Mentre i riflettori si spengono, Hamas ricostruisce il suo regime di terrore sulle macerie della Striscia. Dalle vedove ricattate alla farsa delle elezioni civetta: ecco la verità che la narrazione anti-israeliana trova scomodo raccontare
Provate a immaginare Gaza oggi. Non quella delle immagini satellitari o dei video virali di qualche mese fa, ma quella che resta quando i riflettori si spengono. C’è una verità scomoda che dobbiamo dirci: Gaza scompare dai radar nel momento esatto in cui smette di essere utile. Non è che la guerra sia finita o che la gente stia meglio, tutt’altro. Semplicemente, la narrazione della Striscia è stata accantonata perché ha smesso di produrre dividendi politici per chi la usava come un totem, un campo di battaglia retorico per costruire identità o mobilitare le piazze.
Finché Gaza serviva come clava contro Israele, era ovunque. Ma quando la realtà sul terreno si è fatta sporca, complessa, e ha iniziato a mostrare il volto della persistenza di Hamas — la sua capacità di ricostruire potere e controllo sociale tra le macerie — l’attenzione globale si è dissolta. È un paradosso atroce: Hamas ha sempre sfruttato l’attenzione mondiale come leva, ma oggi beneficia del silenzio. Il blackout mediatico è diventato il suo miglior vantaggio strategico. Mentre noi guardiamo all’Iran, ai missili su Tel Aviv o alle tensioni in Libano, dentro la Striscia Hamas sta riorganizzando la catena di comando, rialzando posti di blocco e stringendo di nuovo la presa sulla gola della popolazione.
Il mito dell’annientamento
E c’è anche il punto di vista di chi, dalla sconfitta e dal disarmo di Hamas, si aspettava un nuovo inizio per la popolazione. Per mesi si è annunciato l’annientamento di Hamas come precondizione e poi quasi come un fatto compiuto, con l’organizzazione terrorista descritta come ridotta a poche sacche di resistenza disperate. È una storia rassicurante, utile per mostrare progressi e per parlare di futuro. Ma è una bugia. Voci informate e coraggiose come quella di Ahmed Fouad Alkhatib ci dicono l’esatto contrario: Hamas è ancora una forza militare operativa e strutturata.
Ahmed Fouad Alkhatib è il fondatore e direttore del progetto Realign for Palestine presso l’Atlantic Council, dove è senior fellow residente della Scowcroft Middle East Security Initiative all’interno dei programmi sul Medio Oriente. Alkhatib è uno scrittore, oratore e attivista con cittadinanza americana cresciuto a Gaza City, da cui è partito nel 2005 diretto negli Stati Uniti per studiare. Tornato a Gaza, l’anno dopo fu sorpreso dalla crisi militare del 2006, che portò alla chiusura del confine con l’Egitto; Ahmed fu aiutato a tornare negli Stati Uniti, dove completò le scuole superiori mentre faceva richiesta, ottenendolo, lo status di rifugiato politico, a causa dell’ascesa politica di Hamas e del suo controllo violento sulla Striscia di Gaza (nel 2007).
Ahmed è molto attivo sui social, tanto attivo e informato quanto totalmente ignorato dai nostri media. I suoi articoli su Gaza da fine marzo a oggi sono molto interessanti oltre a essere l’unica voce che ormai ci racconta Gaza.
Pochi giorni fa, in quella che viene chiamata la “zona rossa”, alcune milizie anti-Hamas hanno provato a sfidare l’organizzazione. Non è stata un’operazione israeliana con droni e intelligence; erano miliziani locali su pickup. Il risultato? Un’imboscata letale. Ordigni tra le macerie, cecchini, RPG coordinati. Hamas non si sta nascondendo: controlla ancora circa il 40% della Striscia, dove vivono due milioni di persone. Non è il comportamento di un gruppo in rotta. È il comportamento di un attore che ha subito colpi durissimi ma ha mantenuto intatto il suo nucleo. Decine di posti di blocco delle Brigate al-Qassam punteggiano l’asse nord-sud. Se pensate che siano finiti, state guardando un altro film.
L’illusione del disarmo
C’è poi il grande mantra della diplomazia internazionale: il disarmo. Sentiamo ripetere che la ricostruzione inizierà quando Hamas cederà le armi. È una barzelletta che non fa ridere. Hamas non ha mai avuto intenzione di disarmarsi, e ha messo in piedi una trappola semantica brillantissima per ingannare i mediatori. Si dicono disposti a cedere le armi del “governo” — ovvero le pistole dei vigili urbani e le divise della polizia amministrativa — ma non toccheranno mai un solo fucile delle Brigate al-Qassam, né un tunnel, né una fabbrica di missili.
Dobbiamo capire che per Hamas il governo è un involucro sacrificabile, uno strumento per gestire la fame della gente e negoziare aiuti. Ma la milizia è la loro identità. Senza le armi, Hamas sarebbe solo un’altra fazione palestinese come Fatah, e questo non lo accetteranno mai. Quando è stato proposto un disarmo graduale, la risposta è stata: “Se ne parla solo con una soluzione permanente del conflitto”. Tradotto: mai. Sanno che il tempo gioca a loro favore, che la comunità internazionale è stanca e distratta, e usano ogni tregua per scavare un altro metro di tunnel.
La distrazione perfetta: la guerra all’Iran
In questo scenario, la guerra tra Iran e Israele è stata un regalo del cielo. Mentre il mondo seguiva col fiato sospeso il “balletto dei missili” tra Teheran e Gerusalemme, Gaza è stata declassata a effetto collaterale. È diventata un dossier congelato. Eppure, le scosse geopolitiche hanno cambiato le cose anche dentro la Striscia: l’Iran ha tagliato alcuni fondi perché impegnato a difendere se stesso, e nel Politburo di Hamas è nata una spaccatura tra chi vorrebbe riavvicinarsi all’orbita araba e chi vuole restare fedele all’asse sciita.
Ma il risultato netto per chi vive a Gaza è catastrofico. I paesi del Golfo, colpiti indirettamente dalle tensioni regionali, iniziano a pensare che dovranno spendere i loro miliardi per la propria sicurezza e ricostruzione interna, non per Gaza. I mediatori sono esausti o impegnati altrove. E nel vuoto lasciato da questa distrazione, Hamas respira, si riafferma e consolida il suo potere.
Le storie che non servono a nessuno: il destino delle vedove
Ma la parte più buia di questo racconto è quella che non troverete nei talk show: il destino delle donne, e in particolare delle vedove dei combattenti. Esistono testimonianze documentate di abusi sistematici, ricatti sessuali in cambio di cibo o protezione, donne costrette a matrimoni forzati con altri membri del gruppo per “onorare” il martirio del marito.
Perché non ne sentite parlare? Perché queste storie non producono consenso. Non servono ad accusare Israele, quindi non servono all’attivismo internazionale. E non servono nemmeno a chi vuole presentare Hamas come un attore politico legittimo. Parlare di queste donne significa ammettere che Hamas è un sistema repressivo che schiaccia i palestinesi prima ancora dei suoi nemici esterni. In un mondo che vuole narrazioni binarie — occupante contro resistente — la sofferenza di una vedova vittima della sua stessa fazione è un rumore di fondo che disturba il messaggio. È stata rimossa, come Gaza.
La farsa democratica: tra i candidati alle elezioni c’è Hamas
Infine, arriviamo al limite del surreale: le elezioni a Deir al-Balah. Immaginate un luogo dove il 70% della gente vive nelle tende e l’80% delle case è polvere, eppure si annunciano elezioni municipali. Deir al-Balah è diventata il nuovo centro di potere di Hamas perché è una delle poche zone non rase al suolo.
Lì è comparsa la cosiddetta “Lista n. 2”, le Camicie Rosse. Dicono di essere indipendenti, ma la gente per strada sa benissimo chi sono. Sono liste civetta, un trucco per mantenere il controllo amministrativo sotto mentite spoglie, garantendosi che nessuno al di fuori del cerchio magico dell’organizzazione possa gestire la distribuzione dei pochi beni rimasti. È una democrazia di facciata che serve solo a dare una parvenza di ordine a un dominio basato sulla forza.
Gaza oggi è questo: un buco nero che assorbe violenza e silenzio. Un luogo dove Hamas, dato per morto, sta ricostruendo il suo regno sulle ceneri, contando sul fatto che noi, stanchi della complessità, preferiamo guardare altrove. Ma ignorare quello che accade quando le luci si spengono non farà sparire il problema; lo renderà solo più esplosivo quando tornerà a chiederci il conto.
Considerando tutto questo, quanto spazio rimane davvero per una voce palestinese che non sia né ostaggio della repressione interna né megafono di una narrazione preconfezionata?
L’avamposto dimenticato: la “parrocchia di Gaza”, arma mediatica del Vaticano, scomparsa dai radar
In questo panorama di macerie e silenzi strategici, che fine ha fatto la parrocchia della Sacra Famiglia? C’è stato un momento in cui il compound cristiano di Gaza City era diventato una sorta di rubrica quotidiana, un appuntamento fisso del palinsesto emotivo globale. Ricorderete le cronache sulle telefonate serali di Papa Francesco, l’enfasi quasi ossessiva su ogni pasto consumato tra le mura del convento, la sacrestia trasformata in un ufficio stampa permanente. Era il tempo in cui la parrocchia serviva come simbolo immacolato da contrapporre alla brutalità del conflitto.
Poi, però, la realtà ha iniziato a sporcare l’estetica della narrazione. Mentre il mondo veniva inondato da resoconti sulla carestia imminente, le immagini dei religiosi — paradossalmente in salute e ben nutriti rispetto al contesto circostante — hanno iniziato a creare un corto circuito visivo. Quando l’occhio del pubblico ha percepito che la sofferenza non era abbastanza “fotogenica” o aderente al dogma della disperazione assoluta, il sipario è calato bruscamente. Con la fine del pontificato di Francesco e l’attenuarsi della “linea diretta” col Vaticano, la parrocchia è stata declassata da totem internazionale a nota a piè di pagina.
Oggi, la Sacra Famiglia vive in un limbo che non serve più a nessuno. È un avamposto di circa cinquecento persone che rifiutano l’evacuazione per un’ostinata questione di identità e presenza, una “resistenza” che però si muove in una zona grigia pericolosissima. Da una parte, il Patriarcato nega ogni presenza militare; dall’altra, l’IDF continua a denunciare come Hamas operi nell’ombra degli edifici adiacenti, usando il compound come uno scudo passivo ma efficace.
Il paradosso è totale: la Chiesa è stretta tra la morsa di Israele, che la vede come un ostacolo tattico, e il controllo sociale di Hamas, che pur non entrando nell’altare, domina il quartiere e ne gestisce il respiro. Ma la verità più amara è che, nell’aprile del 2026, della parrocchia di Gaza non si parla più perché non produce più dividendi politici. Esaurita la spinta propulsiva della retorica umanitaria, il destino di quei cristiani è diventato un “rumore di fondo” fastidioso, un pezzo del mosaico che non si incastra più né nella propaganda di chi attacca, né nel vittimismo di chi difende. Quando la realtà smette di essere funzionale, anche la solidarietà più ostentata viene archiviata.
L’Osceno Baratto del Silenzio
In questo teatro dell’assurdo, la tragedia di Gaza è diventata il prodotto di consumo più cinico del mercato dell’informazione: un’arma a scoppio ritardato che i media accendono o spengono a comando. Abbiamo assistito per mesi a un bombardamento di indignazione a senso unico, dove ogni sofferenza era funzionale a un solo obiettivo: la demonizzazione di Israele. Ma oggi, mentre il sipario cala, emerge la verità più vergognosa: del popolo palestinese, a chi cavalca le piazze e le redazioni, non è mai importato nulla.
Il silenzio assordante che oggi avvolge Gaza non è casuale, è omertà ideologica. È il silenzio che serve a coprire i veri carnefici, quegli aguzzini di Hamas che, mentre il mondo guarda altrove, tornano a stringere il cappio attorno al collo della propria gente. Parlare oggi delle vedove abusate dai miliziani, dei dissidenti trucidati nei vicoli o della farsa di elezioni gestite sotto la minaccia dei fucili, significherebbe ammettere che la “resistenza” è in realtà una feroce dittatura teocratica. Significherebbe sporcare quel poster patinato in cui Israele è l’unico cattivo e Hamas un’astrazione necessaria.
È il trionfo del doppio standard: i palestinesi meritano la solidarietà globale solo se possono essere usati come clava contro lo Stato ebraico. Se invece sono vittime dell’oppressione, del sadismo e del controllo sociale dei terroristi che li tengono in ostaggio tra le macerie, allora diventano “rumore di fondo”. La verità è che il giornalismo che oggi ignora la restaurazione del terrore a Gaza non è distratto: è complice. Ha deciso di sacrificare la realtà sull’altare della narrativa, preferendo lasciare due milioni di persone nel buio di Hamas piuttosto che ammettere di aver sbagliato il copione.



