culturale dominante, ma un fattore di vulnerabilità.
Siria: sopravvivere o scomparire
In Siria, il cristianesimo è una presenza millenaria che rischia di diventare residuale. La guerra civile, l’ascesa dell’ISIS e la successiva frammentazione del Paese hanno trasformato molte comunità cristiane in popolazioni in fuga.
Chiese distrutte, quartieri svuotati, intere famiglie emigrate. Anche dopo la sconfitta territoriale dello Stato Islamico, l’insicurezza continua: i cristiani restano inermi, spesso schiacciati tra fazioni armate, repressione e caos istituzionale.
Qui il cristianesimo non è perseguitato solo perché minoranza religiosa, ma perché privo di protezione politica. È tollerato quando non disturba, colpito quando diventa un bersaglio facile.
Farnesina: celebrare, discutere, polemizzare
Alla Farnesina, il Ministero degli Affari Esteri italiano, il cristianesimo non è una fede minacciata, ma una presenza ufficiale. Un cappellano cattolico – monsignor Marco Malizia – è stato nominato dal ministro Antonio Tajani come consigliere ecclesiastico. Celebra messe, rosari, momenti di preghiera per il personale. Ha un ufficio, un ruolo riconosciuto, una funzione stabile.
Il dibattito che nasce attorno a questa presenza non riguarda la sicurezza dei cristiani, ma la laicità dello Stato. Ci si chiede se le funzioni religiose siano opportune, se si tengano in orario d’ufficio, se tutti i dipendenti si sentano rappresentati. È una discussione legittima, tipica di una democrazia.
Ed è proprio questo il punto del confronto.
In Africa e in Siria: essere cristiani può significare rischiare la vita; non ci sono sindacati che protestano, né dibattiti pubblici; la protezione internazionale è debole o inesistente.
Alla Farnesina: essere cristiani significa poter celebrare liberamente; il problema non è la persecuzione, ma l’eccesso di visibilità; lo Stato discute di confini, non di sopravvivenza.
Il paradosso non è che in Italia si celebri la messa.
Il paradosso è che dove i cristiani muoiono, la politica tace, mentre dove sono al sicuro, la loro presenza diventa oggetto di polemica.
Questo confronto non chiede di esportare il modello della Farnesina in Africa o in Siria, né di sacralizzare le istituzioni italiane. Pone però una domanda inevitabile:
perché la diplomazia europea e italiana riesce a discutere di spiritualità nei propri palazzi, ma fatica a difendere concretamente chi, in nome della stessa fede, viene ucciso altrove?
Non è una contraddizione ideologica.
È una asimmetria di attenzione.
Italia meloniana: Lo Stato a Sovranità Limitata
Ma il vero “braccio secolare” di questa strategia è l’Italia. Nonostante una Costituzione laica, il rapporto tra Roma e il Tevere rivela un “costantinismo” residuo: uno scambio di convenienza dove i governi cercano nel “bollino” vaticano una legittimazione che non trovano nel consenso popolare, e la Santa Sede usa l’Italia come sponda diplomatica nelle sedi internazionali.
Questa subalternità è evidente nei media. La RAI, televisione di Stato, sembra ormai un’estensione dell’ufficio stampa d’Oltretevere. È grottesco vedere il TG1 delle 13:30 aprire con una visita del Papa nel Principato di Monaco mentre il mondo brucia. La rete di Stato e le testate nazionali trattano il Pontefice non come un leader religioso straniero, ma come l’autorità suprema del Paese, annullando nei fatti la laicità dello Stato.
La Confusione dei Ruoli: Papi Bis e ONLUS Globali
In questo scenario, si assiste a una vera trasfigurazione dei ruoli istituzionali. Da un lato, il Presidente della Repubblica che spesso parla “come un prete”, esercitando un magistero morale intriso di retorica cattolica che lo fa apparire come un “Papa bis”. Dall’altro, un Papa come Leone XIV che, nonostante il passato missionario, sembra scivolare verso il ruolo di dirigente di una gigantesca ONLUS globale.
Occupando ossessivamente i temi dell’agenda laica – clima, ecologia, migranti – la Chiesa ottiene un posto a tavola nei forum internazionali, ma perde la sua “ragione sociale”: la trascendenza. Se il messaggio si riduce a un’enciclica sul cambiamento climatico, perché un fedele dovrebbe rischiare la vita per Cristo in un villaggio sperduto dell’Africa? Chi cerca risposte sul senso della vita si sente tradito da una gerarchia che parla il linguaggio dell’ONU ma tace sul Logos.
Conclusione: Il naufragio del Sacro nel politico e del politico nel Sacro
La Chiesa di oggi sembra aver scommesso sulla rilevanza orizzontale (essere utile al mondo) perdendo quella verticale (unire l’uomo a Dio). La struttura diplomatica, guidata da figure come Zuppi, Parolin e Pizzaballa, appare arroccata sulla difesa della propria influenza politica e terrorizzata dal “vuoto” che si creerebbe se tornasse a fare pura teologia.
Se il Vaticano continua a comportarsi come uno Stato lobbyistico, sussurrando con i feroci e gridando con i democratici, finirà per essere applaudito dai media ma ignorato da chi cerca la Verità. Quando il Sacro viene sacrificato sull’altare della sopravvivenza istituzionale, non resta che una politica vuota, dove nessuno – dal Papa al Presidente – sembra più abitare con coerenza il proprio ruolo.
Il doppio doppio standard: il silenzio sulle colpe iraniane in Medio Oriente, il silenzio sul genocidio dei cristiani, la grande vocalità per quanto riguarda Israele da parte di Vaticano, Rai e Governo italiano
Questa convergenza di toni, silenzi e priorità tra Vaticano, Governo italiano e Rai è normale? Il doppio doppio standard che ho descritto è reale o solo percepito?
Se non esiste una “coincidenza assoluta” almeno in senso formale, questa esiste in senso pratico e comunicativo
Vaticano, Governo italiano e Rai hanno linee e ruoli diversi, ma: condividono lo stesso spazio geopolitico occidentale, reagiscono agli stessi eventi internazionali, parlano allo stesso pubblico nazionale ed europeo.
Sui temi mediorientali, in particolare Israele/Gaza, la visibilità comunicativa (dichiarazioni, servizi, titoli, prese di posizione morali) è molto più alta rispetto ad altri conflitti o persecuzioni religiose, come quelle contro i cristiani in Africa o Medio Oriente non israeliano.
Questo non implica coordinamento, ma produce un effetto di allineamento percepito.
Il doppio standard sul silenzio iraniano: reale o no?
L’Iran è: attore centrale in Libano (Hezbollah), Siria, Iraq, Yemen; responsabile diretto o indiretto di repressioni religiose, incluse persecuzioni contro cristiani e convertiti.
Tuttavia, la copertura mediatica italiana (Rai inclusa) sulle responsabilità iraniane regionali è molto più contenuta rispetto alla copertura su Israele; le dichiarazioni istituzionali europee e italiane tendono a usare un linguaggio prudente, diplomatico, spesso indirettamente critico, raramente frontale.
Questo è coerente con: il tentativo occidentale (UE inclusa) di mantenere canali aperti con Teheran su: nucleare, stabilità regionale, sicurezza energetica.
Non è silenzio totale, ma bassa intensità comunicativa, ed è una scelta politica, non un vuoto informativo.
Il genocidio dei cristiani: perché così poco visibile?
Qui il doppio standard è il più evidente, e lo riconoscono anche fonti non militanti.
Organismi internazionali e ONG concordano sul fatto che: l’Africa è oggi l’epicentro mondiale della violenza anticristiana, i cristiani sono tra le comunità religiose più colpite da attori non statali e Stati falliti. Eppure: queste violenze raramente diventano notizia di apertura, sono trattate come instabilità locale, non come questione globale di diritti umani.
Il Vaticano stesso denuncia regolarmente la persecuzione dei cristiani, ma: lo fa con linguaggio morale e universale, evitando accuse politiche dirette a singoli Stati (Iran incluso), per coerenza con la sua diplomazia multilaterale.
Qui il silenzio non è negazione, ma mancata priorità politica e mediatica.
Perché invece Israele è trattato diversamente?
Qui non serve complottismo, basta la struttura del sistema mediatico‑politico.
Israele è uno Stato riconosciuto, democratico, alleato dell’Occidente; parte di un conflitto altamente simbolico, carico di: storia europea, memoria coloniale, Shoah, diritto internazionale umanitario. Per questo: ogni azione israeliana è leggibile, giudicabile, imputabile; produce reazioni immediate da: Vaticano (piano morale), Governo (piano diplomatico), Rai (piano mediatico).
Iran, milizie jihadiste, gruppi armati africani: non rispondono agli stessi meccanismi di pressione, non hanno opinione pubblica occidentale interna, non sono soggetti allo stesso tipo di accountability.
Questo spiega la vocalità selettiva, non la giustifica, ma la rende comprensibile.
E la Rai, pagata dal canone tra le accise, si può permettere doppi doppi standard?
Lo può fare? Può ignorare il genicidio dei cristiani (che esiste) e favorire la propaganda di ispirazione jihadista di un “genocidio” quello di Gaza, che non esiste? La Rai ha un mandato di servizio pubblico, una dipendenza indiretta dal quadro politico‑istituzionale, una cultura redazionale che privilegia: conflitti “centrali”, attori riconoscibili, narrazioni già presenti nel dibattito europeo.
Il risultato è che Israele/Gaza diventa tema quotidiano; Iran, Africa, cristiani perseguitati restano servizi sporadici, rubriche specialistiche, notizie senza continuità narrativa.
Questo squilibrio è stato segnalato da studiosi dei media e ONG, anche senza accusare la Rai di censura.
E quindi, questo doppio doppio standard è normale? No, non è “normale” in senso etico.
Sì, è normale in senso sistemico.
Il doppio standard si vede, esiste, non nasce da un complotto (forse) ma da pessima professionalità e da una convergenza di interessi, paure, priorità e inerzie.
Il punto critico è che: chi ha più visibilità internazionale riceve più attenzione, chi ne ha meno viene sacrificato al silenzio.
E quindi, torniamo alla domanda iniziale:
Se Vaticano, Governo italiano e servizio pubblico sanno denunciare con forza uno Stato democratico come Israele, perché non trovano la stessa voce – né lo stesso spazio – per accusare l’Iran delle sue responsabilità regionali e per chiamare “genocidio” lo sterminio dei cristiani in Africa e Medio Oriente?
È prudenza diplomatica, cecità selettiva o la scelta consapevole di parlare solo dove non si paga alcun prezzo?



