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La pavida Europa si tira indietro: l’UE ignora che la guerra è già a casa nostra

Mentre il 20% del petrolio mondiale è bloccato e i Pasdaran iraniani minacciano la navigazione nello Stretto di Hormuz, Bruxelles si sfila dagli appelli di Washington. L’Europa confida nella diplomazia, mentre le bollette energetiche tornano a correre. Una pericolosa assenza di visione strategica. di Simone Ascoli

La storia insegna, ma l’Unione Europea spesso decide di non imparare. Nel mezzo della più grave crisi energetica e geopolitica degli ultimi anni, con lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia del 20% del greggio globale, paralizzato dalla decisione del regime iraniano di chiuderne il passaggio, la risposta europea è un misto di sconcerto e inazione, una malattia che da sempre chiamo chamberlanismo, dal timoroso premier inglese che cercò pacificazione con Hitler nel 1938.

Nonostante gli appelli alla responsabilità da parte degli Emirati e la richiesta esplicita di collaborazione militare avanzata dal presidente statunitense Donald Trump per riaprire la rotta commerciale, l’UE si sfila. Kaja Kallas, alto rappresentante per la politica estera, ha chiarito che non c’è motivo per estendere le operazioni navali europee, sullo stile di Aspides in Mar Rosso, fino al Golfo Persico. “Non è la nostra guerra”, viene annunciato da Bruxelles.

L’illusione della neutralità

Affermare che la guerra in Iran non sia un affare europeo è un atto di cecità politica o, peggio, una comoda bugia. L’Europa è una potenza economica che respira grazie alla libera navigazione. Con la chiusura di Hormuz, l’aumento dei costi assicurativi e il blocco delle navi, l’UE sta pagando in tempo reale il prezzo della propria indecisione: i mercati energetici sono nel caos, con le quotazioni di gas e petrolio che minacciano di strozzare imprese e famiglie europee.

I segnali di allarme sono evidenti: l’allerta terrorismo in Europa è alta, il rischio di una nuova ondata migratoria dal Medio Oriente è concreto e la crisi alimentare non è uno spettro remoto. Eppure, Germania e altri partner hanno già bocciato l’idea di inviare fregate a protezione delle navi mercantili, definendola una missione non-NATO.

La viltà della diplomazia senza navi

Mentre i Pasdaran iraniani bloccano il transito e i mercantili navigano sotto scorta di fatto e nel terrore, la UE invoca soluzioni onusiane, sullo stile del Segretario di quella infausta organizzazione che ormai è diventata l’Onu. La diplomazia è necessaria, certo, ma in assenza di una deterrenza navale credibile, essa si riduce a un esercizio di stile impotente.

La verità è che l’Europa, priva di una vera difesa comune e spaventata dalle possibili ritorsioni, sta lasciando la sicurezza dei propri approvvigionamenti nelle mani di Washington. Si dimentica che, nel 2026, la sicurezza energetica europea è sicurezza nazionale.

Un’Europa inerte

In questa situazione, l’Italia, attraverso il ministro della Difesa Crosetto, ha cercato di mediare una “linea comune” che veda l’Europa unita nel non inviare navi da guerra direttamente nel conflitto, ma nell’agire collettivamente per sterilizzare l’area. Tuttavia, la mancanza di una strategia comune e immediata dell’Unione evidenzia una governance più interessata a non decidere piuttosto che a proteggere i propri interessi vitali.

La guerra in Iran è già una guerra europea. Ignorarlo non la farà sparire; la renderà solo più dolorosa per un continente che continua a confondere la prudenza con la paralisi.

A meno che l’Iran non stia già combattendo una guerra ibrida contro l’Italia e l’Europa, con una penetrazione corruttiva nei centri decisionali, che portano i nostri politici, nel migliore dei casi, a girare lo sguardo, in altri a parteggiare apertamente per gli Ayatollah.
L’unico partito che appoggia dichiaratamente l’intervento in Iran è Democrazia Repubblicana.

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