HomePoliticaL'ipocrisia vile dei Giochi del Mediterraneo

L’ipocrisia vile dei Giochi del Mediterraneo

La tela di ragno geopolitica contro Israele, il servilismo italiano e il moralismo a targhe alterne della sinistra politica

La recente sortita del deputato del PD Mauro Berruto sui Giochi del Mediterraneo merita una risposta ferma e senza sconti retorici, perché non rappresenta un isolato commento di costume sportivo: si tratta dell’ennesimo esercizio di manipolazione morale destinato a rovesciare la realtà storica, distorcere i fatti di diritto internazionale e pretendere di giustificare l’ingiustificabile. La tesi ventilata — secondo cui la retorica del Mare Nostrum “che unisce” si infrangerebbe unicamente contro la condotta israeliana, e che il ban dello Stato ebraico sarebbe una sorta di fisiologica e dovuta conseguenza etica — è una costruzione ideologica che non regge in alcun modo alla prova della storiografia né della coerenza geopolitica.

Nel 1951, quando la prima edizione dei Giochi del Mediterraneo fu inaugurata ad Alessandria d’Egitto su intuizione del vicepresidente del CIO Muhammed Taher Pasha, Israele aveva un’unica, imperdonabile colpa agli occhi dei suoi promotori: quella di esistere. Era uno Stato ebraico appena fondato, miracolosamente sopravvissuto all’aggressione militare congiunta sferrata nel 1948 da ben cinque eserciti arabi. Non esisteva alcuna “occupazione”, non esisteva alcuna “striscia assediata”, né alcuna delle categorie sociopolitiche oggi usate come grimaldello morale. L’esclusione di Israele fin dal primo giorno fu una decisione strettamente politica ed etnico-religiosa, dettata dall’ostracismo sistematico del blocco arabo all’interno del plenum del Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo (CIJM). Un boicottaggio che con lo sport e i valori olimpici non ha mai avuto nulla a che fare.

Eppure, difronte a questa discriminazione genetica e originaria, l’Italia e i Paesi europei hanno preferito girarsi dall’altra parte per settantacinque anni. Una passività vile che ha accettato la creazione di un vistoso e grottesco paradosso geografico: mentre ad atleti provenienti da Paesi privi di qualsiasi sbocco sul Mediterraneo — come la Serbia, la Macedonia del Nord, il Kosovo, Andorra o San Marino — è concessa la regolare partecipazione, a uno Stato che si affaccia pienamente su quel mare viene precluso ogni accesso. E sconcerta che si faccia finta di dimenticare come nazioni dell’area balcanica si siano macchiate in tempi recenti di atroci crimini di guerra senza che nessuno si sognasse di sollevare un ostracismo permanente dalla competizione.

La Falsificazione dei Numeri e la Retorica di Berruto

In questo quadro di desolante ipocrisia, la figura di Mauro Berruto incarna la deriva di una classe politica che usa lo sport come clava ideologica anti-israeliana. La sua insistente richiesta di un ban totale di Israele dalle competizioni internazionali, paragonando lo Stato ebraico alla Russia di Putin o al Sudafrica dell’apartheid, si regge su cifre e narrazioni a dir poco distorte. Citarne le uscite significa mostrare il cortocircuito metodologico di chi sventola numeri non verificati — parlando di oltre mille presunti atleti uccisi — citando unicamente i bollettini propaganda del Comitato Olimpico Palestinese e di organizzazioni come Hamas.

Non soltanto le cifre reali citate dalle stesse fonti palestinesi risultano marcatamente inferiori, ma si tace colpevolmente su un dato strutturale: la sistematica sovrapposizione tra ruoli civili e miliziani armati operata da Hamas e dalla Jihad Islamica. Negli stessi necrologi ufficiali diffusi a Gaza, molti degli individui indicati genericamente come “atleti” si rivelano essere combattenti arruolati a tutti gli effetti nelle brigate terroristiche. Presentarli in blocco come vittime civili dello sport significa piegarsi a una becera operazione di disinformazione.

Sostenere, come fa Berruto, che la partita Italia-Israele “non si sarebbe dovuta giocare” o che la neutralità delle istituzioni sportive equivale alla complicità significa distorcere il principio di proporzionalità e il diritto inalienabile di uno Stato democratico a difendere le proprie città dal terrore. La dinamica dell’aggressione del 7 ottobre e la minaccia rappresentata da migliaia di vettori missilistici e infrastrutture ipogee vengono completamente cancellate per far spazio a un vittimismo unilaterale.

Il Ricatto Statale e la Resa delle Istituzioni Italiane

Ancora più grottesca appare la condizione oggi avanzata da certa retorica terzomondista, secondo cui – in base a un gentleman (!) agreement – Israele potrà essere riammesso solo alla nascita di uno “Stato di Palestina”. Una condizionalità palesemente pretestuosa e politicamente viziata, dal momento che è stata proprio la leadership palestinese a respingere sistematicamente ogni prospettiva di pace e di spartizione due-stati: dal piano di spartizione del 1947 fino alle offerte di Camp David nel 2000, da Olmert nel 2008 fino alla svolta storica degli Accordi di Abramo.

L’Italia, che nel 2026 ospiterà a Taranto la XX edizione dei Giochi del Mediterraneo, dimostra ancora una volta tutta la propria debolezza concettuale. Invece di cogliere l’occasione del settantacinquesimo anniversario per sanare un’ingiustizia storica e pretendere il superamento del veto arabo in nome dell’universalità dello sport, i funzionari e la politica nostrana balbettano giustificazioni legate ai loro sogni di pace universale futura, all’“ordine pubblico”, calpestando il merito politico della questione. Ridicoli furono coloro che nel 1951 accettarono di edificare una manifestazione sulla discriminazione dello Stato ebraico; ridicoli e vili sono oggi coloro che tentano di far passare quel vizio d’origine per un’invenzione di etica contemporanea.

Appendice – per capire che i criteri di partecipazione stabili dal Comitato Organizzatore sono del tutto arbitrari

Europa (19 Paesi)

  • Albania
  • Andorra (senza sbocco sul mare)
  • Bosnia ed Erzegovina
  • Cipro
  • Croazia
  • Francia
  • Grecia
  • Italia
  • Kosovo (senza sbocco sul mare)
  • Malta
  • Monaco
  • Montenegro
  • Macedonia del Nord (senza sbocco sul mare)
  • Portogallo (affacciato sull’Oceano Atlantico)
  • San Marino (senza sbocco sul mare)
  • Serbia (senza sbocco sul mare)
  • Slovenia
  • Spagna
  • Turchia

Africa (5 Paesi)

  • Algeria
  • Egitto
  • Libia
  • Marocco
  • Tunisia

Asia (2 Paesi)

  • Libano
  • Siria
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