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Il contesto della operazione in Venezuela

In geopolitica non esistono spazi vuoti

Nessuno spazio vuoto.

La geopolitica non ammette spazi vuoti, è una questione di fisica elementare. E come per la fisica elementare non si scappa. Dalla caduta del muro in troppi hanno dato ragione a Fukuyama ed hanno creduto che la Storia fosse finita. Ovviamente non era così. Mentre l’Occidente si crogiolava nella prospettiva di un mondo pacificato nel segno del liberalismo, del liberismo e del capitalismo, il pianeta continuava a girare intorno al Sole e, con esso, continuava la sua caotica esistenza il genere umano. Continuava è il termine corretto perché da quando il primo uomo ha impugnato un’ascia di selce non c’è mai stato un momento in cui i Sapiens abbiano vissuto senza conflitti.

Cosa ci insegna la Storia.

Certo, fin dall’epoca di Omero abbiamo provato a codificare, o a regolamentare questa irrefrenabile pulsione a combattere, ma il risultato non è mai stato tale da inibirne il ricorso. Dobbiamo rassegnarci a questa condizione? No, ovviamente. Ma non dobbiamo neanche fingere che non sia così. Proprio per poter capire, una volta per tutte, cosa può rendere inutile il ricorso alla forza. Nel frattempo, però, restano valide tutte quelle regole di geopolitica che hanno spinto l’impero Hittita a scontrarsi con i faraoni egizi nell’odierna Israele, o a spingere la Cina a tentare l’invasione del Giappone nel XIII sec. E la prima di queste regole è, appunto, che la geopolitica non ammette spazi vuoti.

Le sfere di influenza

Che significa questo? Che il pianeta è diviso in sfere di influenza. Queste vengono generate dalle cosiddette “potenze egemoni”, cioè quelle potenze che sanno esercitare sulle altre nazioni un potere politico, economico e militare tale da condizionarne tanto la politica interna che quella internazionale. In situazioni particolari una potenza egemone di livello mondiale, quella che oggi chiamiamo “superpotenza”, può delegare parte del suo ruolo ad una potenza egemone locale che può fare i suoi interessi, in loco, in maniera più efficace proprio grazie alla maggiore conoscenza della situazione “in situ”. Ma comunque, anche questa potenza locale continua a rendere conto alla superpotenza e ne è succube.

Cosa resta di questi ottanta anni di pace.

Allora a noi cosa resta? A noi che dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo vissuto come parte dell’impero americano ma che ci siamo illusi di poterne affievolire gli atteggiamenti egemonici, di esserne la guida etica e morale, guardando agli americani come ad un popolo di semibruti che andavano educati ad un comportamento maturo, civile, rispettoso di certe regole che ci siamo dati, nella convinzione che il mondo fosse sufficientemente maturo da farle proprie ad ogni latitudine? Resta lo sconcerto di constatare la semplice realtà per la quale l’essere umano è rimasto lo stesso. I popoli si comportano sempre nello stesso modo. Le personalità capaci di porsi alla guida dei popoli agiscono sempre alla stessa maniera.

Gli errori dell’Occidente.

Per molti decenni gli apparati alla guida della potenza egemone di nostro riferimento, gli USA, hanno voluto strizzare un occhio all’Europa, lasciando che ci illudessimo di poter continuare a camminare con le nostre gambe. Una pia illusione, appunto. Avremmo dovuto capirlo quando sono arrivati i primi stop agli acquisti cinesi di infrastrutture strategiche. Invece no, l’Europa ha deciso di essere d’esempio al mondo varando una politica di riconversione all’elettrico che è stata un regalo alla Cina. Dovevamo rendercene conto quando, durante la ritirata americana dall’Afghanistan le truppe NATO sono state lasciate a cavarsela da sole. Invece abbiamo continuato a procrastinare una razionalizzazione delle politiche e delle spese militari.

Nel frattempo le altre potenze, l’Iran.

Nel frattempo quegli spazi vuoti lasciati dalle politiche compiaciute delle precedenti amministrazioni, sono stati riempiti dagli avversari dell’Occidente. L’Iran, potenza regionale, aveva creato la cosiddetta “mezzaluna sciita”, cioè un controllo militare, attraverso forze locali prezzolate, come gli Hezbollah, che realizzava una sostanziale continuità territoriale dal Golfo Persico al Mediterraneo passando per Iran, Iraq, Siria e Libano. Aveva cercato di gestire il passaggio attraverso il Mar Rosso finanziando, addestrando ed armando le forze yemenite ribelli degli Houthi e, soprattutto, stretto un forte legame di partnership militare con la Russia.

Nel frattempo la Russia.

A sua volta la Russia di putin, dopo un iniziale tentativo di avvicinamento all’Europa (Pratica di Mare), viste frustrate le sue richieste di un ruolo di primo piano, ha sfruttato l’assenza della NATO per ricostituire i suoi storici rapporti egemonici con le ex repubbliche sovietiche. Questo disegno si è realizzato con le successive invasioni di Transnistria, Cecenia, Ossezia del Sud, Georgia, Abkhazia, Crimea. Con il controllo politico della Bielorussia e col tentativo di presa del potere in Ucraina che si è trasformato nella attuale guerra di logoramento in Donbass.

Nel frattempo la Cina.

Ma ciò che ha definitivamente risvegliato gli Stati Uniti dal loro torpore è stata la Cina. Il dragone ha saputo agire, in maniera eccellente, su tre diversi livelli. Il riarmo e lo sviluppo tecnologico del suo apparato militare, ed in questo va compreso anche lo sviluppo delle capacità aerospaziali. Il Softpower commerciale, ottenuto grazie ad immense iniezioni di fondi ed infrastrutture nei paesi emergenti, soprattutto in Centrafrica e nel Sudest asiatico. La capacità di indirizzare le politiche occidentali verso l’uso di tecnologie nelle quali la Cina detiene il controllo. Tutto questo ha determinato grossi contraccolpi, sia in Europa che negli Stati Uniti e, in prospettiva, problemi ancora più importanti si profilano all’orizzonte. L’invasione di Taiwan, promessa a più riprese dalla Cina, il controllo della Rotta commerciale Artica, il controllo del Canale di Panama, il controllo della rotta circumafricana attraverso gli hub portuali. Il controllo dell’orbita bassa per le reti satellitari, il controllo dei principali giacimenti di terre rare, Litio e Cobalto.

Perché il Venezuela.

È in questo contesto che va inquadrata l’operazione degli USA in Venezuela, ed è per gli stessi motivi che appaiono ingenui, per non dire peggio, i peana di tutte quelle forze politiche vicine alla Cina, alla Russia, all’Iran, che oggi urlano alla violazione del Diritto Internazionale. Come affermato dalla neo premio Nobel Maria Corina Machado, venezuelana costretta all’esilio, il Venezuela era già stato invaso, da agenti cinesi, agenti russi, organizzazioni criminali e terroristiche come Hezbollah ed Hamas e dai cartelli della droga colombiani. Una situazione che, evidentemente, riduceva l’egemonia locale degli Usa, soprattutto a livello petrolifero, e ne riduceva altresì la sicurezza militare. Ma non solo. Ciò che sembra sfuggire è che la perdita di terreno geopolitico da parte di una superpotenza ha riflessi negativi anche su tutti i paesi che appartengono alla sua sfera di influenza. e questo sia in termini economici che di sicurezza interna.

Evidentemente i leader che appartengono a queste forze politiche sono all’oscuro dei principi alla base della geopolitica, oppure hanno interesse a vedere gli Stati Uniti ridimensionati e, con essi, l’intero mondo democratico. Oppure il loro interesse, per qualche motivo, coincide con quello delle dittature, delle autocrazie, delle teocrazie. O peggio un insieme delle tre cose.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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