Il tramonto dell’influenza teocratica a Teheran costringe gli USA a ridisegnare il Vicino Oriente tra pragmatismo su Damasco, frizioni con Gerusalemme e l’azzardo Ankara
Il collasso strutturale dell’influenza iraniana nel Vicino Oriente, un tempo ritenuto un miraggio distante, si è tradotto nell’immediata necessità di un totale ridisegno delle linee di frattura geopolitiche della regione. Il vuoto di potere lasciato dalla ritirata di Teheran e il crollo del sistema post-Assad in Siria (e con la Russia di Putin, impegnata da quattro anni in Ucraina in una guerra che ha scatenato e non riesce a vincere) non hanno inaugurato un’era di pacificazione continentale, bensì hanno spalancato le porte a una riconfigurazione tattica spietata, in cui gli Stati Uniti di Donald Trump stanno applicando i principi più puri e spregiudicati del realismo strategico.
Agli occhi di molti osservatori e alleati storici, la postura diplomatica adottata da Washington nell’estate del 2026 appare sconcertante, quando non apertamente contraddittoria. La rimozione di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) dall’elenco delle organizzazioni terroristiche, l’annullamento del regime sanzionatorio nei confronti di Damasco e il contestuale accreditamento formale del presidente Ahmed al-Sharaa (ex Abu Mohammed al-Jolani) sono stati percepiti a Gerusalemme come un azzardo inaccettabile. Eppure, all’interno del perimetro strategico dell’amministrazione americana, queste mosse rispondono a un’unica e coerente priorità: la stabilizzazione reattiva della Siria come Stato-cuscinetto irrevocabilmente sottratto all’orbita sciita e alla penetrazione russa. Questa mossa americana è stata peraltro anticipata dalla resa dei curdi siriani, ex alleati americani poi abbandonati a sé stessi, che hanno rinunciato alla loro posizione secessionista.
Punti Chiave della Riconfigurazione Strategica
- L’Asse Funzionale Washington-Ankara-Damasco: La Siria post-Assad viene riabilitata in funzione squisitamente anti-iraniana, individuando nella Turchia il garante militare ed esecutivo sul terreno.
- Il Dilemma di Gerusalemme: Israele reagisce alla “de-prioritizzazione” americana con una dottrina di attacco preventivo (esemplificata dal raid di Abu al-Duhur), intenzionata a impedire che l’influenza turca diventi strutturale e limitante per la propria libertà d’azione aerea.
- L’Azzardo della “Fase Due”: L’uso strategico di Recep Tayyip Erdoğan da parte degli USA come stabilizzatore temporaneo, propedeutico a favorire (così almeno mi auguro fortemente) sul lungo periodo un riallineamento politico ad Ankara verso leadership prive di legami con la Fratellanza Musulmana.
Il Triangolo Strategico: USA, Siria e il Ruolo di Ankara
La nomina e le recenti sortite dell’inviato speciale americano Tom Barrack — al contempo ambasciatore in Turchia e Siria — hanno chiarito la nuova gerarchia delle priorità statunitensi. Le polemiche sulle dichiarazioni di Barrack in merito alle Alture del Golan, pur prontamente rientrate nei ranghi della linea formale fissata nel 2019, hanno messo a nudo la natura del nuovo corso: Washington rifiuta di concedere ad alcuno dei suoi partner storici un diritto di veto sulla ri-architettura regionale.
Per la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, l’implosione del sistema siriano ha rappresentato l’opportunità di coronare una proiezione egemonica coltivata per oltre un decennio. Attraverso l’uso della lira turca nelle province settentrionali, l’integrazione delle infrastrutture energetiche e l’influenza diretta sui quadri di governo di Damasco, Ankara si propone oggi come l’interlocutore indispensabile. Washington accetta ed accentua questa centralità: la Turchia dispone del secondo esercito della NATO, controlla gli accessi marittimi e possiede la capacità logistica per addestrare e contenere l’apparato statale siriano.
La riabilitazione di al-Sharaa non nasce dunque da un’illusoria conversione democratica delle componenti islamiste, bensì da un calcolo cinico: al-Sharaa garantisce la tenuta territoriale, ha eradicato la presenza dell’ISIS nelle aree sotto il suo controllo e, soprattutto, si pone come una barriera impenetrabile contro qualsiasi ipotesi di ritorno delle milizie filoiraniane.
La Frattura con Gerusalemme e il Raid di Abu al-Duhur
Questa convergenza tattica tra Washington, Ankara e Damasco pone Israele di fronte a un solco strategico drammatico. Per Gerusalemme, la prospettiva di una Siria stabilizzata non sotto la propria diretta influenza di sicurezza, ma sotto la tutela di una potenza revisionista come la Turchia, costituisce una minaccia esistenziale di nuovo tipo.
«Israele recepisce il radicamento militare turco in Siria non come un fattore di stabilizzazione, ma come il passaggio da una minaccia asimmetrica (l’Iran) a una minaccia statale strutturale con tecnologia NATO.»
Il raid aereo compiuto dalle forze israeliane contro la base siriana di Abu al-Duhur il 18 agosto 2026 risponde esattamente a questa dinamica. Pur avendo colpito un’infrastruttura priva di personale attivo, l’attacco ha inviato un segnale politico inequivocabile ad Ankara e al governo di Damasco: Israele non intende tollerare l’installazione di sistemi radar avanzati, batterie di difesa aerea o assetti di intelligence turchi sul suolo siriano capaci di limitare la libertà d’azione dell’Aeronautica Militare israeliana.
La dura reazione verbale tra il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Katz da un lato, e il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan dall’altro, dimostra come la contesa sulla Siria sia ormai diventata il vero perno geopolitico del Mediterraneo Orientale. Gerusalemme teme che l’asse turco-siriano possa saldarsi in un patto di difesa esteso ad attori del Golfo e al Pakistan, isolando di fatto lo Stato ebraico e vanificando l’eredità concettuale degli Accordi di Abramo.
La Scommessa Americana: Strumentalizzazione e Futuro Transito ad Ankara
Sarebbe tuttavia un errore analitico ritenere che l’amministrazione Trump sia divenuta “ostaggio” delle ambizioni neo-ottomane di Erdoğan. Al contrario, la visione di Washington opera su due livelli distinti ma consequenziali:
- Nel breve periodo: La Turchia di Erdoğan viene sfruttata come “esecutore materiale” della stabilizzazione anti-iraniana. La retorica antisraeliana del presidente turco viene tolta dal tavolo decisionale americano e relegata a consumo propagandistico interno, finché il comportamento strategico di Ankara rimane allineato ai desiderata della NATO e alla repressione dei focolai jihadisti globali.
- Nel medio-lungo periodo: La diplomazia statunitense è perfettamente consapevole delle incompatibilità strutturali legate all’ideologia della Fratellanza Musulmana che permea la leadership di Erdoğan. Gli analisti di Washington prevedono che, una volta consolidato l’assetto post-iraniano in Siria e messa in sicurezza la transizione a Damasco, la figura di Erdoğan rischierà di trasformarsi da risorsa strategica a fattore di grave instabilità per l’intero blocco occidentale.
A questo livello si innesta l’ipotesi — sottile ma sempre più concreta nelle cancellerie europee ed americane — di favorire una graduale transizione politica all’interno della Turchia. Il sostegno americano ed europeo non è un assegno in bianco ad Erdoğan, ma una cambiale a scadenza. L’obiettivo ultimo di Washington rimane la sostituzione del blocco conservatore-islamista con una leadership turca di matrice kemalista o tecnocratica, priva di legami transnazionali con l’islam politico, capace di ricucire lo strappo strutturale con Israele e di reintegrare Ankara a pieno titolo nel sistema di sicurezza atlantico ed eurasiatico.
Implicazioni per la Sicurezza Europea
In questo vertiginoso quadro di diplomazia di potenza, l’Unione Europea osserva con un misto di sollievo contabile e profonda apprensione strategica. La cancellazione delle sanzioni contro la Siria e l’avvio di canali diretti con il regime di al-Sharaa rispondono, per Bruxelles, alla priorità assoluta di stabilire un interlocutore statale atto a consentire il rientro dei rifugiati siriani. Tuttavia, i rischi reputazionali e di sicurezza rimangono elevatissimi.
Accreditare una leadership con trascorsi nella rete al-Qaeda sdogana il principio secondo cui la violenza politica e l’insorgenza armata possono trovare piena legittimazione istituzionale al raggiungimento del potere. Inoltre, l’eccessiva dipendenza europea dalla Turchia come custode dei flussi migratori e garante dell’equilibrio levantino concede ad Ankara una leva di ricatto permanente che l’Europa rischia di pagare a caro prezzo nei dossier del Mediterraneo Orientale e della difesa autonoma.
Conclusioni: La Politica della Forza
L’insegnamento che la Siria post-2026 ci impone di leggere è limpido: gli Stati Uniti hanno abbandonato la pretesa di conformare il Medio Oriente a modelli ideologici o ad alleanze monolitiche. L’architettura in corso di costruzione è un prisma cinico, in cui la priorità assoluta — l’estirpazione dell’influenza iraniana — giustifica alleanze tattiche con vecchi nemici e momentanee tensioni con storici alleati.
Israele dovrà adattarsi a questa nuova realtà, diversificando le proprie opzioni strategiche ed esercitando una deterrenza autonoma. Allo stesso tempo, la Turchia farebbe bene a non scambiare l’utilità tattica concessale da Washington per un’investitura egemonica perenne: nella grande scacchiera della Realpolitik americana, gli attori regionali rimangono strumenti, e la ricerca dell’equilibrio finale non esiterà a sacrificare chi credeva di esserne l’arbitro.



