HomeEsteriLa “Guerra Civile” Islamica: oltre Gaza e lo scontro sunniti-sciiti

La “Guerra Civile” Islamica: oltre Gaza e lo scontro sunniti-sciiti

Come la faglia tra Iran e monarchie del Golfo sta ridisegnando il Medio Oriente e il ruolo degli Accordi di Abramo

Oltre la cronaca di Gaza: la trasformazione tettonica del Medio Oriente

Per mesi, il dibattito pubblico occidentale è rimasto prigioniero di una narrazione bidimensionale. Mentre i media si concentravano ossessivamente sulla sofferenza della popolazione di Gaza, filtrata attraverso le lenti della propaganda di Hamas e restituita con un linguaggio più vicino al colore giornalistico che all’analisi geopolitica, il Medio Oriente stava vivendo una trasformazione tettonica. Dietro il paravento del conflitto israelo-palestinese, si sta infatti consumando una vera e propria guerra civile interna all’Islam. Si tratta di un ecosistema in fiamme dove la linea di faglia tra Sunniti, che rappresentano l’85-90% dei fedeli, e Sciiti, che ne costituiscono il 10-15%, definisce gli equilibri globali molto più di quanto non faccia il rapporto con l’Occidente.

La frattura storica

Questa radice del caos affonda ben oltre la cronaca recente, essendo l’appendice di una frattura teologica risalente al 632 d.C. Dopo la morte di Maometto, la disputa sulla successione, divisa tra il consenso dei compagni per i Sunniti e la linea di sangue per gli Sciiti, ha generato un odio ancestrale. La battaglia di Kerbala del 680 d.C., dove il nipote del Profeta, Hussein, fu massacrato, rimane il nucleo emotivo del martirio sciita, oggi sapientemente trasformato dall’Iran in uno strumento di aggressività geopolitica.

L’espansionismo di Teheran

Dalla rivoluzione del 1979, Teheran ha smesso di essere solo uno Stato per diventare l’avanguardia di una rivoluzione globale. La creazione della cosiddetta Mezzaluna Sciita, un arco di influenza che attraversa Libano tramite Hezbollah, Yemen con gli Houthi e l’Iraq, serve ad accerchiare i regni sunniti. In questo contesto, l’appoggio iraniano a Hamas, che paradossalmente è un movimento sunnita, si rivela puro cinismo strategico. L’obiettivo è usare la causa palestinese per delegittimare i sovrani arabi, accusandoli di essere servi di Israele mentre i loro stessi territori vengono minacciati dai proxy iraniani.

Il mito della solidarietà araba

La storia, del resto, smentisce la retorica della solidarietà araba incondizionata, poiché i palestinesi sono stati spesso percepiti come un corpo estraneo destabilizzante dai loro stessi vicini. Lo dimostrano eventi drammatici come il Settembre Nero del 1970, quando la Giordania massacrò migliaia di palestinesi per proteggere la propria sovranità, o l’intervento siriano contro l’OLP nel massacro di Tel al-Zaatar in Libano nel 1976. Persino il Kuwait, nel 1991, procedette all’espulsione di massa dei palestinesi dopo il loro sostegno a Saddam Hussein, segnando la fine dei finanziamenti del Golfo. È proprio questo isolamento, nato dai tradimenti dei fratelli sunniti, che ha spinto le fazioni palestinesi nell’abbraccio tattico di Teheran.

Il Nuovo Ordine: gli Accordi di Abramo

Il 2020 ha segnato un vero “Big Bang” geopolitico con gli Accordi di Abramo, che hanno sancito il superamento di un tabù storico: per molti paesi arabi, il nemico non è più Gerusalemme, ma Teheran. Questa svolta ha trasformato l’ostilità ideologica in un’alleanza pragmatica basata su sicurezza e tecnologia. Oggi, gli Emirati Arabi Uniti rappresentano la punta di diamante di questa rottura. Mentre l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman agisce con cautela per proteggere i progetti faraonici di Vision 2030, gli Emirati si muovono come un motoscafo agile. Lo strappo storico della loro uscita dall’OPEC, annunciata per il maggio 2026, è volto a massimizzare la produzione petrolifera per finanziare un’indipendenza strategica fondata sulla difesa super-tecnologica. Con una popolazione autoctona ridotta ad appena l’11%, gli Emirati non possono permettersi guerre d’attrito e affidano la propria sicurezza a droni, intelligence israeliana e sistemi laser per neutralizzare la massa d’urto iraniana.

I Fratelli Mussulmani, la sudditanza dei media occidentali ad Al Jazeera e gli effetti geopolitici

In questo scenario, la miopia europea e italiana appare evidente, frutto di una miscela di pigrizia intellettuale e influenza economica. Il Qatar ha perfezionato la propria fabbrica del consenso attraverso Al Jazeera, seducendo le sinistre occidentali con una narrativa progressista mentre finanzia l’Islam politico dei Fratelli Musulmani. Lo scandalo Qatargate è solo la punta dell’iceberg di un sistema che compra il silenzio dei decisori. I media italiani, schiacciati dalla crisi economica, preferiscono spesso il clickbait emotivo di Gaza alla spiegazione dei complessi conflitti demografici nel Golfo. Raccontare che Gaza è spesso usata come esca dall’Iran per distruggere l’integrazione tra arabi e Israele richiederebbe un coraggio editoriale oggi latitante.

Un tassello fondamentale per comprendere questo caos è rappresentato proprio dai Fratelli Musulmani. Fondata in Egitto nel 1928, questa organizzazione sunnita costituisce la radice dell’Islamismo moderno, ma la sua posizione è peculiare. A differenza delle monarchie del Golfo che predicano l’obbedienza al sovrano, i Fratelli Musulmani sono rivoluzionari e credono che il potere debba appartenere a chi applica la legge islamica, anche rovesciando i regnanti. Per questo motivo, Emirati e Arabia Saudita li considerano una minaccia peggiore dell’Iran, mentre Qatar e Turchia li sostengono come strumento di influenza. Nonostante siano sunniti, hanno un rapporto di reciproca ammirazione con la rivoluzione sciita iraniana basato sull’idea che l’Islam debba farsi Stato contro l’Occidente. Hamas ne è l’esempio perfetto: branca palestinese dei Fratelli Musulmani che accetta armi e finanziamenti sciiti in un’alleanza tattica dove l’Iran fornisce i mezzi e i Fratelli Musulmani la carne da cannone. Tuttavia, questo asse si rompe laddove gli interessi collidono, come in Siria, dove i Fratelli Musulmani hanno combattuto contro l’alleato iraniano Assad. In definitiva, essi sono sunniti eretici per le monarchie del Golfo, ma partner strategici per Teheran quando si tratta di destabilizzare l’ordine arabo tradizionale.

Nuovi attori globali

In questo vuoto di visione occidentale si inserisce infine la Cina, che utilizza il Pakistan come perno di un nuovo equilibrio. Pechino non cerca lo scontro ideologico, ma la stabilità necessaria ai suoi commerci, e il Pakistan, con la sua massiccia minoranza sciita e l’élite sunnita, funge da laboratorio per una mediazione che l’Europa non è più in grado di esercitare. Mentre l’Occidente resta ipnotizzato dalle immagini di cronaca, il mondo islamico sta ridisegnando i propri confini. Resta da capire se il pragmatismo tecnologico degli Emirati prevarrà sulla propaganda ideologica o se l’Europa continuerà a essere un attore passivo, capace solo di guardare dove le viene permesso di guardare.

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