Un metodo brillante applicato con asimmetria
La geopolitica umana di Dario Fabbri è, nelle intenzioni, una rivoluzione copernicana nell’analisi dei rapporti internazionali. Via i leader, via le élite, via il determinismo economico: al centro vanno i popoli, la loro psicologia collettiva, la loro memoria storica come vero motore geopolitico. Un’intuizione feconda, sostenuta da una cultura genuina e da una capacità divulgativa non comune.
Il problema non è il metodo. È la sua applicazione selettiva, che nel caso del conflitto israelo-palestinese produce un cortocircuito intellettuale difficile da ignorare.
L’anomalia che il metodo non vede
Se esiste al mondo un caso da manuale per la geopolitica umana, quel caso è il popolo ebraico. Una collettività che ha mantenuto identità, lingua sacra, memoria e orientamento geografico verso una terra specifica attraverso quasi tremila anni di diaspora, persecuzioni e sterminio. Non un progetto politico, non un’immigrazione organizzata: l’espressione di una delle spinte all’autodeterminazione più profonde e documentate della storia umana.
Eppure nelle analisi di Fabbri questa singolarità scompare. Il sionismo viene letto come fenomeno coloniale europeo, Israele come stato-progetto più che come ritorno di un popolo. Paradossalmente, è una lettura molto più westfaliana e statualista di quanto la geopolitica umana stessa dovrebbe consentire. Se i leader non contano e contano le pulsioni profonde dei popoli, allora Herzl è irrilevante: ciò che conta è la spinta millenaria che lo ha reso possibile.
Il metro doppio sull’identità palestinese
L’asimmetria si fa più evidente nel trattamento dell’identità palestinese, presentata come soggetto storico compatto e consapevole. Senza negare la reale sofferenza di quella popolazione né la legittimità di molte sue rivendicazioni, va ricordato che l’identità nazionale palestinese come identità distinta è una costruzione relativamente recente, consolidatasi principalmente in risposta al sionismo e alla nascita di Israele — esattamente come Fabbri analizza, altrove con acume, altre identità nazionali di origine reattiva.
Soprattutto, la frattura insanabile tra Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese — due visioni del futuro politicamente e strategicamente incompatibili — è un dato che la geopolitica umana coerente dovrebbe mettere al centro dell’analisi. Un popolo che non riesce a unificarsi politicamente dopo settant’anni di conflitto non è un soggetto monolitico: è una realtà frammentata che richiede lettura critica, non difesa d’ufficio.
Il 7 ottobre: il test che il metodo ha fallito
Il massacro del 7 ottobre 2023 — il più grave eccidio di ebrei dalla Shoah — avrebbe dovuto essere il momento in cui la geopolitica umana dispiegava tutta la sua potenza. La domanda cruciale, quella che lo strumento imponeva di fare, era una sola: cosa produce nel tessuto psicologico collettivo di una società colpita nel suo trauma fondativo una violenza di quella portata? Come reagisce un popolo che ha costruito la propria identità moderna sulla sopravvivenza allo sterminio, quando quello sterminio rievoca sé stesso?
La risposta non avrebbe giustificato automaticamente ogni scelta militare successiva. Ma avrebbe reso quelle scelte comprensibili come espressione di psicologia collettiva profonda — esattamente come Fabbri spiega le pulsioni russe, le ambizioni iraniane, le paure tedesche. Invece, il metodo si è eclissato proprio dove serviva di più.
L’eredità di Limes e il pregiudizio strutturale
La formazione di Fabbri alla scuola di Limes, sotto la direzione di Lucio Caracciolo, ha lasciato un’impronta riconoscibile. Quella tradizione ha storicamente letto il conflitto mediorientale attraverso la lente del colonialismo europeo e della diffidenza verso il legame atlantico di Israele. Sono posizioni politiche legittime. Diventano problematiche quando vengono presentate come analisi scientifica neutrale, quando il giudizio morale viene subappaltato alla “psicologia dei popoli” per acquisire un’aura di oggettività che non gli appartiene.
Un metodo che merita più del suo interprete
La geopolitica umana, in quanto framework, rimane un contributo serio al pensiero geopolitico italiano. Ma un metodo applicato a geometria variabile non è più un metodo: è una narrativa sofisticata al servizio di posizioni preconcette.
La coerenza intellettuale imporrebbe un’unica misura per tutti: la stessa profondità storica riconosciuta all’identità cinese o iraniana andrebbe riconosciuta a quella ebraica; la stessa lente critica usata per gli stati artificiali del Medioriente andrebbe applicata alle fratture interne del campo palestinese; e dopo il 7 ottobre, lo stesso sforzo empatico dedicato alle ragioni dei popoli oppressi andrebbe esteso a una società colpita nel suo trauma più antico.
Un grande metodo applicato con coerenza produce grande analisi. Applicato con asimmetria, produce ideologia con patente scientifica.



