Un esposto alla CPI accusa 14 leader dell’organizzazione di usare civili come scudi umani, torture e coscrizione infantile. Ecco i dettagli della denuncia che l’informazione italiana ha deciso di ignorare
Mentre il dibattito pubblico e geopolitico globale si concentra quasi esclusivamente sulle macro-dinamiche del conflitto in Medio Oriente, un’iniziativa legale di portata storica è passata quasi completamente inosservata, in particolare in Italia. Un team di legali internazionali – composto da Elliot Malin, Eli Rosenbaum (storico ex cacciatore di nazisti del Dipartimento di Giustizia USA) e Sarah Scialom – ha depositato presso la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia un dettagliato dossier contro 14 alti esponenti di Hamas.
L’esposto non si limita a colpire la leadership militare sul campo, ma scardina l’intera catena di comando dell’organizzazione, accusando i vertici politici e civili di gravi crimini commessi anche contro la stessa popolazione palestinese di Gaza.
La Struttura Legale del Dossier e i Profili degli Accusati
La strategia dei legali si fonda sul principio della responsabilità penale individuale e sulla responsabilità di comando (regolata dallo Statuto di Roma). Secondo il diritto internazionale, i leader non rispondono solo delle azioni che compiono materialmente, ma anche dei crimini ordinati, tollerati, agevolati o non impediti pur avendo il potere gerarchico per farlo.
Il dossier divide i 14 indagati in tre categorie strategiche:
1. I Vertici dell’Ufficio Politico (I Decision-Makers)
Si tratta della leadership diplomatica e strategica che risiede o ha risieduto all’estero (Qatar, Turchia, Libano). L’accusa legale si concentra sulla direzione strategica, l’allocazione dei fondi internazionali e la pianificazione politica:
- Khaled Mashaal: Ex capo supremo dell’ufficio politico, considerato il fulcro delle decisioni strategiche globali e delle relazioni diplomatiche del movimento.
- Mousa Abu Marzook: Tra i fondatori storici dell’ufficio politico, chiave nella gestione delle finanze transnazionali e dei canali di finanziamento di Hamas.
- Khalil al-Hayya: Vice capo di Hamas a Gaza, figura di raccordo tra l’ala diplomatica estera e i comandanti militari sul campo.
- Izzat al-Rishq: Capo dell’ufficio relazioni con i media, accusato di pianificare la strategia di propaganda e di disinformazione bellica.
- Husam Badran: Portavoce ufficiale e responsabile delle relazioni interne e nazionali dell’ufficio politico.
2. Funzionari del Governo Civile e Propaganda a Gaza
Figure che gestiscono la macchina burocratica, i ministeri e l’apparato di sicurezza interna nella Striscia. Legalmente, viene contestata la loro responsabilità diretta nelle politiche oppressive verso la popolazione civile locale:
- Mahmoud al-Zahar: Co-fondatore di Hamas ed ex ministro degli Esteri a Gaza, ideologo della linea ultra-radicale del movimento.
- Ghazi Hamad: Alto funzionario governativo e portavoce, utilizzato per giustificare le azioni militari davanti alla stampa internazionale.
- Basem Naim: Medico, ex ministro della Salute, esponente di spicco del dipartimento per le relazioni internazionali a Gaza.
- Fathi Hamad: Ex ministro dell’Interno a Gaza e capo della TV Al-Aqsa. È accusato di aver diretto l’apparato di sicurezza interna che ha represso con il sangue il dissenso interno palestinese.
3. Comandanti dell’Ala Militare e della Sicurezza (Gli Esecutori)
Comandanti operativi delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam e dell’intelligence militare. Su di loro pesano le accuse più gravi relative alla condotta dei combattimenti:
- Zaher Jabarin: Capo delle operazioni finanziarie delle Brigate al-Qassam, gestore del denaro destinato alle cellule armate in Cisgiordania e Gaza.
- Nizar Awadallah: Membro influente del consiglio direttivo (Shura) con forti legami operativi con le milizie.
- Izz al-Din al-Haddad (Abu Sajjad): Comandante della Brigata di Gaza Città, una delle figure militari più rilevanti sul campo.
- Mohammed Odeh: Alto ufficiale legato alla logistica militare e al rifornimento di armamenti.
- Muhannad Rajab: Ufficiale addetto alla sicurezza sul terreno e al controllo territoriale delle milizie.
Le Fattispecie di Reato Contestate
L’esposto chiede alla CPI di procedere per la violazione degli Articoli 7 (Crimini contro l’umanità) e Articolo 8 (Crimini di guerra) dello Statuto di Roma. Le accuse principali si articolano su tre direttrici:
- Uso sistematico di scudi umani: Il posizionamento deliberato di tunnel, depositi di munizioni e postazioni di lancio missilistiche all’interno o al di sotto di infrastrutture civili protette (scuole, ospedali, moschee e aree residenziali), esponendo i civili palestinesi alla reazione militare.
- Coscrizione infantile: L’arruolamento, l’addestramento e l’impiego di minori di 15 anni in attività di combattimento o di supporto logistico militare.
- Crimini interni contro i palestinesi: Arresti arbitrari, torture sistematiche nei centri di detenzione gestiti da Hamas ed esecuzioni extragiudiziali di civili di Gaza accusati di “collaborazionismo” con il nemico, spionaggio o semplice opposizione politica al regime di Hamas.
Il Blackout Mediatico in Italia. Perché nessuno ne parla?
Mentre agenzie internazionali e testate estere (come la svizzera RSI) hanno dato copertura all’iniziativa dei legali Malin, Rosenbaum e Scialom, nei media mainstream italiani (telegiornali, grandi quotidiani nazionali, talk show) la notizia è stata accolta da un silenzio assoluto.
Le ragioni di questo blackout informativo non sono necessariamente frutto di un complotto, bensì di precise dinamiche editoriali, politiche e strutturali del giornalismo italiano:
1. La polarizzazione del racconto (“Vittime vs Carnefici”)
Il dibattito pubblico italiano sul conflitto mediorientale è fortemente polarizzato e tende a ridurre la complessità a una narrazione binaria. Un esposto legale che accusa Hamas di crimini commessi contro gli stessi palestinesi di Gaza (come la tortura dei dissidenti o l’uso di scudi umani) rompe lo schema narrativo standard che vede la popolazione di Gaza unicamente come vittima delle azioni israeliane. Introdurre la nozione legale che la leadership di Hamas risponda penalmente delle sofferenze dei propri cittadini complica il “frame” giornalistico semplificato a cui il pubblico italiano è abituato.
2. La dipendenza dalle veline delle grandi agenzie e la pigrizia investigativa
Il giornalismo degli esteri in Italia soffre cronicamente di una carenza di risorse. La maggior parte delle redazioni si limita a tradurre e rielaborare i flussi delle grandi agenzie di stampa internazionali (Reuters, AP, AFP) o i comunicati ufficiali delle istituzioni (ONU, governi). Se una notizia tecnica di diritto internazionale non viene “spinta” da un forte ufficio stampa o non fa parte delle dichiarazioni politiche del giorno, difficilmente i giornalisti italiani vanno a scovare i depositi di atti presso la CPI, ignorando iniziative legali indipendenti seppur guidate da figure di rilievo come Eli Rosenbaum.
3. La focalizzazione sulla politica interna e lo “spettacolo” della guerra
In Italia, la politica estera viene quasi sempre letta attraverso la lente della politica interna: la notizia serve se può essere usata per lo scontro tra partiti italiani. Un dossier puramente tecnico e legale, radicato nel diritto internazionale pubblico, offre pochi spunti per la polemica politica nostrana da talk show. Inoltre, i media italiani prediligono la cronaca visiva e d’impatto (i bombardamenti, le proteste di piazza, le dichiarazioni incendiarie dei leader) rispetto all’approfondimento dei complessi e lenti procedimenti giudiziari dell’Aia.
4. Il timore delle accuse di “propaganda”
In un clima di fortissima tensione ideologica, i media spesso autocensurano notizie che temono possano essere strumentalizzate. Parlare dei crimini interni di Hamas e dell’uso dei civili come scudi umani viene spesso percepito da una parte della galassia editoriale e politica come un tentativo di “giustificare” i danni collaterali della risposta militare israeliana. Per evitare accuse di parzialità o dure contestazioni da parte delle fazioni filopalestinesi (molto attive nel panorama italiano), molte redazioni preferiscono semplicemente omettere la notizia.
Considerazioni Conclusive
L’istanza presentata alla CPI rappresenta un passo fondamentale per l’evoluzione del diritto penale internazionale: essa sposta il focus della responsabilità penale non solo sulle macro-azioni di guerra, ma sulla responsabilità interna di un regime de facto verso la popolazione che dichiara di governare. Il silenzio dei media italiani su questa vicenda priva l’opinione pubblica di uno strumento essenziale per comprendere la complessità del conflitto, dimostrando come l’informazione italiana spesso preferisca la contrapposizione ideologica all’accuratezza dei fatti giuridici.



