Doppio standard giudiziario, narrazioni mediatiche distorte e vuoto di tutela verso la comunità ebraica: come la politica italiana usa il diritto per proteggere se stessa e non i cittadini
Nel panorama contemporaneo delle democrazie occidentali, l’applicazione del diritto e la narrazione mediatica che ne consegue sembrano aver smarrito la loro originaria vocazione all’imparzialità fattuale, piegandosi a un’inquietante logica di convenienza politica e ideologica. Si assiste, con frequenza geometrica, a un fenomeno di strabismo giuridico e giornalistico che non solo disarticola i principi elementari dello Stato di diritto, ma palesa un macroscopico doppio standard nel trattamento dei singoli casi di cronaca. Questo meccanismo si attiva con precisione chirurgica a seconda che il soggetto coinvolto possa fungere da utile capro espiatorio per distrarre l’opinione pubblica dai limiti strutturali della politica, oppure rappresenti un sintomo del fallimento di precise scelte istituzionali, nel qual caso scatta immediata una cortina di protezione, minimizzazione e iper-giustificazione logica. Quando la politica ha la necessità di rimediare ai propri danni ed evitare di mostrare le proprie crepe, si dimostra improvvisamente puntuale, estremamente attenta alle informazioni, cauta e ossessionata dall’equilibrio. Al contrario, quando serve qualcuno da additare per canalizzare il malcontento o distogliere l’attenzione dai propri fallimenti, le istituzioni lasciano che l’informazione deviata si sfoghi senza porre limitazioni, senza richiedere verifiche né pretendere alcuna aderenza alla realtà dei fatti.
Il contrasto tra due recenti eventi di cronaca accaduti nel nostro Paese offre una plastica e dolorosa dimostrazione di questa asimmetria. Da un lato, si registra la sproporzionata contestazione penale mossa nei confronti di un giovane cittadino italiano di religione ebraica, il quale, per aver esploso due proiettili di plastica con un’arma da soft air, si è trovato iscritto nel registro degli indagati con la gravissima ipotesi di reato di tentato omicidio. Dal punto di vista della teoria generale del reato e della dogmatica penale, l’idoneità degli atti e l’univocità degli stessi, elementi costitutivi del tentativo ai sensi dell’articolo 56 del codice penale, appaiono macroscopicamente assenti di fronte a un dispositivo ludico per sua natura inidoneo a cagionare la morte. Eppure, l’iperperfezionismo accusatorio si è saldato istantaneamente con una gogna mediatica di inaudita violenza. Il giovane è stato additato al pubblico ludibrio, accostato con accenti grotteschi alla Brigata Ebraica quasi si trattasse di una formazione eversiva sul modello delle Brigate Rosse, e l’abitazione familiare è stata descritta come il covo di un arsenale bellico, sulla base del solo rinvenimento di bandiere dello Stato d’Israele e di repliche da gioco.
L’aspetto civilmente e giuridicamente più allarmante di questa vicenda risiede nella deliberata e sistematica violazione del diritto alla riservatezza e alla sicurezza del nucleo familiare, attuata con la compiacenza degli organi di informazione. Attraverso una copertura giornalistica capillare e allusiva, le testate hanno fornito dettagli precisi idonei a identificare l’esatta ubicazione della casa della famiglia, la localizzazione delle loro attività commerciali e persino i luoghi abitualmente frequentati dal ragazzo per incontrare i propri coetanei. Questa esposizione non rappresenta un semplice eccesso di cronaca, bensì una forma di autentica ritorsione mediatica che mette programmaticamente nel mirino un’intera cerchia familiare, legittimando una minaccia potenziale in un tessuto sociale già surriscaldato. Questo è servito a mettere completamente in ombra un fatto gravissimo, una violazione netta del diritto dei cittadini italiani a manifestare, quando i rappresentati dall’associazione culturale che tiene viva la memoria della Brigata Ebraica è stata cacciata dal corteo del 25 aprile (in realtà è stata allontanata da tale celebrazione già da anni, almeno a Roma) perché qualche ignorante ha scambiato le insegne della Brigata con le bandiere di Israele, ha voluto fare un mix tra i ragazzi esiliati iraniani che manifestavano con le bandiere americane e quelle dello Stato ebraico e ha scambiato le fotografie di Reza Ciro Pahlavi con quelle di Netanyahu. E questa violazione della Costituzione è caduta nel silenzio assoluto dei vertici della Repubblica.
Al contrario, quando la cronaca registra l’operato di un cittadino italiano di seconda generazione e di fede islamica, autore a Modena di un tentativo di strage con modalità operative già ampiamente collaudate nello scenario del terrorismo internazionale, lo spartito informativo muta radicalmente. In questa seconda ipotesi, l’ordinamento concettuale dei media e della politica si affretta a produrre un profluvio di giustificazioni sociologiche, psicologiche e ambientali, tese a derubricare la gravità oggettiva della tentata strage e a invocare una cautela informativa che nel primo caso era stata brutalmente calpestata.
La ragione profonda di tale asimmetria risiede nel grado di responsabilità che la classe politica avverte rispetto ai fenomeni descritti. Nel caso del fallimento dell’integrazione e dei guasti derivanti da una gestione incontrollata dei flussi migratori, la politica si sente direttamente sul banco degli imputati e reagisce attivando un cordone sanitario teso a proteggere sé stessa prima ancora del reo, sorvegliando puntualmente l’accuratezza delle informazioni per non alimentare tensioni che svelerebbero i propri limiti amministrativi. Al contrario, di fronte al velenoso clima di ostilità che si è progressivamente addensato attorno alla comunità ebraica italiana, le istituzioni non avvertono alcuna colpa (o rischio di perdere consenso, se non in modo trascurabile) e scelgono la via della colpevole latitanza, lasciando che l’informazione deviata (alla quale non si ritiene di dover mettere alcun freno, nonostante questa si sia ridotta ormai alla caricatura di sé stessa) si sfoghi senza argini. È proprio in questo vuoto di tutela che si inserisce il silenzio assordante della Repubblica e dei suoi massimi vertici, i quali non si sentono chiamati in causa mentre una minoranza storica del Paese viene lasciata sola di fronte a una quotidiana ondata di delegittimazione e minaccia.
Questo disinteresse sistemico ha consentito la sedimentazione di un’atmosfera culturale intrisa di negazionismo rispetto ai tragici eventi del 7 ottobre, dove la distorsione dei fatti ha raggiunto vette tali da legittimare l’esclusione delle donne ebree dalle manifestazioni dell’8 marzo e l’allontanamento di giornalisti ebrei dai complessi universitari, spesso sotto la copertura omertosa o la censura attiva da parte degli stessi ordini professionali, i quali sembrano invece pronti a tutelare i propagandisti del radicalismo islamico. Si è giunti al paradosso per cui non solo ai rappresentanti delle comunità e dei centri di aggregazione ebraica viene sistematicamente contestata, se non esplicitamente vietata da anni, la possibilità di sfilare il 25 aprile con le storiche insegne della Brigata Ebraica, una formazione che ha concretamente contribuito alla liberazione d’Italia dal nazifascismo, ma ai membri di questa comunità viene intimato l’obbligo morale e politico di dissociarsi dalle scelte del governo israeliano, una pretesa discriminatoria che non viene mai avanzata nei confronti di nessun’altra minoranza nazionale rispetto ai paesi d’origine o di riferimento spirituale. Questo isolamento si traduce in atti concreti di boicottaggio economico e aggressione fisica, dai divieti d’ingresso nei negozi e nei ristoranti pubblicizzati da ONG e telegiornali sulla base di carestie e genocidi inesistenti, fino agli agguati subiti da turisti ebrei presso le stazioni di servizio o nelle adiacenze dei luoghi di culto, nel silenzio quasi unanime della massima carica dello Stato.

Le radici metodologiche di questo fenomeno interpretativo universale sono state lucidamente delineate da studiosi del conflitto come John Spencer, direttore del Madison Policy Forum, il quale evidenzia l’esistenza di un legame indissolubile tra l’accettazione acritica di narrazioni inverosimili e l’ostinazione ideologica nel contestare il reato di genocidio allo Stato d’Israele e ora, la nuova “accusa di sangue” medievale: l’uso di cani da pastore belgi per stuprare i detenuti arabi nelle carceri israeliane. L’analisi dimostra come entrambe le tesi crollino sotto il peso di uno scrutinio logico e di evidenze contrarie invalicabili. Mentre le accuse più grottesche e surreali ignorano i dati elementari della fisiologia e della scienza, l’imputazione di genocidio prescinde deliberatamente dal nucleo precettivo stabilito dal diritto internazionale, che esige il dolo specifico, ovvero la comprovata intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Le evidenze documentali, costituite dalle ripetute dichiarazioni dei vertici militari e dalle eccezionali misure di mitigazione del danno civile messe in atto sul campo, dimostrano una condotta bellica orientata al contrasto dell’organizzazione terroristica e non della popolazione civile, un dato riconosciuto persino dagli analisti più critici che registrano un rapporto tra vittime civili e combattenti storicamente basso per un contesto di guerra urbana densa contro un nemico trincerato tra la popolazione.
Ciò che salda queste derive non è l’esame obiettivo delle prove, ma l’applicazione sistematica di un doppio standard logico, legale e scientifico, dove la conclusione ideologica precede sempre l’accertamento del fatto, partendo dal presupposto dogmatico che l’israeliano, l’ebreo, sia unicamente malvagio. Come osservato dall’analista di sicurezza Dan Linnaeus, questa demonizzazione non si arresta alla critica geopolitica, ma si estende inevitabilmente all’ebreo in quanto tale, indipendentemente dal suo legame personale con il conflitto mediorientale. La storia dimostra con drammatica coerenza che i meccanismi istituzionali di delegittimazione, una volta piegati a scopi di disumanizzazione su larga scala, tendono ad auto-conservarsi e a cercare costantemente nuovi bersagli all’interno della società. L’uso distorto del diritto, configurato come una vera e propria arma di pressione politica e giudiziaria, il cosiddetto lawfare, non rappresenta pertanto una problematica circoscritta a una singola comunità o a un singolo Stato, ma costituisce una minaccia diretta e insidiosa allo stile di vita e ai valori fondamentali dell’intero mondo civile occidentale, i cui presidi di libertà rischiano di essere travolti dalla medesima asimmetria che la politica oggi, per calcolo o debolezza, permette che si consumi nell’indifferenza.
Noi abbiamo avuto, in Italia, casi eclatanti di menzogne accreditate dal servizio pubblico televisivo contro le quali risulta inutile protestare perché l’Ordine dei Giornalisti, invece di applicare le norme etiche, copre i “compagni” di fede politica affine alla propria ma “censura” chi dice verità scomode ancorché assolutamente veritiere. Viviamo in una sorta di “minculpop” bipartisan perché, al di fuori delle scaramucce a favore di telecamere nei salotti tv, la politica, i vertici repubblicani, preferiscono proteggere se stessi piuttosto che applicare la Costituzione.



