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La guerra dei numeri e il silenzio della politica: come la TV di Stato ha legittimato una narrazione tossica ed è stata lasciata libera di farlo

PARTE PRIMA

La guerra dei numeri: come la propaganda ha trasformato le vittime di Gaza in un’arma politica

Introduzione: quando i numeri diventano narrazione

Nelle guerre moderne i numeri non descrivono la realtà: la creano. Nella guerra di Gaza, il numero dei morti è diventato la principale arma propagandistica, ripetuta ossessivamente da media, attivisti, ONG e istituzioni internazionali come se fosse un dato certo, verificato, indiscutibile.

Non lo è. E non può esserlo — almeno non oggi — perché tutte le parti coinvolte producono solo stime, e tra queste stime esistono differenze enormi: – alcune sono credibili, basate su metodi riconosciuti, – altre sono completamente inventate, costruite per ottenere un effetto politico immediato.

Il risultato è che chi prova a controbattere si trova in una trappola: la propaganda usa numeri assoluti, emotivi, “perfetti”; la realtà offre solo stime, incerte, complesse, tecniche. E nella comunicazione pubblica, la complessità perde sempre.

Il problema di fondo: l’unica fonte “ufficiale” è Hamas

Eppure, questa cifra viene trattata come un dato certo, scientifico, indiscutibile, pur essendo preceduta da numeri incredibili, tipo: il dato più ripetuto dai media internazionali — “72.000 morti a Gaza” — proviene esclusivamente dal Ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas. Questa fonte non distingue tra combattenti e civili; include morti naturali, incidenti, esecuzioni interne, vittime di razzi palestinesi; non fornisce nomi verificabili per una parte significativa dei casi; è stata più volte corretta da Hamas stesso per errori, duplicazioni, voci false:

  • Ottobre 2023 – Giugno 2024: i morti erano 37.877 (dato ufficiale Hamas)
  • Maggio 2024: i morti erano 35.000 (dato Hamas, confrontato con stima israeliana)
  • Settembre 2025: i morti erano 65.000 (dato Hamas)
  • Settembre 2025: 230.000 tra morti e feriti (dato Hamas)
  • Gennaio 2026: i morti sono 71.667 (dato Hamas, confermato dall’IDF)

Perché? Perché è semplice, emotiva, politicamente utile.

Le stime credibili: cosa dicono gli esperti militari indipendenti

Qui entra in gioco il lavoro di studiosi come John Spencer, e soprattutto dei High Level Military Groups (HLMG): organismi indipendenti composti da generali e ufficiali di Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Spagna, Francia, Germania, che hanno visitato Gaza, intervistato i comandanti israeliani, analizzato procedure e dati operativi.

Questi — ignorati quasi completamente dai media — hanno concluso che: l’IDF ha implementato più misure di protezione dei civili di qualsiasi esercito nella storia della guerra urbana; il rapporto civili/combattenti stimato è tra i più bassi mai registrati in un contesto urbano di questa scala; molte delle accuse diffuse (bombardamenti indiscriminati, attacchi deliberati ai civili) non trovano riscontro nelle procedure osservate.

Il dato chiave: il rapporto civili/combattenti

Usando le stime disponibili:

  • 72.000 morti totali (dato Hamas, non verificato)
  • 25.000–26.000 combattenti uccisi (dato IDF, confermato anche da fonti USA)

→ Il rapporto sarebbe circa 2:1. Corretto per morti naturali e vittime causate da Hamas → circa 1,5:1.

[Confronto storico: WWII: 3,5:1 Corea: 27:1 Mosul: 2:1 Manila: 6:1 Mariupol: 2,5–7,3:1]

Gaza, paradossalmente, presenta uno dei rapporti più bassi mai registrati in una guerra urbana.

Ma questo dato non passa. Perché è tecnico, complesso, richiede spiegazioni. La propaganda invece offre un numero semplice: “72.000”. E si verifica il caso paradossale del conduttore di un programma di interviste seguito sui social, Piers Morgan, che quando John Spencer gli ha fatto il ragionamento che abbiamo riprodotto qua sopra, si è spazientito e lo ha accusato di non conoscere il numero dei morti. Se non hai una cifra spendibile, non sai.

Perché è così difficile controbattere la propaganda dei numeri?

Ci sono tre motivi principali:

1. La propaganda usa numeri assoluti, non stime

Dire “72.000 morti” è semplice. Dire “le stime credibili suggeriscono un rapporto civili/combattenti tra 1,5:1 e 2:1, ma i dati sono incompleti e vanno contestualizzati” è impossibile da far passare in TV.

2. La complessità non fa audience

La guerra urbana è un campo tecnico: – densità, – tunnel, – evacuazioni, – regole d’ingaggio, – intelligence, – proporzionalità.

La propaganda invece usa una formula perfetta: numero alto + emozione + colpevole già deciso.

Lo pseudo giornalista che fa audience col sensazionalismo sui social non può dare al suo pubblico di decerebrati dei ragionamenti: gli deve dare numeri sensazionali, roba che susciti indignazione, polemica, che venga facilmente memorizzato poi spammato sotto tutti i commenti possibili anche dal più bocciato in matematica dei suoi follower.

3. Chi controlla la narrazione iniziale vince

Hamas ha capito che la prima cifra che circola diventa la verità mediatica. E una volta che un numero si radica, è quasi impossibile scalzarlo.

La conseguenza: un dibattito falsato

Il dibattito pubblico internazionale parte da un presupposto sbagliato: che i numeri di Hamas siano veri. Da lì discendono: accuse di genocidio, risoluzioni ONU, campagne mediatiche, pressioni diplomatiche. Ma se il presupposto è falso, tutto ciò che segue è distorto perché la propaganda non usa i numeri per descrivere la realtà, ma per costruirla.

Conclusione: la battaglia dei numeri è la battaglia della verità

Finché non esisterà un sistema indipendente di verifica delle vittime — impossibile finché Hamas controlla Gaza — si potrà parlare solo di stime.

Ma tra queste stime esistono differenze enormi: – alcune basate su analisi militari, dati operativi, comparazioni storiche; – altre costruite per alimentare una narrativa politica.

Il compito di chi vuole difendere la verità non è produrre numeri perfetti — impossibile oggi — ma smontare la pretesa di certezza della propaganda.

Perché la guerra dei numeri non riguarda solo Gaza. Riguarda il modo in cui il mondo costruisce le sue convinzioni.

PARTE SECONDA

Come i media amplificano i numeri falsi

La propaganda non funziona da sola. Ha bisogno di un megafono. E quel megafono, nel caso di Gaza, sono stati i media internazionali. Non per malafede — almeno non sempre — ma per tre dinamiche strutturali del giornalismo contemporaneo:

La logica della velocità: il primo numero vince

Nel ciclo dell’informazione digitale, la regola è semplice: chi arriva per primo, detta la narrazione.

Il Ministero della Salute di Gaza pubblica un numero → le agenzie stampa lo rilanciano → i quotidiani lo riprendono → i talk show lo ripetono → i politici lo citano. In meno di un’ora, un dato non verificato diventa “dato ufficiale”. E quando, settimane dopo, emergono correzioni, incongruenze, duplicazioni, errori… non importa più. La narrazione è già consolidata.

La logica dell’emozione: il numero deve colpire, non spiegare

Un talk show non può permettersi di spiegare cosa sia un rapporto civili/combattenti, come si calcolano le vittime in un teatro urbano, perché i numeri di Hamas includono morti naturali, come si distinguono combattenti da non combattenti senza uniformi, perché le stime israeliane sono più basse, perché gli esperti militari indipendenti parlano di rapporti storicamente bassi. È troppo complesso. Non fa share. Un numero grande, invece, fa tutto il lavoro da solo. È immediato, emotivo, incontestabile per chi non ha strumenti critici.

La logica dell’autorità: “lo dice l’ONU”

Molti media non verificano la fonte primaria. Si limitano a dire: “Secondo l’ONU, ci sono X morti a Gaza.”

Ma l’ONU non verifica i numeri. Li riporta. E li riporta dalla stessa fonte: il Ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas. In realtà, l’ONU fa di più: avendo deciso di accusare Israele di “genocidio” tramite un’organizzazione interna devoluta a questo scopo che è l’UNHRC/OHCHR, l’ONU lascia liberi i suoi special rapporteur di sparare numeri a caso, nella speranza di dare consistenza alle accuse mosse dal Sudafrica depositate presso la Corte Internazionale di Giustizia (ONU). Sarà il caso di ricordare qui che l’ONU non ha mai inserito Hamas tra le organizzazioni terroriste, il ché le consente di mantenere una sorta di equilibrio di condanne: se condanna Hamas per qualcosa, trova subito qualcosa di simile o analogo per cui condannare Israele.

Quindi la catena è: Hamas → ONU → media → opinione pubblica

Ogni passaggio aggiunge un livello di autorevolezza percepita, ma la fonte resta sempre la stessa.

La logica del framing: il numero come prova morale

Una volta che un numero viene ripetuto abbastanza volte, smette di essere un dato e diventa un argomento morale. Non si discute più come è stato calcolato, se è realistico, se è coerente con i dati storici, se è manipolato. Si discute solo cosa “dimostra”. E così un numero inventato diventa: prova di genocidio, prova di crimini di guerra, prova di intenzionalità, prova di malvagità.

La propaganda non chiede che il numero sia vero. Chiede solo che sia ripetuto.

L’ultima chicca prodotta dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est e Israele, incaricata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) di indagare sui crimini di Israele in eterno (il suo mandato non ha scadenza), ha pubblicato pochi giorni fa l’ennesima versione aggiornata di un rapporto dal titolo “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta: il deliberato attacco di Israele contro i bambini palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato dal 7 ottobre 2023”.  La Commissione sostiene di aver trovato “prove” (testimonianza prive di riscontro, di perizie, di contesto e di contraddittorio) che “bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane” conclusione che Israel ha definito diffamatoria, oltraggiosa. I risultati di questo rapporto sono stati presentati già due volte, due degli ex membri della Commissione si sono dovuti dimettere per evitare le sanzioni americane in quanto sono state trovate abbondanti prove del loro pregiudizio anti-israeliano; sono stati sostituiti con due altri membri giusto per fare la pagliacciata di questa presentazione che ha lo scopo dare un po’ di materiale di appoggio alla Corte Internazionale di Giustizia (ONU) che ha dovuto dare altro tempo al Sudafrica che non riesce a trovare le prove del “genocidio”, dopo aver fallito nel tentativo di far cambiare alla Corte la definizione stessa di “genocidio”, in modo che diventasse applicabile a piacere.

La logica dell’asimmetria: Israele deve dimostrare, Hamas (o l’ONU) no

Qui sta il cuore del problema. Hamas non deve dimostrare nulla: basta che pubblichi un numero.

  • Israele deve dimostrare tutto, con documenti, procedure, verifiche, testimonianze, analisi indipendenti. E anche quando lo fa — come nel caso dei rapporti degli High Level Military Groups — i media li ignorano. Perché? Perché la propaganda ha un vantaggio strutturale: la semplicità. La verità, invece, è complessa. E la complessità non fa notizia.

Il risultato: un ecosistema informativo distorto

La combinazione di velocità, emozione, autorità apparente, framing morale, asimmetria delle prove, crea un ambiente in cui il numero inventato è più potente della stima credibile chi prova a contestarlo viene accusato di negare le vittime, giustificare crimini, fare propaganda. Una trappola comunicativa perfetta.

Perché i numeri falsi sono così efficaci nella propaganda anti‑israeliana

I numeri falsi non sono solo un errore: sono uno strumento. E funzionano straordinariamente bene nella propaganda anti‑israeliana per una serie di motivi strutturali, psicologici e politici che rendono la narrazione numerica quasi inattaccabile.

i numeri creano un’illusione di oggettività

La propaganda preferisce i numeri alle parole perché i numeri sembrano neutrali, scientifici, oggettivi. Dire “Israele uccide civili” è un’opinione. Dire “Israele ha ucciso 72.000 civili” è una “statistica”. La cifra elimina il dubbio, elimina la complessità, elimina la necessità di verificare. È un fatto… o almeno sembra tale. Ma è una bugia. E questo è il punto: la propaganda non cerca la verità, cerca la credibilità immediata. Un numero grande la fornisce.

la propaganda sfrutta l’asimmetria morale del conflitto

La narrativa anti‑israeliana parte da un presupposto implicito: Israele è forte → quindi è colpevole. Gaza è debole → quindi è vittima. In questo schema, i numeri servono solo a rafforzare la storia già scritta. Non devono essere precisi. Devono essere utili. E un numero enorme di morti è utile perché: conferma la narrativa della sproporzione, alimenta l’accusa di genocidio, giustifica la condanna morale, impedisce qualsiasi analisi tecnica. Ma è una bugia, perché chi vuole cancellare Israele dalla carta geografica è l’Iran di cui Hamas, Hezbollah e Houthy (che hanno attaccato Israele a partire dall’8 ottobre 2023) sono proxy.

la propaganda sfrutta l’ignoranza tecnica sulla guerra urbana

La maggior parte delle persone non ha idea di cosa significhi combattere in una città, come si calcolino le vittime, quanto sia difficile distinguere civili e combattenti, come funzionino le evacuazioni, quali siano le procedure militari di mitigazione del danno. La propaganda sa che la gente non sa. E sfrutta questa ignoranza. Un numero inventato è più facile da capire di un rapporto civili/combattenti, una stima basata su variabili operative, un’analisi comparativa con Mosul, Manila, Mariupol, Seoul. La complessità non compete con la semplicità.

i numeri falsi sono perfetti per i social media

I social media premiano i contenuti brevi, emotivi, indignati, che generano condivisioni. Un numero enorme di morti è perfetto: si legge in un secondo, si capisce in un secondo, si condivide in un secondo. La propaganda numerica è nativamente virale, i numeri falsi sono difficili da contestare. Contestare un numero inventato richiede: tempo, competenza, contesto, spiegazioni tecniche, comparazioni storiche, analisi militari.

La propaganda invece richiede solo un tweet.

E quando qualcuno prova a contestare, la risposta è sempre la stessa: “Stai negando le vittime.” È una trappola morale perfetta: chi contesta il numero viene accusato di insensibilità, complicità, disumanità. La propaganda vince perché impedisce la discussione.

i numeri falsi permettono di evitare la domanda più importante

La domanda che la propaganda vuole evitare è: quanti combattenti sono stati uccisi? Perché se si risponde a questa domanda, emerge il dato più devastante per la narrativa anti‑israeliana: il rapporto civili/combattenti è tra i più bassi della storia della guerra urbana. E questo dato distrugge l’accusa di “genocidio”, smentisce la narrativa dei bombardamenti indiscriminati, conferma la presenza di procedure di mitigazione, mostra che la propaganda ha mentito.

Come smontare la propaganda dei numeri senza cadere nella trappola morale

Smontare la propaganda dei numeri non significa negare le vittime, come tentano di far credere le anime belle che mentono a scopo di rinfocolare la giudeofobia generalizzata, sulla quale sanno di poter contare: significa rifiutare la manipolazione.

La propaganda anti‑israeliana usa una tattica precisa: trasforma ogni contestazione numerica in un’accusa morale (“stai negando i morti”). È una trappola costruita per impedire la discussione. Per evitarla, bisogna seguire una strategia in tre fasi.

Spostare il discorso dalla “quantità” alla “fonte”

La propaganda vuole discutere quanti morti ci sono. Bisogna quindi spostare il discorso sulla provenienza del numero. La domanda chiave non è: “Quanti morti ci sono?” ma “Chi ha prodotto il numero e con quale metodo?”

Questo sposta la conversazione dalla morale → alla metodologia, dall’emozione → alla verifica, dalla propaganda → alla responsabilità della fonte. E qui la propaganda non può competere, perché la sua fonte è una sola: il Ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas. Non stai negando le vittime. Stai chiedendo come vengono contate.

Usare le stesse cifre della propaganda per smentirla

Questa è la mossa più potente. Non devi contestare il numero di Hamas. Devi usarlo. E devi mostrare che, anche prendendolo per buono: il rapporto civili/combattenti è tra i più bassi della storia della guerra urbana, la narrativa del “massacro indiscriminato” non regge, le procedure israeliane di mitigazione del danno sono senza precedenti. Come abbiamo visto nell’esempio iniziale,

Se Hamas dice: 72.000 morti e IDF dice: 25.000–26.000 combattenti uccisi

→ Anche accettando il numero di Hamas, il rapporto tra civili e combattenti morti è circa 2:1. Corretto per morti naturali e vittime causate da Hamas → circa 1,5:1.

Risultato: la propaganda si smentisce da sola.

Non stai negando le vittime. Stai mostrando che la propaganda non sa usare i suoi stessi numeri.

Contestualizzare con dati storici e comparativi

La propaganda vuole che Gaza sia un caso unico, isolato, senza paragoni. Tu devi fare il contrario: contestualizzare. Quando confronti Gaza con Mosul, Manila, Mariupol, Seoul, la Seconda guerra mondiale, la guerra di Corea, emerge un dato devastante per la narrativa anti‑israeliana, Gaza ha uno dei rapporti civili/combattenti più bassi mai registrati in una guerra urbana.

Questo non è un’opinione. È un confronto storico. E la propaganda non può rispondere, perché non conosce la storia della guerra urbana, non ha dati comparativi, non ha competenze militari, non ha interesse a contestualizzare. Non stai negando le vittime. Stai mostrando che la storia smentisce la propaganda.

La frase che neutralizza la trappola morale senza apparire difensiva è:“Non sto discutendo le vittime. Sto discutendo la manipolazione dei numeri.”

È una frase che riconosce la tragedia, rifiuta la propaganda, sposta il discorso sul metodo, impedisce l’accusa morale, apre la porta all’analisi. È la chiave per uscire dalla trappola.

La strategia finale: obbligare la propaganda a parlare di combattenti

La propaganda evita sempre la domanda: “Quanti combattenti sono stati uccisi?” Perché se risponde, la narrativa crolla. Tu devi obbligarla a rispondere. Ogni volta che qualcuno cita un numero totale, la risposta deve essere: “Quanti combattenti sono inclusi in quel numero?” È una domanda semplice, devastante, impossibile da eludere. Non stai negando le vittime. Stai chiedendo la distinzione fondamentale del diritto di guerra, la domanda che fa più male ai detrattori di Israele. E la propaganda non può rispondere perché Hamas non distingue, i media non distinguono, l’ONU non distingue, la narrativa anti‑israeliana crolla se si distingue.

Conclusione

  • Alla fine, tutto si riduce a una domanda semplice: vogliamo capire la realtà o vogliamo credere alla sua versione più comoda?
  • La guerra dei numeri su Gaza non è una disputa statistica. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la rinuncia collettiva alla complessità, sostituita dalla seduzione del dato immediato, emotivo, indiscutibile. Un numero grande, ripetuto abbastanza volte, diventa una verità. E quando la verità si riduce a una cifra, la propaganda ha già vinto.
  • Ma la democrazia, il giornalismo, la responsabilità civile non possono permettersi questa scorciatoia. Non possiamo accettare che la contabilità delle vittime — la cosa più tragica, più sacra, più irrimediabile di una guerra — venga trasformata in un’arma retorica, in un grimaldello politico, in un algoritmo di indignazione.
  • La verità non è un numero. La verità è il metodo con cui quel numero viene prodotto.
  • E finché l’unica fonte “ufficiale” sarà un’organizzazione armata che non distingue combattenti da civili, che corregge i propri dati, che include morti naturali e vittime dei propri razzi, allora il dovere di chi informa non è ripetere: è verificare. Il dovere di chi analizza non è indignarsi: è contestualizzare. Il dovere di chi scrive non è amplificare: è distinguere.

Non si tratta di difendere Israele. Si tratta di difendere la realtà dai suoi manipolatori.

PARTE TERZA

Quando a usare i numeri falsi è la tv di Stato

Quando si parla di servizio pubblico finanziato dal canone dei cittadini, il diritto a un’informazione accurata, verificata e imparziale diventa una questione di rispetto fondamentale per il contribuente. La percezione che i media rinuncino alla verifica, specialmente su temi sensibili che toccano l’ordine pubblico e l’incolumità delle persone, è un argomento di forte rilevanza dibattuto sia a livello politico che sociale.

La manipolazione emotiva dei numeri falsi

  • Uso dei numeri come “verità assoluta”: la tendenza dei mass media a presentare cifre altisonanti senza spiegarne la provenienza o i criteri di calcolo, sfruttando il fatto che il pubblico tende a fidarsi istintivamente dei numeri.
  • La leva dell’indignazione e della pietà: come la selezione mirata di determinati dati (e l’oscuramento di altri) venga utilizzata per orientare lo spettatore verso una precisa reazione emotiva (rabbia, senso di colpa, frustrazione), a scapito di un’analisi razionale del contesto.
  • L’effetto amplificatore della televisione: la forza delle immagini accostate a cifre non verificate, che fissa nella mente dello spettatore una narrazione distorta difficile da smentire in un secondo momento.
  •  
  • Particolarmente grave per il servizio pubblico è la passività verso fonti non verificate (es. Hamas, Hezbollah): L’accettazione acritica e la diffusione di bollettini, dati e dichiarazioni provenienti direttamente da organizzazioni estremiste o terroristiche religiose, senza il filtro della verifica indipendente o senza specificare chiaramente la natura della fonte.
  • Qui subentra il paradosso di un cittadino obbligato a pagare il canone televisivo per un servizio pubblico che, anziché garantire pluralismo e fact-checking, si dimostra permeabile a narrazioni propagandistiche esterne. Chi vigila e chi tutela il cittadino? (Organi come la Commissione parlamentare di vigilanza Rai e l’Agcom).
  • Le conseguenze reali sull’ordine pubblico: Il legame diretto tra un’informazione polarizzante/distorta e le tensioni sociali sul territorio. La narrazione mediatica che cessa di essere un racconto dei fatti e diventa un catalizzatore di intolleranza, sfociando in aggressioni fisiche o verbali ai danni di cittadini comuni (comprese le fasce più deboli come gli anziani) per le strade.

Lo sfruttamento cinico da parte della politica e i risvolti sociali

Ma mi vorrei spingere ancora oltre: la politica italiana non ha semplicemente tollerato questa dinamica, l’ha sfruttata. Entrambi gli schieramenti hanno lucrato sulla propaganda anti-israeliana, prima il centro sinistra che ha spinto la narrativa di Hamas fino all’inverosimile per scopi elettorali (e il governo ha lasciato fare: ha lasciato correre sugli episodi di antisemitismo all’università, ebrei cacciati dal corte del 25 aprile, ebrei cacciati dal gay pride in barba alla Costituzione su cui tutti i ministri di questo governo hanno giurato sperando che questa strategia si rivoltasse contro chi la usava). Ma poi, il governo, improvvisamente, dopo aver perso il referendum e aver dedotto che era colpa della propria base, scontenta del filo-occidentalismo di Giorgia Meloni, ha corretto il tiro e ha iniziato a bacchettare Israele cavalcando episodi deplorevoli come la Flotilla finanziata da Hamas (ma solo nelle poche ore in cui gli italiani sono stati ospiti delle prigioni israeliane, perché nel mese in cui sono stati sequestrati dal generale Aftar nessuno ha fatto un fiato) e rivendicando il ruolo protettivo della missione UNIFIL nei confronti di Hezbollah, per vellicare la propria base e farla tornare all’ovile.

Il silenzio come strategia

Del resto, per il governo intervenire sulla RAI avrebbe significato: contestare la narrazione dominante, esporsi a accuse di censura, assumersi la responsabilità di dire che i numeri di Hamas non sono verificabili.

Meglio tacere. Meglio lasciare che la TV di Stato faccia da scudo morale. Meglio lasciare che la propaganda costruisca un clima emotivo utile.

Il silenzio costa zero. E rende molto.

Il clima sociale che ne deriva

Quando la TV di Stato ripete per mesi che un popolo sta commettendo un genocidio, il risultato è inevitabile: chiunque fa parte di quel popolo è un nemico interno.

L’accusa mediatica a Israele ha alimentato un clima sociale tossico per gli ebrei italiani e per gli israeliani presenti nella Penisola: aggressioni, intimidazioni, ostilità verso cittadini ebrei o filo‑israeliani, sospetto verso chiunque non accetti la narrazione dominante.

La contraddizione democratica: i cittadini aggrediti pagano il canone

Qui sta il punto politico più grave. I cittadini che subiscono questo clima d’odio sono gli stessi che devono finanziare la RAI. Pagano per un servizio pubblico che diffonde numeri non verificati, amplifica la propaganda menzognera di ONU e ong, ignora le fonti indipendenti, contribuisce a renderli bersaglio. Condanna Israele ma fa di tutto per schermare la Teocrazia assassina del proprio popolo e dei popoli altrui, l’Iran. Arriva a livelli di mistificazione impunita tali che il TG3 spaccia gli Hezbollah del Libano come vittime di Israele e come parte imprescindibile della società libanese. Una forza occupante. Inaudito. È una distorsione democratica che merita di essere denunciata con forza.

Lo sfruttamento politico del caos

La politica non interviene perché il caos conviene. Conviene a chi vuole mobilitare piazze. Conviene a chi vuole polarizzare. Conviene a chi vuole delegittimare Israele per ragioni ideologiche. Conviene a chi vuole cavalcare l’emotività per ottenere consenso facile. Conviene a chi vuole tenere il piede in due scarpe.

La propaganda fornisce il materiale. La RAI lo diffonde. La politica lo sfrutta.

Conclusione: la responsabilità di chi non ha parlato

La guerra dei numeri non riguarda solo Gaza. Riguarda il modo in cui un Paese decide chi merita protezione e chi merita sospetto. Riguarda il modo in cui un servizio pubblico può trasformarsi, senza accorgersene, in un amplificatore di narrazioni tossiche. Riguarda il modo in cui la politica sceglie il silenzio quando la verità è scomoda.

E riguarda, soprattutto, i cittadini italiani che pagano il canone per finanziare un’informazione che li espone.

La propaganda non ha vinto perché è forte. Ha vinto perché nessuno ha avuto il coraggio di fermarla.

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