La politica estera europea ha sostituito il diritto internazionale codificato con un legalismo selettivo, mentre pressioni lobbistiche e derive burocratiche alimentano un approccio asimmetrico verso Israele e il Medio Oriente
L’arbitrarietà ideologica della Diplomazia UE nel Vicino Oriente, l’eclissi del Diritto Internazionale codificato, la penetrazione lobbistica del Golfo e la deriva dottrinale delle burocrazie brussellesi, i finanziamenti di edifici abusivi per gli arabi in area C (con conseguenti sanzioni nei confronti dell’ONG Regavim perché porta l’UE in tribunale e vince, vanificando così gli investimenti in abusi edilizi a casa d’altri fatti con le tasse dei cittadini UE) producono una serie di cervellotiche condanne basate su nulla e minacce di sanzioni che dimostrano un accanimento che non ha nulla a che fare con il diritto internazionale propriamente inteso.
L’architettura diplomatica dell’Unione Europea nei confronti dello Stato d’Israele versa in un perenne stato di aporia giuridica e asimmetria ideologica. Dietro il paravento d’un supposto «ordine internazionale basato sulle regole» (rules-based international order), il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) ha progressivamente sostituito il rigore del diritto internazionale positivo con un’ermeneutica politicizzata, plasmata da continuità burocratiche monolitiche, condizionamenti lobbistici finanziati da autocrazie islamiste e surrettizie torsioni consuetudinarie.
LA FRATTURA EPISTEMOLOGICA: DIRITTO POSITIVO VS. CONSUETUDINE “POSTNORMATIVA”
Per comprendere l’arbitrarietà dell’azione europea nel teatro mediorientale, occorre muovere da una declinazione rigorosa delle fonti del diritto internazionale pubblico, affrancandosi dai riduzionismi propagandistici. L’assetto normativo codificato dall’Articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia distingue chiaramente i trattati scritti dalla consuetudine (diuturnitas unita all’opinio juris).
Nel caso della Giudea e Samaria (cosiddetta Cisgiordania), l’Unione Europea applica in modo dogmatico un principio d’inammissibilità dell’acquisizione territoriale per via bellica (desunto dall’Articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite), operando tuttavia una deliberata obliterazione del contesto genetico del 1967. Come limpidamente argomentato dalla dottrina giusinternazionalista del Missing Reversioner (il “sovrano legittimo mancante”, teorizzato da Yehuda Blum): L’occupazione illegittima giordana (1948–1967): L’annessione della Cisgiordania da parte del Regno di Transgiordania nel 1950, seguita all’aggressione armata del 1948 contro il neonato Stato ebraico, fu un atto d’uso della forza privo di sovranità de jure, riconosciuto unicamente da Regno Unito e Pakistan. La Giordania deteneva un mero controllo di fatto fondato sull’Armistizio del 1949.
La natura difensiva del conflitto del 1967: L’operazione militare israeliana della Guerra dei Sei Giorni si configurò quale legittima difesa preventiva (Art. 51 Carta ONU) dinanzi all’atto di guerra egiziano (chiusura dello Stretto di Tiran), all’espulsione delle forze d’interposizione UNEF e al concentramento di truppe ai confini.
Il vuoto di sovranità antecedente: Poiché la Gran Bretagna aveva rinunciato al Mandato nel 1948 e la Giordania non possedeva alcun titolo sovrano legittimo, l’ingresso di Israele in tali territori non si è configurato quale spossessamento di un sovrano antecedente, bensì come amministrazione di un territorio il cui status definitivo è differito all’esito di accordi bilaterali conclusivi (come poi recepito negli Accordi di Oslo).
La giurisprudenza burocratica dell’UE ha trasformato la consuetudine contemporanea in una scorciatoia postnormativa: quando la diplomazia multilaterale fallisce nel produrre trattati condivisi, si dogmatizza la prassi maggioritaria degli organismi ONU come se fosse ius cogens inderogabile, applicandola in modo asimmetrico alle sole democrazie occidentali.
LA CONTINUITÀ PERSONALE E POLITICA DEI VERTICI DEL SEAE
Questa deriva interpretativa non è neutrale, ma riflette l’eredità ideologica e l’impostazione culturale dei vertici che hanno guidato la diplomazia dell’Unione nell’ultimo ventennio. L’inadeguatezza strutturale nel gestire le complessità geopolitiche del Vicino Oriente trova riscontro in una linea di continuità politica ben definita:
Federica Mogherini: Durante il suo mandato quale Alto Rappresentante (2014–2019), ha promosso un’impostazione metodologica che tendeva a relativizzare le minacce asimmetriche degli attori non-statali islamisti, ereditando una sensibilità diplomatica storicamente vicina alla dirigenza palestinese dell’era Arafat e privilegiando il dialogo formale a scapito delle garanzie di sicurezza di Gerusalemme.
Josep Borrell: Sotto la sua guida (2019–2024), la retorica del SEAE ha raggiunto apici di aperta conflittualità istituzionale nei confronti dello Stato d’Israele. Borrell ha frequentemente utilizzato un registro censorio e squilibrato, ignorando le norme di ingaggio difensive e le dinamiche belliche imposte dai gruppi terroristici procuratori dell’Iran, arrivando a promuovere iniziative sanzionatorie unilaterali.
Kaja Kallas: L’architettura designata per la nuova diplomazia europea dimostra una visibile asimmetria analitica. Se da un lato la Kallas possiede la fermezza teorica e la lucidità geostrategica necessarie per fronteggiare l’aggressione revisionista russa sul fronte orientale europeo, dall’altro palesa una marcata impreparazione sulle complessità dottrinali del Medio Oriente, ricorrendo a formulazioni superficiali — inclusa la categorizzazione impropria di “apartheid” — che denotano l’assenza di un’autonoma chiave di lettura giuridica per la regione.
L’INGERENZA STORICA E DIPLOMATICA: IL CASO DEL CORRIDOIO E1
L’ingerenza costante della diplomazia europea (e di settori del Foreign Office britannico) sulla pianificazione territoriale nell’area E1 (tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim) mira ad impedire la continuità urbana della capitale israeliana. Come evidenziato dalla pubblicistica conservatrice e analisti del calibro di Caroline Glick, tale posizione ricalca le contraddizioni storiche dell’epoca del Mandato Britannico, quando i Libri Bianchi del 1939 bloccarono l’immigrazione ebraica nel momento più tragico della storia europea e frammentarono il territorio originario del Mandato a favore dell’Emirato di Transgiordania.
PENETRAZIONE LOBBISTICA, SOFT POWER ISLAMISTA E IL CASO QATARGATE
L’arbitrarietà politica dell’UE nei confronti di Israele non trova spiegazione unicamente nelle inclinazioni ideologiche delle sue élite, ma si intreccia con rilevanti questioni di influenza esterna e condizionamento lobbistico all’interno delle istituzioni comunitarie.
Lo scandalo giurisdizionale noto come Qatargate (esploso nel dicembre 2022) ha scoperchiato un sistema d’infiltrazione e corruzione sistematica operato da potenze del Golfo — in primis il Qatar, sponsor finanziario e politico della Fratellanza Musulmana e dell’organizzazione terroristica Hamas — ai danni di membri chiave del Parlamento Europeo e di organizzazioni non governative (ONG) accreditate presso le istituzioni dell’Unione.
Le Prove Giudiziarie e i Meccanismi di Condizionamento
L’inchiesta condotta dalla magistratura inquirente belga ha condotto al sequestro di oltre 1,5 milioni di euro in contanti e all’arresto di figure di primo piano della politica europea, tra cui ex parlamentari, assistenti e dirigenti di ONG (quali Fight Impunity e No Peace Without Justice). Le risultanze dibattimentali hanno evidenziato:
Infiltrazione nei processi decisionali: L’erogazione di tangenti e utilità economiche da parte dell’intelligence di Doha per orientare risoluzioni parlamentari, relazioni sui diritti umani e votazioni strategiche su visti e accordi di cooperazione.
Il ruolo delle ONG filoislamiste: L’utilizzo di organizzazioni della società civile come facciate di copertura per veicolare narrative ostili allo Stato d’Israele, coprire le responsabilità di attori statali del Golfo e influenzare la stesura dei report del SEAE.
Lobby e think tank: Una capillare rete di finanziamenti diretti e indiretti a centri di ricerca e cattedre universitarie nell’Europa continentale, volta a normalizzare l’ideologia dell’islamismo politico e a delegittimare il diritto alla difesa delle democrazie occidentali.
CONCLUSIONE: IL CROLLO DEL MORALISMO BUROCRATICO
L’atteggiamento dell’Unione Europea verso Israele rappresenta il sintomo di una paralisi strategica ed etica.
Sostituendo la rigorosa analisi del diritto internazionale positivo (fondato sul rispetto dei trattati, sulla legittima difesa e sul principio di sovranità) con un legalismo selettivo di matrice postnormativa, l’UE si è condannata all’irrilevanza diplomatica.
Finché le istituzioni di Bruxelles non avranno il coraggio di recidere i fili dell’infiltrazione lobbistica dei regimi autocratici del Golfo e di superare i pregiudizi ideologici dei propri apparati, la politica estera europea in Medio Oriente rimarrà un esercizio arbitrario, sconcertante e privo di legittimità geopolitica.



