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Il grande inganno: come ONU, ONG e giornalisti italiani hanno costruito la più vasta operazione di diffamazione contro Israele

Per anni le accuse contro Israele – genocidio, carestia, apartheid, “giornalisti martiri”, “medici civili” – sono state trattate come verità istituzionali. Oggi crollano una dopo l’altra, insieme al sistema che le ha prodotte.

C’è un punto che ormai non si può più ignorare: le grandi accuse contro Israele — quelle storiche e quelle nuove, quelle ripetute per decenni e quelle inventate all’indomani del 7 ottobre — stanno crollando una dopo l’altra. Non perché Israele abbia improvvisamente trovato una strategia comunicativa efficace, ma perché la realtà, quando finalmente riesce a emergere, ha la forza di un terremoto. E il terremoto sta facendo venire giù un edificio che molti fingevano di non vedere: un sistema di propaganda istituzionalizzata che parte dai “piani alti” dell’ONU, passa attraverso ONG compiacenti, e arriva ai giornalisti occidentali che hanno rinunciato al loro mestiere.

Per anni ci hanno raccontato che Gaza era “occupata”, che Israele praticava “apartheid”, che ogni guerra era un “genocidio”, che ogni restrizione era una “carestia”, che ogni combattente con una telecamera era un “giornalista”, che ogni quadro di Hamas con un camice era un “medico”, che ogni struttura infiltrata era un “ospedale civile”. E per anni queste accuse sono state ripetute come verità sacre, perché a certificarle non erano solo attivisti o propagandisti, ma le istituzioni che dovrebbero garantire la neutralità: UNRWA, UNHRC, OCHA, relatori speciali, commissioni d’inchiesta, agenzie tecniche. L’ONU non si è limitata a rilanciare narrazioni: le ha trasformate in linguaggio ufficiale, in rapporti, in risoluzioni, in dichiarazioni solenni. Ha dato alla propaganda la dignità della burocrazia internazionale.

Il caso UNRWA è solo il più clamoroso. Per anni presentata come un’agenzia umanitaria neutrale, oggi sappiamo che decine di suoi dipendenti erano quadri di Hamas, che scuole e ospedali erano infiltrati, che la neutralità era una finzione. Non è un incidente: è un sistema. UNIFIL ha chiuso gli occhi mentre Hezbollah ricostruiva arsenali sotto il suo naso. L’UNHRC ha prodotto più risoluzioni contro Israele che contro tutte le dittature del pianeta messe insieme. E tutto questo non è frutto di incompetenza, ma di una cultura interna che da decenni ha adottato la narrativa terzomondista anti‑occidentale come grammatica politica. L’ONU non è più un arbitro: è diventata un attore.

E qui entra in scena il giornalismo occidentale, soprattutto quello italiano, che ha scelto di non vedere. Non parlo di tendenze astratte, ma di casi concreti, pubblici, verificabili. La RAI ha trattato per mesi i numeri del Ministero della Sanità di Gaza — un organo controllato da Hamas — come se fossero dati neutrali, senza mai informare il pubblico della natura della fonte. In più di un’edizione del TG1 e del TG3 si è parlato di “carestia” citando OCHA e UNRWA, senza mai verificare i parametri tecnici della carestia né menzionare le interferenze di Hamas nella distribuzione degli aiuti. Su La7 la narrativa del “genocidio” è stata rilanciata come se fosse una categoria giuridica applicabile, citando rapporti ONU senza mai spiegare che nessuna corte internazionale ha stabilito l’esistenza di un intento genocidario. C’è chi ha parlato di “giornalisti uccisi deliberatamente” citando liste compilate dal Government Media Office di Hamas, ignorando completamente il fatto che quelle liste sono state poi corrette dal CPJ, che ha rimosso nomi dopo che Hamas stesso aveva celebrato alcuni “reporter” come combattenti; chi ha rilanciato la narrativa dell’apartheid citando Amnesty e HRW, senza mai menzionare che le stesse ONG hanno ammesso di usare una definizione “estensiva”, cioè non corrispondente al significato storico del termine; chi ha parlato di “occupazione di Gaza” ignorando il ritiro del 2005 e il colpo di stato di Hamas del 2007. E diversi giornalisti hanno presentato quadri di Hamas come “medici civili”, ignorando foto, documenti e dichiarazioni che li mostravano in ruoli ufficiali del movimento.

Questi non sono incidenti isolati. Sono la prova di un fenomeno più profondo: il giornalismo italiano ha rinunciato alla verifica quando la fonte era l’ONU, quando la narrativa era terzomondista, quando la storia era emotivamente conveniente. Ha trattato UNRWA come fonte neutrale, UNHRC come arbitro imparziale, OCHA come osservatore tecnico. Ha ignorato la storia politica di queste agenzie, la loro cultura interna, la loro dipendenza dai governi locali, la loro esposizione alla pressione di Hamas. Ha ignorato il fatto che la propaganda palestinese veniva ufficializzata dall’ONU e poi rilanciata dai media come se fosse verità istituzionale.

Il risultato è che oggi, mentre le accuse crollano una dopo l’altra, il giornalismo italiano si trova in una posizione imbarazzante. Non può ammettere di aver sbagliato per anni. Non può ammettere di aver creduto a fonti manipolate. Non può ammettere di aver ignorato prove che ora emergono con chiarezza. Non può ammettere di aver tradito la propria funzione. E allora preferisce tacere, minimizzare, cambiare discorso. Ma la responsabilità resta: la più vasta operazione di diffamazione contro uno Stato democratico è passata attraverso le mani di giornalisti che hanno scelto di non verificare.

Il crollo delle accuse contro Israele non è solo un fatto politico. È un fatto morale. È la dimostrazione che un intero sistema di produzione della verità ha funzionato per anni secondo logiche ideologiche, non secondo logiche di verifica. È la dimostrazione che la neutralità istituzionale è stata sostituita dalla militanza. È la dimostrazione che la propaganda può diventare linguaggio ufficiale quando le istituzioni rinunciano alla propria funzione. E soprattutto è la dimostrazione che, quando la realtà emerge, le narrazioni costruite crollano. Una dopo l’altra. Senza rumore, ma con effetti profondi. Perché ciò che crolla non è solo un’accusa: è la credibilità di chi l’ha sostenuta.

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