Sono passato a Porta San Giovanni e ho visto il palco del Concertone.
Per un attimo mi è preso un colpo, perché avevo letto male la scritta. Uno di quei momenti rapidissimi in cui il cervello collega immagini, slogan e clima culturale tutto insieme. Poi mi sono fermato, ho riletto, ho capito l’errore.
O forse no.
Perché dopo quello che si è visto il 25 aprile, dove sono state raggiunte vette altissime, dopo cori antisemiti, insulti alla Brigata Ebraica, slogan indecenti e scene che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate inaccettabili da qualunque spazio civile, il problema è proprio questo: il dubbio ormai sembra plausibile.
A sto punto non mi sorprenderebbe più niente.
E allora facciamo un gioco. Anticipiamo il copione.
Ci saranno ospiti e cantanti che faranno a gara a chi apparirà più emotivamente coinvolto dalla “pace”. Pace detta sempre con quel tono teatrale da monologo finale di stagione. Alcuni avranno una spilla, altri una kefiah, altri ancora un fazzoletto o qualche simbolo ormai trasformato in uniforme. Perché oggi l’importante non è capire un conflitto, ma mostrare di appartenere al lato giusto della folla.
Ci sarà inevitabilmente qualcuno che parlerà di genocidio. Non uno storico, non un tribunale dopo un processo concluso, non una commissione indipendente arrivata a una sentenza definitiva. No. Lo diranno direttamente cantanti, influencer, attivisti occasionali e presentatori televisivi. Così, come fosse un hashtag. Come fosse una parola vuota da applicare a qualunque guerra pur di vincere moralmente la discussione.
Insomma qualcosa che rimandi all’unico non genocidio della storia che è diventato più importante di qualsiasi altro vero genocidio della storia. Perché?
Perché Israele è l’unico Stato al mondo a cui viene chiesto non solo di vincere una guerra, ma di vincerla senza sparare, senza reagire e possibilmente chiedendo anche scusa.
Mi immagino già le dirette social con la flottiglia, gli applausi automatici, la retorica del “buon vento!”, la folla che si emoziona per la performance politica più che per i fatti reali. Gli artisti saliranno sul palco sudati, perché bisogna dimostrare di essere “gente comune”, di stare “in mezzo al popolo”.
E poi arriverà il momento centrale. L’arena principale. La grande sacerdotessa morale della serata.
La relatrice.
Quella che tutti aspettano. La liberatrice di catene, la Khaleesi del grande mare d’erba, la voce definitiva del bene assoluto. Salirà sul palco e inizierà il monologo contro Israele. Parlerà di Netanyahu come se fosse già stato condannato da un tribunale internazionale dopo un processo concluso. Dirà che “la Corte Penale Internazionale ha deciso”, omettendo però qualche dettaglio fondamentale: un’accusa non è una condanna. Un mandato richiesto non è una sentenza definitiva. E soprattutto, il diritto internazionale dovrebbe funzionare attraverso processi, prove e contraddittorio.
Perfino Göring ebbe un processo.
Ma oggi no. Oggi basta la pressione mediatica. Basta il trend corretto. Basta la narrazione giusta ripetuta abbastanza volte da trasformarsi in verità automatica.
E nel frattempo tutto il resto sparisce.
Sparisce Hamas. Spariscono i razzi. Sparisce il 7 ottobre. Spariscono gli ostaggi. Sparisce il fatto che nessun altro Paese occidentale reagirebbe diversamente dopo un massacro di civili trasmesso in diretta.
Rimane solo il riflesso automatico: Israele colpevole. Gne gne.
E la cosa più inquietante non è nemmeno la propaganda in sé. La propaganda è sempre esistita. La cosa inquietante è l’estetica morale costruita attorno a questa propaganda. L’idea che basti salire su un palco, parlare di pace e indossare il simbolo corretto per sentirsi automaticamente dalla parte giusta della storia.
Anche quando si chiudono gli occhi davanti all’antisemitismo evidente.
Anche quando si tollerano slogan che, se rivolti a qualunque altra minoranza, provocherebbero scandali nazionali per settimane.
Anche quando si trasforma un conflitto complesso in una favola infantile con buoni assoluti e mostri assoluti.
E forse è proprio questo il problema più grande: non il Concertone, non il palco, non i monologhi già scritti.
Ma il fatto che ormai sappiamo già tutto prima ancora che inizi.



