Siamo proprio tutti sicuri che non abbiamo bisogno di fare ordine su tutto quello che sta succedendo tra i Paesi del Golfo?
Quella parte del pianeta è sotto gli occhi di tutti da molti anni. Alcune di quelle zone, vedi Gaza, sono praticamente diventate l’argomento principale degli ultimi anni. Abbiamo costantemente la lente d’ingrandimento puntata su quell’area, ma non riusciamo comunque a fare ordine.
Quindi proviamo a ragionare insieme. Cerchiamo di capire, almeno in parte, cosa succedeva, cosa è successo e cosa stanno cercando di fare oggi i vari attori coinvolti.
Correggetemi se sbaglio e accompagnatemi in questo ragionamento.
Apparentemente, o forse per comodità, la narrazione si concentra sempre su un solo aspetto:
“USA e Israele, per interessi legati al petrolio, hanno attaccato l’Iran con la scusa del terrorismo per ottenere il monopolio energetico della regione.”
Per molti addetti ai lavori, una lettura del genere è quasi al livello di chi sostiene che le scie chimiche servano a diffondere droghe nell’aria. Ovvero: ridurre una situazione enormemente complessa a una spiegazione semplicistica e quasi complottista.
Quindi proviamo a fare ordine.
Per facilitare il ragionamento, qui sotto una piccola mappa dei Paesi dell’OPEC.

Già nel 2019, senza andare troppo lontano nel tempo, il Guardian raccontava, senza attribuire ufficialmente le responsabilità, che l’Iran, attraverso i suoi proxy o comunque tramite operazioni indirette, sarebbe stato coinvolto negli attacchi contro quattro petroliere nel Golfo Persico.
Attacchi preceduti e seguiti da episodi simili contro petroliere saudite, che hanno sempre mostrato quanto fosse fragile e pericolosa la situazione nella regione.
Sempre nel 2019, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite accolse un briefing degli Emirati Arabi Uniti, insieme ad Arabia Saudita e Norvegia, proprio sulla pericolosità crescente della situazione nel Golfo.
E c’è un altro dato importante da non sottovalutare.
L’ultima escalation tra USA e Iran ha mostrato una strategia che fino a poco tempo fa veniva quasi considerata secondaria, ma che in realtà è determinante.
Infatti, ogni volta che l’Iran ha voluto esercitare pressione sulla regione o sull’Occidente, ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz.
Ma basta guardare la mappa per capire il problema.
Pretendere di controllare o bloccare uno stretto marittimo da cui passa una fetta enorme del commercio energetico mondiale significa usare una posizione geografica come leva politica contro mezzo pianeta.
Ed è qui che entra il punto centrale del ragionamento.
Il Golfo non è un blocco compatto.
Dietro la facciata anti-Iran e filo-occidentale esistono rivalità interne enormi, competizione energetica, tensioni strategiche tra Arabia Saudita ed Emirati, e una guerra grigia fatta di sabotaggi, accuse reciproche, proxy, petroliere fantasma e infrastrutture energetiche colpite.
Solo per citarne alcune:
- attacchi Houthi e iraniani contro infrastrutture saudite nel 2019;
- attacco a tanker ADNOC vicino Fujairah, con accuse degli Emirati contro l’Iran;
- incendi e sabotaggi in complessi petroliferi;
- petroliere con AIS spenti nello Stretto di Hormuz per evitare tracciamenti e rischi.
Quindi non stiamo parlando semplicemente di “USA che decidono di scatenare una guerra”.
Se guardiamo i fatti e analizziamo la situazione per come è documentata da anni, ci rendiamo conto che quella parte di mondo è sempre stata una polveriera pronta a esplodere.
E soprattutto capiamo una cosa: qualcuno cercava già da tempo di imporre il proprio ordine nella regione attraverso intimidazione, proxy e pressione energetica.
A quel punto succede qualcosa di fondamentale.
L’Arabia Saudita — uno dei Paesi più influenti dell’area — inizia lentamente a valutare una normalizzazione con Israele, cioè con il Paese tecnologicamente e militarmente più avanzato della regione, Ovvero i Patti di Abramo.
Ed è qui che molti analisti inseriscono il 7 ottobre dentro un quadro regionale più ampio.
Perché dal punto di vista iraniano, vedere il più importante Paese arabo sunnita avvicinarsi a Israele significava rischiare di perdere definitivamente il controllo strategico della regione.
E infatti il 7 ottobre 2023 viene considerato da molti il più devastante attacco terroristico contro una nazione dai tempi dell’11 settembre.
Sappiamo tutti cosa sta succedendo a Gaza e quanto la situazione sia drammatica.
Ma sarebbe altrettanto incoerente ignorare completamente il ruolo destabilizzante che l’Iran ha avuto per anni nella regione attraverso i propri proxy.
Quindi forse la questione non è “USA e Israele vogliono il petrolio”.
Forse la questione è che una parte del mondo arabo, Arabia Saudita compresa, ha iniziato a capire che continuare a vivere in funzione dell’odio verso Israele non stava portando stabilità, crescita o sicurezza.
E che forse conveniva di più collaborare con chi poteva garantire tecnologia, sicurezza, commercio e sviluppo economico.
Anche molti Paesi arabi sembrano essersi stancati di vivere permanentemente dentro un conflitto ideologico.
E preferiscono prendere da Israele ciò che Israele può offrire, tecnologia, intelligence, innovazione, difesa, invece di restare bloccati in una guerra infinita.
Quindi vi chiedo:
Se foste l’Arabia Saudita, preferireste restare costantemente sotto pressione iraniana?
O preferireste normalizzare i rapporti con Israele e USA e costruire un equilibrio regionale più stabile e conveniente economicamente?



