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Gaza, la RAI e il fallimento del servizio pubblico

Copertura ossessiva, fonti militanti e confusione tra spot e notizia: il servizio pubblico ha perso pluralismo e distanza critica

Premessa: La natura giuridica della RAI

La RAI non è un editore privato, ma una società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, finanziata in larga parte tramite canone obbligatorio.
La sua attività è regolata da un quadro normativo vincolante composto dal Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi (D.lgs. 208/2021 e successive modifiche); Convenzione tra Stato e RAI; Contratto nazionale di servizio 2024‑2029.

In quanto concessionaria pubblica, la RAI non dispone di libertà editoriale piena, ma è soggetta a obblighi rafforzati verso i cittadini‑utenti.

Gli obblighi informativi vincolanti

Il Contratto di servizio impone alla RAI, in particolare per l’informazione, il rispetto dei principi di: imparzialità; indipendenza; pluralismo sostanziale; correttezza, completezza e distinzione tra informazione e comunicazione.

Tali principi non hanno valore simbolico, ma giuridicamente cogente: costituiscono il fondamento stesso della legittimità del canone.

Il principio di pluralismo sostanziale

Per giurisprudenza e atti di indirizzo, il pluralismo non si esaurisce nella presenza di voci diverse su un singolo tema, ma richiede: proporzione nella selezione delle notizie; assenza di gerarchie ideologiche predefinite; equilibrio nella copertura di eventi comparabili per rilevanza e gravità.

Una copertura intensiva, continuativa e moralmente orientata di un solo conflitto internazionale, accompagnata dalla marginalizzazione sistematica di altri conflitti contemporanei, può configurare una violazione del pluralismo sostanziale, anche in assenza di singole notizie false.

Informazione e comunicazione umanitaria

Il contratto di servizio e le linee guida Agcom impongono una netta separazione tra: informazione giornalistica; comunicazione promozionale o pubblicitaria. Invece, abbiamo assistito all’utilizzo ricorrente di organizzazioni umanitarie militanti come fonti primarie non contestualizzate.

E quindi…

E quindi, visto che ora abbiamo la prova provata che nella nuova guerra, in cui Israele non è solo ma ha accanto l’America, l’ossessione non è più Gaza o la conta dei morti del “ministero della salute di Hamas” ma “quanto ci costa la guerra” (un notevole spostamento etico!) posso fare un consuntivo degli anni e dei mesi passati dal 7 ottobre 2023. E, in quanto cittadina che fa politica attiva da 55 anni e, in questo ambito, si è occupata a lungo di comunicazione, sento di poter fare le seguenti considerazioni: sono ebrea, pago il canone RAI e trovo sempre più difficile accettare il modo in cui il servizio pubblico italiano ha raccontato la guerra di Gaza. Ripeto: un esempio unico. Solo con Gaza funziona così. Non perché Gaza non meriti attenzione.


Ma perché la RAI ha scelto Gaza come unica guerra degna di una copertura ossessiva, mentre altre guerre – spesso altrettanto feroci, talvolta apertamente genocidarie – restano ai margini o scompaiono del tutto. Guerre in cui cristiani, yazidi, africani, minoranze religiose vengono massacrati da milizie jihadiste senza che ciò susciti lo stesso interesse, la stessa indignazione, la stessa continuità narrativa.

Questa non è sensibilità umanitaria. È selezione ideologica.

La copertura RAI di Gaza si è fondata su un modello ripetitivo: immagini emotivamente estreme, dati forniti quasi esclusivamente da ONG militanti, linguaggio morale più che analitico, fake new date per fretta e mai smentite. Il risultato è stata una narrazione che non informa, ma orienta. Che non spiega, ma commuove. Che non distingue tra fatti, accuse e propaganda.

Ancora più grave è la confusione sistematica tra informazione e comunicazione umanitaria. Spot di organizzazioni come UNICEF trasmessi immediatamente prima dei telegiornali, seguiti da servizi che utilizzano le stesse organizzazioni come fonte principale dei dati, producono un cortocircuito evidente tra pubblicità e notizia. Anche senza mala fede, questo è incompatibile con un servizio pubblico degno di questo nome.

Nel racconto RAI, la guerra di Gaza è stata spesso ridotta a una catena morale elementare: distruzione, vittime, colpa. Il ruolo di Hamas – attore armato, ideologico, responsabile dell’uso sistematico dei civili come scudi e della repressione interna – si è dissolto sullo sfondo. Non è equilibrio. È asimmetria narrativa.

A questo si è aggiunto l’uso ricorrente di un registro simbolico-religioso: chiese, sacerdoti, preghiere che chiudono servizi costruiti come un percorso emotivo. La religione è diventata una sorta di sigillo morale. Ma il giornalismo non è una liturgia. Il servizio pubblico non deve consolare: deve spiegare.

Come ebrea europea, so quanto le narrazioni semplificate, quando trasformano conflitti complessi in drammi morali unidirezionali, possano avere effetti culturali profondi. Non servono cattive intenzioni: le immagini e le parole creano memoria.

Per questo considero la linea editoriale RAI su Gaza uno scandalo istituzionale. Non per ciò che mostra, ma per ciò che omette. Non per l’attenzione a una guerra, ma per l’oblio delle altre.
Un servizio pubblico non può scegliere una causa. Deve garantire pluralismo, proporzione, distanza critica.

E soprattutto non può pretendere che tutti i cittadini lo finanzino mentre rinuncia alla sua missione fondamentale: informare senza militanza.

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