Dalle sfuriate telefoniche con Netanyahu alla guerra asimmetrica ai cartelli sudamericani legati a Teheran e Mosca: l’apparente follia del tycoon nasconde un cinico pragmatismo transnazionale che l’Europa letargica non sa decodificare
Il dibattito pubblico italiano ha stabilito una nuova regola aurea della psichiatria applicata alla politica estera: la salute mentale di Donald Trump è direttamente proporzionale alla simpatia del suo nemico del giorno. Se attacca il Papa, le redazioni si trasformano in corsie di un ospedale psichiatrico, pronte a firmare il trattamento sanitario obbligatorio per l’arancione più imprevedibile del mondo. Ma basta che lo stesso uomo punti il dito contro Benjamin Netanyahu per trasformarsi, nell’arco di un titolo di prima pagina, nel più lucido e illuminato degli statisti contemporanei. Più che un cambio di linea, un miracolo clinico a giorni alterni.
Ecco che acquista immediatamente un’eco internazionale la sfuriata telefonica tra i due, fatta trapelare dal solito Axios a firma di Barak Ravid — ormai la testata più citata e saccheggiata al mondo dalle nostre redazioni, seconda solo ad Haaretz quando c’è da certificare una crisi aGerusalemme.
La dinamica del leak è un capolavoro del genere: una conversazione privata ad altissima tensione che diventa di dominio pubblico secondo il collaudato copione delle smentite incrociate. Lo staff di Netanyahu si affretta immediatamente a gettare acqua sul fuoco, negando il tono furioso del colloquio con la formula di rito del cordiale coordinamento tra alleati.
Una mossa da manuale della diplomazia classica che viene però polverizzata poche ore dopo dallo stesso Trump. Il tycoon, fedele alla sua dottrina della trasparenza asimmetrica e del “Donald Furioso” come strumento di marketing politico, non solo non smentisce, ma rivendica la strigliata. Per l’estetica trumpiana, ammettere di aver alzato la voce non è un segno di debolezza istituzionale, ma la prova muscolare di chi detta le condizioni: il “Dealmaker” non fa diplomazia felpata, mette i piedi sul tavolo.
E qui il corto circuito del commentariato di casa nostra tocca l’apice. Davanti al medesimo fatto (un presidente americano che urla al telefono con un capo di Stato alleato) i nostri analisti si trovano scissi. Fosse accaduto con un leader europeo o con il Pontefice, Axios sarebbe stato usato come prova regina dell’irresponsabilità psichica di un isolazionista pericoloso. Ma poiché l’interlocutore stavolta è Netanyahu, la smentita dell’ufficio del Premier israeliano viene declassata a “mossa disperata di chi trema”, mentre la conferma di Trump viene elevata a momento di altissima lucidità geopolitica. Il “pazzo” di ieri, insomma, diventa improvvisamente il poliziotto cattivo che serve per raddrizzare la rotta nel teatro mediorientale.
La recente evoluzione della postura strategica ed elettorale di Donald Trump offre in realtà una cartografia complessa dei mutamenti profondi che stanno attraversando non solo il panorama politico americano, ma l’intero assetto delle relazioni transatlantiche e dei quadranti di crisi globali, a partire dal Medio Oriente fino all’Europa orientale. Lungi dal ridursi a mera scomposizione umorale o a pura retorica massimalista, la narrazione del «Donald Furioso» risponde a una precisa logica di posizionamento tecnico e comunicativo. In un contesto mediatico internazionale saturo e polarizzato, l’adozione di un registro marcatamente assertivo (che i critici liquidano spesso come imprevedibile o erratico) si rivela uno strumento di pressione calcolato, mirato a scardinare gli schemi consolidati delle diplomazie tradizionali.
Sul piano interno, questo approccio si traduce in una sistematica decostruzione dei paradigmi dell’establishment di Washington, sfruttando i canali digitali e le arene pubbliche per imporre l’agenda tematica e ridefinire i confini del dibattito nazionale. Sul fronte internazionale, l’effetto ricercato è quello di una deterrenza psicologica asimmetrica: costringere alleati e avversari storici a rinegoziare i propri margini di manovra partendo da una condizione di incertezza strutturale sui futuri impegni strategici degli Stati Uniti. L’analisi tecnica di questa postura evidenzia una continuità profonda con la dottrina della transazionalità cinica, dove ogni dossier geopolitico (dalla spesa per la difesa della NATO alle rotte commerciali nel Pacifico) viene ricondotto a un calcolo di costi e benefici immediati. Non si tratta di isolazionismo dottrinale, bensì di un nazionalismo bilaterale e competitivo che rifiuta le mediazioni multilaterali ritenute penalizzanti per l’interesse nazionale americano. La decodifica del suo pensiero strategico sulla guerra e sui conflitti globali richiede quindi di abbandonare le lenti dell’idealismo geopolitico classico e di adottare una chiave di lettura strettamente transazionale, asimmetrica e basata sul calcolo dei flussi finanziari, commerciali ed energetici.
La lotta al narcotraffico e al network del terrore
Ma per decodificare davvero la mappa mentale di Trump, bisogna spostare lo sguardo dal Medio Oriente e osservare un altro fronte, molto più vicino ai confini di Washington: la sua personalissima guerra al narcotraffico in Sudamerica. Un dossier che i commentatori da salotto liquidano spesso come mera propaganda elettorale per l’elettorato del Texas, ma che nasconde una delle sue intuizioni strategiche più corrette e sottovalutate. La visione di Trump non si ferma al sequestro del carico di cocaina al confine; connette i puntini di un ecosistema criminale-statale transnazionale. Il narcotraffico in America Latina non è più una questione di bande di paese, ma il motore finanziario che tiene in piedi regimi mafiosi, illiberali e dichiaratamente ostili agli Stati Uniti.
È qui che si salda un asse d’acciaio asimmetrico:
● Il network del terrore: I cartelli sudamericani e le dittature regionali (con il Venezuela di Maduro nel ruolo di hub logistico) hanno aperto da tempo le porte alla penetrazione di Hezbollah e dei servizi siriani, che usano le rotte della droga e il riciclaggio di denaro nella Triple Frontera per finanziare le proprie operazioni in Medio Oriente.
● La sponda di Mosca e Teheran: Questo sistema di “Stati-mafia” non potrebbe sopravvivere senza la protezione geopolitica della Russia — che offre copertura militare e intelligence — e dell’Iran, che scambia tecnologia missilistica e droni in cambio di piattaforme logistiche a ridosso degli Stati Uniti.
Per Trump, dunque, colpire il narcotraffico sudamericano non è una mossa di moralismo proibizionista, ma un atto di guerra economica e securitaria: significa prosciugare i flussi di cassa che alimentano l’influenza di Mosca e Teheran nel cortile di casa americano. Un pragmatismo radicale che, ancora una volta, spiazza chi è abituato a leggere la geopolitica solo attraverso i comunicati felpati delle diplomazie tradizionali. Se Trump avesse un approccio rigorosamente razionale alla guerra avrebbe fatto strike, perché l’aver legato la sconfitta del narcotraffico sudamericano alla sradicamento dello stesso network collegato in Medio e Vicino Oriente sarebbe una grande liberazione per tutti: da Cuba al Libano, fino alle comunità ebraiche prese di mira dal terrorismo islamista di matrice iraniana (basti pensare alle ferite storiche degli anni ’90 a Buenos Aires con l’attentato all’AMIA).
La scomposizione dei quadranti: Ucraina, America Latina e Medio Oriente
Ucraina: La logica del disimpegno e del “costo opportunità”
La dinamica del conflitto russo-ucraino si scontra frontalmente con l’approccio di Trump alla risoluzione dei problemi. Una guerra di logoramento ad alta intensità, strutturata su trincee e linee fortificate, non offre “margini di trattativa rapidi” o transazioni commerciali immediate. Di fronte a una situazione in cui il ritorno sull’investimento (sia politico che economico) per gli Stati Uniti è percepito come nullo o negativo, la sua strategia tende alla saturazione dei costi per gli alleati o al progressivo disimpegno, lasciando che sia l’Europa a farsi carico di un quadrante che non considera vitale per gli interessi core di Washington (e a Trump non dispiace affatto umiliare un po’ un’Europa indifesa e inconcludente). Si tratta di una postura che non convince affatto, speculare a quella espressa in Italia dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle. Al contempo, paradossalmente, questa fase di pressione sta costringendo l’Ucraina a una paradossale emancipazione (risultando quasi meno oppressa dai vincoli strategici rispetto ai tempi dell’amministrazione Biden, in cui vigeva l’assurdo permesso di difendersi ma non di contrattaccare) e scuote un’Europa letargica, nella viva speranza che la moscissima Von der Leyen sia sostituita il più presto possibile da una figura del calibro di Mario Draghi.
America Latina: La Dottrina Monroe in chiave securitaria
L’intuizione sul Sud America risponde invece a una logica di sicurezza nazionale diretta e di “cortile di casa”. Il nesso tra cartelli della droga, Hezbollah e regime siriano rappresenta una minaccia asimmetrica che impatta direttamente sui confini statunitensi attraverso la piaga della crisi del Fentanyl e la gestione dei flussi migratori. Qui la guerra perde i connotati della geopolitica convenzionale per trasformarsi in un’operazione poliziesca e di sradicamento delle reti transnazionali che finanziano attori ostili al di fuori del controllo statale.
Il Medio Oriente: Perché non si può mollare? (Il fattore Cina e non solo)
Il Medio Oriente è il quadrante in cui la dottrina del disimpegno di Trump si ferma bruscamente: qui il tycoon non vuole e non può mollare. Un motivo è squisitamente politico: non può permettere che Netanyahu vinca da solo. Deve vincere con lui per poter imporre le sue condizioni, ovvero un’alleanza organica con Israele e il consolidamento di tutte le componenti dei Patti di Abramo. Poi vi è il grande fattore strategico: il timore che un eventuale ritiro lasci spazio alla Cina, un’analisi corretta che va declinata secondo precisi parametri tecnici.
La Cina è il più grande importatore di petrolio al mondo e dipende strutturalmente dal Golfo Persico. Pechino ha stretto un accordo strategico venticinquennale con l’Iran e acquista massicciamente greggio iraniano, spesso aggirando le sanzioni tramite la cosiddetta “flotta fantasma”. Il calcolo di Trump è lineare: controllare il Medio Oriente, attraverso una stretta alleanza con Israele e le monarchie del Golfo, significa avere le mani sull’interruttore energetico che alimenta l’industria cinese. Mollare il Medio Oriente non significherebbe solo perdere influenza, ma permettere alla Cina di mettere in sicurezza le sue rotte di approvvigionamento della Belt and Road Initiative e di stabilire una presenza navale permanente nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano.
Trump non intende impegnare truppe americane in “guerre infinite” (endless wars). La sua strategia mediorientale non prevede l’invio di contingenti, ma la creazione di un sistema di sicurezza regionale integrato che contenga l’Iran e, di riflesso, la penetrazione sino-russa. Da una parte gli Accordi di Abramo servono esattamente a questo: a normalizzare i rapporti tra Israele e il blocco sunnita (Arabia Saudita in primis) per creare un fronte unico tecnologico, militare ed economico. Gli USA fanno da garanti esterni, ma il lavoro sul campo è delegato agli attori locali. Dall’altra parte, l’Iran non è visto solo come un pericolo regionale, ma come il terminale mediorientale di un asse anti-occidentale che comprende Pechino e Mosca. Colpire l’economia iraniana tramite la politica della “massima pressione” e le sanzioni sul petrolio è un modo indiretto per colpire la catena del valore cinese e per impedire a Teheran di proiettare la sua influenza tramite i suoi proxy (Hezbollah e Houthi) sulle rotte marittime globali, come lo Stretto di Bab el-Mandeb e lo Stretto di Hormuz.
Conclusioni: La dottrina e i suoi limiti strutturali
In estrema sintesi: per Trump la guerra non è uno strumento per esportare la democrazia, ma un’estensione della competizione economica globale. Se in Ucraina il gioco non vale la candela finanziaria, in Medio Oriente cedere terreno alla Cina significherebbe consegnare a Pechino le chiavi della stabilità energetica e logistica mondiale. La postura in Medio Oriente, quindi, non è un’eccezione al suo pragmatismo, ma la sua massima applicazione: contenere il rivale sistemico (la Cina) strangolando i suoi fornitori (l’Iran) e blindando i propri clienti storici.
Da noi, soprattutto i giornalisti anti-americani e anti-israeliani si affannano a dare del pazzo a Trump, sostenendo che la sua pazzia sia alimentata da un Netanyahu che mira unicamente alla sconfitta del regime teocratico. Ma per lo Stato ebraico, senza la rimozione di quel regime, non potrà mai cessare la minaccia di distruzione che aleggia dal 1979. Evidentemente, per costoro, l’Iran andava lasciato indisturbato a governare con il terrore e a impiccare dissidenti a volontà, pur di difendere il loro mantra demenziale: “questa guerra la stiamo pagando noi con l’aumento dei prezzi”. È lo stesso vergognoso spartito ideologico dei leghisti e dei grillini nostrani che vorrebbero impedire all’Ucraina di sconfiggere Putin.
Purtroppo, se la teoria geopolitica di Trump si rivela strutturalmente corretta, la sua applicazione pratica rimane profondamente traballante. Il tycoon sconta un carattere a tratti infantile ed egocentrico: invece di tirare dritto lungo la linea strategica, si perde in personalismi, mettendosi a litigare a giorni alterni con il Papa, con l’Europa, con Zelensky e persino con Netanyahu, in un ciclo continuo di rotture e riappacificazioni spettacolari. Per fortuna che all’orizzonte di quell’amministrazione si staglia la figura di Marco Rubio: un profilo decisamente più lucido, dalle idee chiare e rigorose. La speranza è che sia proprio lui, in futuro, a guidare gli Stati Uniti.



