La coalizione di Centro non riesce a coagulare a livello nazionale, ma non è detto che non riesca a produrre candidati a livello amministrativo – Una nuova Proposta per Roma: Democrazia Repubblicana
Qualche giorno fa, nel gettare la spugna di fronte all’impossibilità di congiungere i vari partiti centristi in vista delle prossime elezioni, Luigi Marattin è tornato a vestire i panni del “professore” (ruolo che d’altronde ricopre anche in accademia) per lanciare un avvertimento piuttosto netto a tutto l’arco centrista. La sua tesi, espressa con la consueta schiettezza, è che il Centro non possa più essere una sorta di “condominio” tra sigle diverse, ma debba evolversi in qualcosa di strutturalmente nuovo.
Ecco i punti chiave del suo ragionamento:
Il fallimento del “Metodo Somma” e il limite dei leaderismi
Secondo Marattin, l’idea di mettere insieme i simboli di Azione, Italia Viva, Libdem e altre formazioni minori per fare una lista unica è una strategia perdente. I tentativi passati (come alle ultime Europee) hanno dimostrato che la semplice aggregazione di ceti dirigenti non crea entusiasmo nell’elettorato, ma produce spesso solo conflitti interni per la leadership.
La sua posizione è chiara: non serve una coalizione di centro, serve un partito liberal-democratico unitario.
- Identità chiara: Un soggetto che non si definisca solo “né con la destra né con la sinistra”, ma che abbia un programma economico e sociale ben distinguibile.
- Scalabilità: Solo un partito unico, con un’unica catena di comando e un unico tesseramento, può sperare di superare le soglie di sbarramento e diventare l’ago della bilancia.
Marattin ha spesso criticato (a volte velatamente, a volte meno) l’eccessiva personalizzazione che ha bloccato il Terzo Polo. Il suo appello è per una struttura che sopravviva ai destini dei singoli leader, basata su piattaforme programmatiche piuttosto che sui tweet del momento. Condivido queste osservazioni, vorrei solo aggiungere qualcosa dal mio punto di vista.
Il Centro non è un luogo, è una funzione: la sfida oltre il “muro contro muro”
Per decenni, la politica italiana ha inseguito il “Centro” come se fosse un’eredità immobiliare, un territorio fisico da spartire tra sigle, loghi e ambizioni personali. Dopo il crollo della Democrazia Cristiana, l’area moderata è diventata il teatro di un’infinita serie di “ammucchiate” nate morte, cartelli elettorali fragili uniti più dai veti incrociati e dagli ego dei propri leader che da una visione condivisa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: una frammentazione che alimenta il “muro contro muro” tra destra e sinistra, lasciando gli elettori orfani di una sintesi razionale e gonfiando le fila dell’astensionismo.
Il fallimento della coagulazione centrista non è solo frutto di una sfortuna tattica. È il prodotto di un eccesso di personalismo. Quando un partito si identifica totalmente nel suo segretario, la politica diventa biografia e l’alleanza diventa sottomissione. Eppure, la storia d’Italia ci insegna che il Centro non è sempre stato una gabbia di veti. Nella Prima Repubblica, è stato il perno della stabilità, l’ammortizzatore che ha permesso al Paese di crescere senza deragliare verso gli estremi. Era il luogo della mediazione e della sintesi, non del semplice posizionamento.
Il Centro come funzione politica
Oggi, però, bisogna ribaltare il paradigma. Il Centro non deve più essere un luogo fisico da costruire, ma una funzione politica da esercitare. Non serve un “condominio” di sigle per esistere; serve una forza autonoma che agisca da arbitro razionale sui singoli provvedimenti. Questa non è equidistanza, è egemonia della razionalità: la libertà di votare una riforma garantista se viene da destra o una politica ambientale seria se viene da sinistra, costringendo i due poli a misurarsi sul merito e non sull’appartenenza. Vale la qualità delle proposte nate da un’osservazione competente delle realtà da gestire, dei problemi da risolvere, non le soluzioni populiste spacciate per ideologiche.
La sfida elettorale: lo Stabilicum non aiuterà, ci vuole l’eroismo dell’autonomia
Quale architettura istituzionale serve a questo progetto puramente centrista? L’ossigeno ideale sarebbe un sistema proporzionale puro con sbarramento non eccessivamente alto, capace di eliminare i ricatti dei collegi uninominali e restituire al Parlamento il compito di formare coalizioni basate sui programmi.
Tuttavia, la realtà che si profila con lo “Stabilicum” del governo Meloni è diversa: un sistema che spinge verso il bipolarismo forzato e il premio di maggioranza. In questo scenario ostile, la coagulazione del centro può farcela solo se rinuncia alla tattica del “posto a tavola” e sceglie l’eroismo politico dell’autonomia.
Come vincere la scommessa: recuperare il voto degli astenuti
Per sopravvivere alle modifiche elettorali in arrivo, il nuovo polo liberale e riformista deve trasformare la propria solitudine in un punto di forza. Se il sistema cercherà di schiacciarlo con la retorica del “voto utile”, la risposta dovrà essere il voto di qualità. Solo una forza che accetta la “traversata nel deserto”, puntando su una classe dirigente inattaccabile e su un’identità netta (quelli che “sanno leggere i bilanci”), può scardinare il muro contro muro.
Il Centro non deve cercare il potere per se stesso, ma deve essere il reagente chimico che stabilizza la democrazia. Se saprà dimostrare che la coerenza vale più di un seggio sicuro in coalizioni posticce, allora potrà davvero rappresentare l’unica via d’uscita per quel milione di elettori che oggi preferisce il silenzio dell’astensione al rumore dello scontro ideologico.
Se l’astensionismo è ormai il “primo partito” perché il bipolarismo forzato ha trasformato il voto in una scelta “contro” qualcuno, anziché “per” qualcosa. Quando la politica diventa solo uno scontro tra tifoserie che non comunicano, l’elettore razionale e non ideologizzato si sente un estraneo e decide di restare a casa.
La scommessa della funzione autonoma punta proprio a intercettare questo disagio. Invece di offrire l’ennesima coalizione che litiga su tutto il giorno dopo le elezioni, l’idea è di offrire un’ancora di razionalità:
- Agli astenuti: si dice che esiste un modo per pesare sulle decisioni senza dover sposare in blocco i populisti di destra o di sinistra.
- Al sistema: si garantisce che le riforme non siano “bandierine” identitarie, ma soluzioni concrete votate in base al merito.
Il rischio è che le leggi elettorali come lo Stabilicum siano scritte apposta per soffocare questa possibilità, obbligando tutti a schierarsi per non sparire. Ma se il “muro contro muro” continuerà a produrre solo paralisi e urla, lo spazio per chi propone di “fare l’arbitro” potrebbe diventare non solo utile, ma l’unica via d’uscita per salvare la partecipazione democratica.
Democrazia Repubblicana: La Forza della Ragione per Roma
Proprio in ragione di quanto detto sopra, una nuova sfida si affaccia nel panorama politico della Capitale. Democrazia Repubblicana, formazione laica e di centro, debutta alle elezioni comunali di Roma candidando il proprio Segretario, Simone Ascoli, per un seggio all’Assemblea Capitolina.
Oltre la nostalgia: un’eredità in movimento
Il progetto non nasce dal nulla, ma affonda le radici nella storica tradizione del PRI, che a Roma seppe interpretare le istanze della società civile arrivando a superare il 5%. Tuttavia, non si tratta di un’operazione nostalgia. L’obiettivo è attualizzare il celebre monito di Ugo La Malfa: contrapporre “la forza della ragione” alle velleità inconcludenti dell’ideologia.
In un clima politico spesso sterile, Democrazia Repubblicana si propone come interlocutore naturale proprio per quella vasta fetta di elettorato che non trova casa nel sistema attuale: chi ha smesso di votare perché non si sente rappresentato da promesse elettorali puntualmente disattese, i cittadini che non si riconoscono nello scontro tra “curve” opposte e cercano una sintesi pragmatica e razionale, chi è stanco dei toni strillati, della propaganda da social network e di soluzioni magiche che, alla prova dei fatti, risultano inapplicabili nella realtà amministrativa, chi chiede competenza, serietà e una visione di lungo periodo per il futuro di Roma, lontano dai populismi di ogni colore.
“Vogliamo riportare al centro del dibattito capitolino la concretezza” – dice il Segretario, Simone Ascoli – “Amministrare Roma richiede meno ideologia e più metodo: una gestione laica delle risorse, attenzione al decoro e una visione urbanistica che guardi ai prossimi vent’anni, non ai prossimi venti giorni di cronaca. La politica non è l’arte del possibile, ma l’esercizio della responsabilità guidato dalla ragione.”



