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Football, unites the World?

di Marco Di Capua

Oggi parlo di calcio. E in questo momento sarebbe difficile fare altrimenti, vista la sconfitta dell’Italia nella finale dei playoff per l’accesso al Mondiale.

Così, per la terza volta consecutiva, e per un totale di sedici anni, l’Italia non parteciperà alla Coppa del Mondo.

Una disfatta epocale.
Per capirci: su questa storia, tra qualche anno, ci faranno i documentari.

Se non altro, magra consolazione, almeno per qualche giorno in Italia si parlerà di questo e non d’Israele. Magari ci lasciano respirare un attimo.

C’è però un’altra vicenda che per ora passa quasi sotto silenzio, e forse è meglio parlarne subito, prima che venga rilanciata e manipolata a ridosso dei Mondiali per fare più hype.

La Federcalcio Palestinese, cioè la federazione di un popolo che da anni viene raccontato come vittima di ogni possibile atrocità, ha chiesto alla FIFA di colpire Israele.

A questo punto però bisogna aprire una parentesi, perché molti magari non lo sanno: perché Israele gioca nelle competizioni europee e non in quelle asiatiche?

Geograficamente avrebbe molto più senso il contrario. Ma il punto è che nel 1974 Israele fu espulsa dalla federazione asiatica, per il boicottaggio dei Paesi arabi, che si rifiutavano di giocare contro di lei.

E da allora, dopo anni di collocazione anomala, è finita stabilmente nel calcio europeo.

Già questo, da solo, dovrebbe aiutare a leggere meglio tutta la vicenda.

Perché la richiesta palestinese non si basa soltanto sulla guerra o sulla propaganda del momento, ma anche su un altro argomento: la presenza di club israeliani con sede negli insediamenti in Cisgiordania, che secondo i palestinesi violerebbe la loro sovranità territoriale.

Le squadre citate sono queste: Beitar Ironi Ariel, Beitar Givat Ze’ev, Beitar Ma’ale Adumim, Beitar Ironi Ma’ale Adumim, Hapoel Bik’at Hayarden e Hapoel Oranit.

E basta una ricerca minima per rendersi conto che non stiamo parlando di colossi del calcio professionistico.

Non stiamo parlando del Real Madrid o del Machenter City, anche se Guardiola ci sguazzerebbe in questa situazione.

Nessuna di queste squadre gioca ai massimi livelli e, in diversi casi, si tratta di realtà minori, locali, perfino giovanili.

Insomma, già qui il caso appare molto meno “gigantesco” di come qualcuno vorrebbe raccontarlo e probabilmente racconterà.

A quel punto però, siccome la questione da sola non sembra abbastanza forte da fare davvero rumore, si prova a colpire il nome più noto: il Beitar Yerushalaim.

Peccato che anche qui la questione è inesistente, perché il suo stadio si trova a Gerusalemme Ovest, non in un insediamento della Cisgiordania.

E qui arriva il capolavoro FIFA.

Per un attimo, minuscolo, la FIFA sembra ricordarsi di non essere l’ONU e di non poter decidere da sola né chi stia commettendo un genocidio né chi stia occupando cosa. In pratica dice: sui club degli insediamenti non interveniamo, perché la questione giuridica è troppo complessa e non spetta a noi risolverla.

Però, allo stesso tempo, non può nemmeno permettersi di uscire da questa storia senza dare un contentino politico e simbolico a qualcuno.

E allora che fa la FIFA, quella che ama riempire gli stadi di slogan morali e di patch sulle magliette “out of Racism”?

Multa comunque la federazione israeliana.

Non per gli insediamenti.
Non perché abbia stabilito che Israele debba essere sospesa.
Ma per violazioni sistematiche delle norme anti-discriminazione, con una multa pesante (150.000 Franchi) e con obblighi simbolici da esibire in pubblico, come sempre accade quando si vuole trasformare una sanzione in messaggio politico.

E quindi il paradosso è questo: nel 2026 Israele paga una multa per “razzismo”, mentre mezzo secolo prima era stata cacciata dal calcio asiatico proprio in un clima segnato da boicottaggio politico, discriminazione e antisemitismo e razzismo.

Direi male.
Male male.

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