È morto a 90 anni Massimiliano Cencelli, il democristiano pragmatico che ideò, nella prima repubblica, un metodo per tradurre il peso politico in consenso e governabilità: il famoso Manuale Cencelli che, diceva lui, era nato da una chiacchierata.
Oggi, Cencelli, è ricordato come il simbolo di un potere autoreferenziale e di come “non si dovrebbe fare politica”. Di una politica che pesa e non pensa.
Eppure, la sua intuizione originaria serviva a frenare la tentazione di chi vince di prendere tutto. Nasceva da una concezione “relativista” del consenso che, per altro, è cangiante.
Cencelli riconosceva il diritto della vittoria di ottenere qualcosa — e anche qualcosa di grosso —, ma senza annullare gli altri.
Era un sistema che “pesava” il lavoro dei partiti, quello all’interno dei partiti, e la presenza e il consenso della gente. In fondo, trovò il modo di trasformare la guerra politica in un metodo democratico, in una grammatica della rappresentanza.
Personalmente resto convinto che a chi vince debba essere data la forza per governare, rimanendo fedele all’idea liberale e repubblicana che sta alla base delle democrazie occidentali: tutto il potere a nessuno.
Ma la democrazia contemporanea, malata di polarizzazione, ha perso il gusto per le sfumature e per il peso reale delle idee.
Desidero ricordarlo anche per questo. Pur agendo attraverso l’esercizio e il peso del consenso, credo che il potere debba sempre trovare i suoi limiti nella politica — che impone il rispetto dell’avversario — e nella legge dentro la simpatia che gli elettori hanno verso le varie politiche.
Il metodo Cencelli divenne gestione del consenso, è vero, ma non ci si vergognava di fare politica.
Oggi, invece, assistiamo alla cultura del “tutto a me”, anche da parte di chi non sa fare.



