C’è stato un tempo in cui la diplomazia era l’arte di pesare le parole su un bilancino di precisione. Oggi, nell’era dei talk show permanenti e dei tweet compulsivi, la politica estera italiana ed europea somiglia tragicamente a una recita parrocchiale, dove i copioni si dimenticano a memoria e le comparse pretendono di fare i registi.
Il caso Flotilla e i silenzio sulla Libia
Prendiamo il nostro Ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Quando le motovedette israeliane hanno osato fermare i nostri intrepidi “attivisti” a bordo della Flotilla, a Roma è scattato il codice rosso dell’indignazione patriottica. Tajani si è gonfiato il petto, ha tuonato contro il collega israeliano Itamar Ben-Gvir dandogli dell’”indegno” per aver ironizzato sul “Paese delle ciabatte”. Un leone. Peccato che, nelle stesse identiche ore, altri due cittadini italiani venissero inghiottiti dalle galere della Libia di Bengasi nell’indifferenza più totale. Lì, nessuna convocazione di ambasciatori, nessun tweet di fuoco. Lì si sussurra, si flauta, si fa la figura del diplomatico felpato, perché con la Libia abbiamo il ricatto dei migranti e i rubinetti del gas da tutelare. Se Israele ci risponde male, evochiamo le sanzioni UE; se i signori della guerra libici ci sequestrano i connazionali, apriamo un tavolo di riflessione.
È il festival del coraggio selettivo. Il coro della politica nostrana si esercita quotidianamente nel tiro al bersaglio contro le intemperanze di Ben-Gvir (esercizio facile e politicamente gratuito), ma scivola in un silenzio tombale quando Recep Tayyip Erdoğan e il suo ministro dell’Interno minacciano apertamente, dal Parlamento di Ankara, di “marciare e conquistare Gerusalemme”. Lì il microfono si spegne. Perché la Turchia ha il secondo esercito della NATO e siede sulla rotta balcanica dei migranti: meglio far finta di non aver sentito.
Quando la schifezza da italiana diventa europea
Ma questa non è solo schizofrenia da campagna elettorale permanente. C’è un punto di caduta in cui il doppio standard smette di essere ridicolo e diventa qualcosa di molto più sinistro. Diventa diffamazione menzognera travestita da moralismo.
Quando l’eurodeputata Pina Picierno si lancia nell’equiparazione acrobatica tra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, o quando l’Alto rappresentante dell’UE Kaja Kallas paragona con disinvoltura lo Stato d’Israele all’apartheid del Sudafrica, non siamo più di fronte a una legittima critica politica. Siamo davanti al collasso definitivo della cultura geopolitica occidentale, sostituita da un pregiudizio talmente radicato da farsi menzogna storica e giuridica.
Paragonare un autocrate che invade nazioni sovrane, bombarda ospedali pediatrici e cancella il dissenso interno a colpi di polonio, al primo ministro di una democrazia occidentale che combatte una guerra di sopravvivenza contro un’organizzazione jihadista che ha lo sterminio nel proprio statuto, è un’operazione di analfabetismo politico spaventoso.
Così come accostare il Sudafrica dell’apartheid — dove i neri erano privati per legge della cittadinanza, del voto e dei diritti civili fondamentali — a uno Stato, come Israele, in cui i cittadini arabi siedono in Parlamento, guidano i tribunali e lavorano negli ospedali, significa violentare la storia. Ma Kaja Kallas, cresciuta professionalmente nella bolla iper-burocratese e moralizzatrice di Bruxelles, ignora le sfumature della diplomazia classica. Per lei e per i vertici dell’UE, la politica estera è diventata una messinscena di “virtue signaling”, una sfilata di slogan terzomondisti utili a compiacere le maggioranze automatiche dell’ONU, mentre si gira lo sguardo davanti all’occupazione cinquantennale di Cipro Nord da parte della Turchia o all’ennesima strage di cristiani in Nigeria.
La dura reazione di un diplomatico di lungo corso come Giulio Terzi di Sant’Agata contro le uscite della Kallas fotografa esattamente questo scisma: da un lato l’onestà intellettuale di chi conosce la complexity della storia e il peso del diritto internazionale; dall’altro la superficialità di una classe dirigente europea che usa concetti drammatici come clava propagandistica.
Quando la massima diplomazia del continente abdica al rigore della verità per inseguire la retorica dei social, il danno non è solo d’immagine. Si legittima la menzogna, si normalizza il pregiudizio e, cosa ancor più grave, si firma la dichiarazione di totale irrilevanza geopolitica dell’Europa.



