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Il grande paradosso di E1 e il cortocircuito d’Europa e Giudea & Samaria

Dalla retorica sulla “continuità territoriale spezzata” alla censura delle mappe nei telegiornali: come Europa e Rai alimenta un doppio standard sull’Area C

Di fronte all’accelerazione del piano israeliano nel corridoio tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, la diplomazia occidentale e i collegamenti TV urlano al sacrilegio in nome degli Accordi di Oslo. Ma si tace sull’abusivismo strategico palestinese nell’Area C e sull’uso distorto della geografia nei telegiornali.

La pubblicazione dei bandi di gara per le prime 1.234 unità abitative nel settore E1 — parte del più ampio progetto da circa 3.400 alloggi sbloccato dal ministero delle Finanze israeliano — ha scatenato la consueta, prevedibile tempesta diplomatica. Italia, Francia, Germania, Regno Unito ed Egitto hanno firmato note di fermissima condanna, evocando il “punto di non ritorno” per la soluzione a due Stati e minacciando ritorsioni reputazionali ed economiche per le imprese partecipanti.

A fare da cassa di risonanza in Italia è il servizio pubblico: da giorni sentiamo gli inviati Rai ripetere formule pre-confezionate, affermando che la costruzione in E1 “spezzerebbe in due la (cosiddetta) Cisgiordania” (che alcuni giornalisti della Rai si spingono ad aggettivare arbitrariamente con “palestinese” ), impedendo per sempre la nascita di uno Stato palestinese con continuità territoriale. Eppure, c’è un dettaglio sistematicamente omesso in questi collegamenti da Gerusalemme: nessun telegiornale mostra mai una carta geografica dettagliata. Se la mostrassero, il pubblico scoprirebbe una realtà ben diversa e molto più complessa di quella sintetizzata negli slogan.

La censura della carta geografica e il mito della continuità

Perché i servizi TV evitano di mostrare le mappe? Perché la cartografia smentirebbe la narrazione della “striscia di terra che isola per sempre il nord dal sud”.

L’area E1 (East 1) copre circa 12 chilometri quadrati ad est di Gerusalemme. Se si osserva la geografia reale:

  1. La continuità tra nord e sud della Cisgiordania (da Ramallah a Hebron) non passa per forza attraverso E1, ma si sviluppa lungo i corridoi territoriali ad est dell’area (verso la Valle del Giordano) o tramite la rete viaria dedicata già esistente e in via di ampliamento.
  1. Il vero nodo di E1 riguarda la continuità tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim (circa 40.000 abitanti), e l’eventuale collegamento diretto tra Gerusalemme e i sobborghi palestinesi adiacenti come Abu Dis e Azariya.
  1. Israele ha proposto e progettato infrastrutture viarie e circonvallazioni bypass proprio per garantire lo scorrimento del traffico palestinese da nord a sud senza dover attraversare i check-point del blocco urbano di Gerusalemme.

Omettendo la mappa, il servizio televisivo trasforma una complessa questione di pianificazione urbanistica e infrastrutturale in un dogma morale: l’israeliano che edifica “spezza la mappa”, il palestinese che edifica “occupa il suo territorio”.

Le origini rimosse e la trappola contrattuale

Il secondo elemento che smonta la retorica dell’”estremismo ideologico” come unica matrice di E1 sta nella storia. Il piano non nasce da una trovata della destra radicale, ma fu elaborato nel 1995 da Yitzhak Rabin: l’uomo degli Accordi di Oslo, il premio Nobel per la Pace, il simbolo della sinistra israeliana. Per trent’anni il progetto è rimasto congelato sotto la pressione delle cancellerie occidentali. Ma la svolta dell’agosto 2026 segna un passaggio metodologico decisivo: l’apertura delle gare d’appalto pubbliche sposta la questione dal terreno della trattativa politica a quello dei vincoli contrattuali con i privati. Una volta assegnati i lotti, la revoca del piano comporterebbe per qualsiasi futuro governo penali milionarie, rendendo l’opera di fatto irreversibile.

Il cortocircuito di Oslo e la favola dell’Area C

La reazione sdegnata dell’Unione Europea e del Regno Unito poggia su un pilastro retorico costante: la difesa dell’ordine giuridico internazionale e degli Accordi di Oslo. È qui, tuttavia, che emerge la contraddizione più stridente.

Gli Accordi di Oslo II del 1995 — firmati dall’OLP e riconosciuti dalla comunità internazionale — dividono la Cisgiordania in tre zone. L’Area C, che rappresenta circa il 60% del territorio, è stata esplicitamente assegnata al pieno controllo civile e di sicurezza di Israele, inclusa la pianificazione urbanistica, la gestione del catasto e il rilascio dei permessi edilizi.

Se Oslo è il punto di riferimento normativo, ne consegue che l’amministrazione urbanistica dell’Area C spetta a Israele. Invece, da oltre un decennio assistiamo a una politica europea apertamente schizofrenica:

  1. L’invocazione di Oslo per condannare ogni decisione edilizia o infrastrutturale israeliana in Area C.
  1. La violazione sistematica di Oslo attraverso il finanziamento diretto di infrastrutture, edifici, scuole e reti idriche palestinesi erette in Area C senza alcuna autorizzazione o permesso dell’autorità amministrativa israeliana.

Non si tratta di casuali interventi di emergenza umanitaria, ma dell’attuazione pratica del cosiddetto “Piano Fayyad” del 2009: una strategia deliberata dell’Autorità Palestinese per creare “fatti compiuti sul terreno”, occupando urbanisticamente i punti nevralgici dell’Area C — a partire proprio dal perimetro di E1 — per impedire la continuità territoriale israeliana e forzare la nascita di uno Stato de facto.

Centinaia di strutture prefabbricate sfoggiano sui muri le targhe ufficiali dell’Unione Europea o dell’agenzia ECHO (European Civil Protection and Humanitarian Aid Operations). Quando Israele, esercitando le prerogative che gli stessi Accordi di Oslo gli riconoscono, emette ordini di demolizione contro questi abusi edilizi, Bruxelles protesta vibratamente contro la “distruzione di beni umanitari finanziati dai contribuenti europei”.

Il caso Regavim: l’Ue sanziona chi chiede il rispetto della legge

Il paradosso del doppio standard raggiunge il suo apice nel trattamento riservato alle organizzazioni della società civile israeliana. Particolarmente emblematico è il caso di Regavim, la ONG israeliana che monitora l’Area C tramite droni, rilevamenti satellitari e mappe catastali.

L’attività di Regavim consiste nel presentare ricorsi e azioni legali dinanzi alla Corte Suprema d’Israele per chiedere l’applicazione formale delle leggi sull’edilizia e il rispetto delle competenze previste da Oslo, sollecitando il ripristino della legalità contro le costruzioni abusive (sia arabe che ebraiche).

Ebbene, nel corso delle recenti ondate di sanzioni internazionali promosse da Regno Unito, Canada, Unione Europea e amministrazione statunitense contro gli ambienti dei coloni, entità e figure collegate al monitoraggio legale di Regavim sono finite nel mirino dei provvedimenti restrittivi diplomatici ed economici. Siamo al ribaltamento della logica giuridica: un’organizzazione che chiede ai tribunali di far rispettare le norme e i permessi edilizi previsti dagli accordi internazionali viene bollata come “estremista”, mentre i governi stranieri che finanziano la posa di moduli abitativi abusivi sul suolo altrui si proclamano custodi del diritto.

Conclusione

Il progetto E1 è indubbiamente uno dei nodi geopolitici più complessi del Medio Oriente. Si può legittimamente discutere se la sua attuazione sia politicamente opportuna per i futuri assetti regionali. Ciò che invece non è tollerabile è la narrazione a senso unico propinata dal giornalismo televisivo nostrano.

Continuare a ripetere che E1 “seppellisce la pace” nascondendo le carte geografiche, tacendo sui finanziamenti europei all’abusivismo in Area C e sanzionando chi chiede l’applicazione di trattati firmati 30 anni fa non è informazione: è militanza diplomatica mascherata da cronaca. Finché la RAI e le cancellerie occidentali rifiuteranno di mostrare la mappa nella sua interezza, la loro pretensione di ergersi ad arbitri neutrali rimarrà soltanto una fragile finzione narrativa.

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