Il Golfo Persico e il Mar Rosso sono i polmoni del commercio globale. Sono chiusi. L’Occidente non può permetterselo — e non deve delegare ad altri la propria sicurezza.
La posta in gioco è europea, non solo americana
Mentre il mondo guarda alla USS Tripoli ormeggiata nel Golfo Persico e ai negoziati inconcludenti a Ginevra, l’Europa rischia di restare spettatrice di una crisi che la colpisce più di chiunque altro. Circa il 12% del commercio globale, quasi il 30% del traffico container tra Asia ed Europa e una quota significativa delle forniture energetiche al continente transitano attraverso queste acque. Non è un problema americano. È un problema nostro.
Il Brent sopra i 100 dollari al barile, le catene di fornitura bloccate, i prezzi alla pompa ai massimi storici: ogni automobilista europeo che fa benzina questa settimana paga il prezzo di una crisi che si combatte a 5.000 chilometri di distanza. L’Europa non può continuare a subire passivamente il ricatto di un regime teocratico che usa due choke point strategici — lo Stretto di Hormuz e il Bab el-Mandeb — come armi di guerra economica contro le democrazie liberali.
ASPIDES funziona. Va potenziata. Va estesa.
L’Unione Europea ha già una risposta: si chiama Operation ASPIDES. In 23 mesi di dispiegamento nel Mar Rosso, la missione ha garantito il passaggio sicuro a oltre 1.450 navi commerciali. Il Consiglio europeo ha appena rinnovato il mandato fino al febbraio 2027, confermando l’impegno dell’UE alla sicurezza marittima e alla protezione dei flussi commerciali globali.
Ma non basta. ASPIDES opera nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. A Bruxelles si discute seriamente dell’ipotesi di estenderne il raggio operativo fino a Hormuz, lì dove oggi lo Stretto è di fatto sotto il controllo iraniano. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani si è già detto disponibile a rafforzare la missione. La Germania ha sollevato obiezioni. È il momento che l’Europa smetta di discutere e agisca: servono le navi, il mandato e la volontà politica per essere presenti anche nel Golfo Persico con una nuova missione ad hoc, distinta e complementare ad ASPIDES, che garantisca la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Non si chiede all’Europa di fare la guerra all’Iran. Si chiede di fare la guardia alla pace commerciale globale.
La coalizione araba: il fattore che cambia l’equazione
L’Europa non sarebbe sola. Negli ultimi giorni, uno scenario impensabile pochi mesi fa si sta materializzando nel Golfo: le monarchie arabe, colpite dai missili iraniani, stanno scegliendo da che parte stare.
L’Arabia Saudita ha accettato di concedere alle forze americane l’accesso alla base aerea di King Fahd, invertendo la posizione precedente secondo cui il suo territorio non poteva essere usato per attacchi contro l’Iran. La svolta è arrivata dopo che missili e droni iraniani hanno colpito infrastrutture energetiche saudite chiave, inclusa la capitale Riyadh.
Le forze aeree di Arabia Saudita e UAE sono capaci di operare come parte di una coalizione a guida americana, colpendo infrastrutture militari e installazioni energetiche iraniane. La Royal Saudi Air Force schiera 449 velivoli tra i più avanzati al mondo, incluse versioni superiori degli F-15 americani, Eurofighter Typhoon e Tornado.
L’atteggiamento di Riyadh si è spostato verso il sostegno alla guerra americana come modo per punire l’Iran delle sue aggressioni. Gli Emirati hanno comunicato a Washington di essere pronti a un conflitto lungo fino a nove mesi, senza fare pressione perché si concluda rapidamente.
Questo è il momento in cui l’Europa deve coordinarsi con questa coalizione emergente — non per combattere, ma per garantire che le rotte commerciali restino aperte a chiunque non sia il regime di Teheran.
Un appello all’UE: tre cose da fare adesso
L’Europa ha gli strumenti. Le manca la volontà collettiva. Ecco cosa serve, subito:
Primo, estendere ASPIDES a Hormuz. La missione esiste, funziona, è rispettata internazionalmente. Espanderne il mandato al Golfo Persico è un atto di responsabilità, non di belligeranza. ASPIDES fu concepita proprio per coprire l’area fino allo Stretto di Hormuz e al Golfo Persico: è ora di attivare quella clausola.
Secondo, lanciare una nuova missione navale nel Golfo. Una presenza europea autonoma nel Golfo Persico — con fregate, pattugliatori e droni navali — invierebbe un segnale inequivocabile: il diritto di libera navigazione non è negoziabile. Non è una provocazione; è la conferma di un principio che l’Europa ha già difeso in altri teatri.
Terzo, coordinare con la coalizione del Golfo. L’UAE ospita F-22 Raptor e sistemi AWACS ad Al-Dhafra. Il Qatar ospita il principale hub logistico USA nella regione. L’Arabia Saudita è il principale partner di vendite militari americane al mondo. Un’Europa presente militarmente nel Golfo può integrarsi con questa architettura difensiva, offrendo capacità di scorta, intelligence marittima e deterrenza senza sparare un colpo.
Il ricatto di Teheran non può avere successo
Un regime teocratico che bombarda le capitali arabe, chiude gli stretti e usa l’uranio arricchito come merce di scambio non può ottenere in cambio il riconoscimento della sua egemonia sulle rotte marittime mondiali. Se l’Europa cedesse — restando inerte, senza navi, senza mandato, senza voce — stabilirebbe un precedente devastante: chi possiede missili balistici e proxy regionali può dettare le condizioni al commercio globale.
La libertà di navigazione non è un favore che si chiede a Teheran. È un diritto che si esercita, e se necessario si difende. L’Europa ha una marina militare capace, alleati determinati e interessi economici diretti. Ha tutto ciò che serve. Manca solo di una cosa: la decisione di usarlo.
Il tempo stringe. L’orologio ticchetta non solo per Trump — ticchetta anche per Bruxelles.



