La CPI, i mandati di arresto e il rischio di una giustizia internazionale politicizzata
A che punto siamo: La novità
Annoveriamo senza dubbio questo caso tra le azioni di Lawfare orchestrate per anni dagli organismi internazionali contro Israele. In questo caso, infatti rispetto alla produzione di prove credibili e la correttezza delle procedure, ha prevalso una strategia di immagine, o meglio di distruzione di immagine. Dal 7 ottobre 2023 in poi, tutto è stato fatto per contribuire alla “leggenda nera” di un Paese, Israele, costretto a difendere perché attaccato su sette fronti dall’Iran e i suoi proxy, facendolo passare per il guerrafondaio.
Una Corte di giustizia Penale Internazionale deve basarsi esclusivamente su prove e procedure, non su strategie d’immagine. Tuttavia, il confine tra diritto e politica in questo caso si è fatto estremamente sottile e lo si deduce dalla la procedura di archiviazione per Khan, che vede la CPI giocare in difesa
Quando la CPI (tramite il suo organo di controllo, l’ASP), nel marzo 2026, ha archiviato l’indagine su per molestie sessuali e minacce contro Khan, lo ha fatto per “insufficienza di prove convincenti”. In termini legali, questo non significa necessariamente che i fatti non siano avvenuti, ma che non sono processabili. Il sospetto di molti osservatori è che la Corte abbia scelto la via del “non luogo a procedere” per evitare un collasso istituzionale: se il Procuratore Capo fosse stato rimosso per uno scandalo sessuale mentre indagava su Netanyahu, l’intera credibilità dei mandati d’arresto sarebbe crollata.
Se Khan fosse stato giudicato colpevole, il caso sarebbe crollato.
Infatti, il problema legale sollevato da Israele sul personaggio Khan non è solo morale, ma procedurale:
se un Procuratore è sotto indagine (o sotto ricatto), la sua obiettività è compromessa.
E se un Paese terzo (il Qatar) interviene per proteggere il Procuratore manipolando le prove, l’intero ufficio della Procura risulta inquinato.
Israele sostiene che la Corte non stia “facendo giustizia”, ma stia difendendo la propria sopravvivenza politica. Dal punto di vista di Gerusalemme, la decisione di ignorare il principio di complementarità e correre verso i mandati d’arresto non è stata un atto giuridico, ma una fuga in avanti di Khan per rendersi “intoccabile” (trasformando ogni accusa contro di lui in un attacco politico antisemita).
In sintesi
La Corte non “manipola” i fatti nel senso di inventarli, ma può selezionare i tempi e il rigore con cui valutarli. L’archiviazione rapida di Khan, unita alle prove delle manovre qatariote per difenderlo, ha alimentato la tesi che la CPI abbia dato priorità alla propria stabilità politica rispetto alla trasparenza assoluta sulla condotta del suo Procuratore.
Il ruolo della Camera d’Appello
Qualsiasi decisione presa dai giudici di primo grado su questi punti può essere impugnata davanti alla Camera d’Appellodella Corte penale internazionale (CPI / ICC), uno degli organi interni della CPI previsti dallo Statuto di Roma. La struttura giudiziaria della CPI è divisa in: Camere preliminari, Camere di primo grado e Camera d’Appello. La Camera d’Appello è il livello più alto della giurisdizione della CPI e le sue decisioni sono definitive (non esiste un grado ulteriore di giudizio). La Camera d’Appello è composta da: il Presidente della Corte e da altri giudici eletti specificamente per la funzione d’appello; questi ultimi sono indipendenti, non dipendono dal Procuratore, non rispondono agli Stati. Ciò è fondamentale in questo contesto, perché sono gli unici che possono “correggere” o annullare un procedimento viziato.
La Camera d’Appello, quindi, può o confermare una decisione delle Camere di primo grado o modificarla o, ancora, annullarla integralmente, rinviare il caso a un nuovo collegio oppure, in casi estremi, far ripartire il procedimento da zero. È quindi l’organo che decide se il processo è stato condotto in modo compatibile con un equo processo (Fair trial). Questo include, ovviamente anche gli eventuali abusi di potere del Procuratore.
Questo potere esiste ed è già stato esercitato in altri casi (annullamenti, rinvii, riaperture), anche se l’annullamento totale per abuso del Procuratore sarebbe uno scenario eccezionale, ma giuridicamente possibile.
Ora: uno scenario di annullamento totale per “abuse of process” è giuridicamente possibile, ma politicamente e istituzionalmente molto raro. La probabilità reale è bassa, ma non zero. Diventa concreta solo se emergono fatti eccezionalmente gravi, documentati e direttamente collegati alle decisioni processuali del Procuratore.
Per “annullamento totale” si intende che la Camera d’Appello dichiara che il procedimento è irrimediabilmente viziato, che riconosce che la condotta del Procuratore ha compromesso l’equo processo, e quindi annulla i mandati, le decisioni e gli atti e impone di ricominciare da zero, spesso con nuovo team, nuovo Procuratore, nuova valutazione delle prove
Questo non è un semplice errore procedurale: è una sanzione istituzionale estrema.
La CPI usa una soglia molto severa per l’abuse of process. Non basta dimostrare che il Procuratore ha sbagliato, ha forzato i tempi, ha fatto scelte discutibili, ha agito in modo politicamente “opportuno”: serve dimostrare tutti questi elementi insieme: condotta gravemente scorretta (occultamento deliberato di prove a discarico, manipolazione consapevole del procedimento, uso strumentale del processo per fini estranei alla giustizia); nesso causale diretto (bisogna dimostrare che quella condotta ha inciso direttamente su decisioni chiave, tempistiche, diritti della difesa); irreparabilità (se il vizio può essere corretto con una nuova udienza, esclusione di prove, rinvio), l’annullamento totale non viene concesso. La Camera d’Appello usa l’annullamento solo quando non esiste rimedio alternativo perché la Corte preferisce “salvare il procedimento” piuttosto che demolirlo. Perché? Per un fattore che conta più del diritto: la sopravvivenza istituzionale. Un annullamento totale per abuso del Procuratore significherebbe che la Camera d’Appello dichiara, in sostanza: “L’organo che esercita l’azione penale ha agito in modo incompatibile con la giustizia internazionale”. Questo avrebbe effetti enormi: perdita di credibilità della CPI attacchi politici immediati da Stati ostili crisi di fiducia verso altri procedimenti rafforzamento dell’argomento “la CPI è politicizzata”. La Camera d’Appello lo sa perfettamente. Per questo: tende a usare rimedi intermedi evita decisioni che possano sembrare “autolesionistiche” separa, se possibile, la persona del Procuratore dal procedimento solo con prove documentali gravi e dirette la probabilità di annullamento del procedimento può salire in modo significativo Non basta dire: “il Procuratore si è comportato male” Serve dimostrare: “il processo è diventato ingiusto per colpa sua” E ancora di più: “non c’è modo di aggiustarlo” Solo allora la CPI accetta di fare l’atto più doloroso possibile: azzerare tutto.
Ricapitoliamo
Nonostante le obiezioni israeliane, il Procuratore della CPI Karim Khan ha richiesto mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant nel 2024, sostenendo che esistono “fondati motivi” per ritenere che siano stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità. Israele ha contestato la giurisdizione perché: non è parte dello Statuto di Roma, ritiene che la Palestina non possa delegare giurisdizione, sostiene che la propria magistratura è pienamente operativa. Nel 2025 la Corte d’Appello della CPI ha stabilito che la questione della giurisdizione deve essere riesaminata, pur mantenendo attivi i mandati. Questo significa che: la CPI non ha ancora deciso definitivamente sulla propria competenza, ma non ha accettato l’argomento israeliano in modo automatico. Le affermazioni di Karim Khan si basano su un potere che lo Statuto di Roma conferisce al Procuratore: la discrezionalità nel valutare se le indagini nazionali siano “genuine”. Il Procuratore non si limita a osservare le indagini israeliane, ma le confronta con le prove raccolte dal suo ufficio. Le sue fonti principali includono: Analisi forense e satellitare: Dati sui bombardamenti, la distruzione di infrastrutture civili e il blocco dei valichi. Testimonianze dirette: Raccolte da sopravvissuti, personale medico e operatori umanitari internazionali a Gaza e in Israele (per i crimini del 7 ottobre). Dichiarazioni pubbliche: Khan ha citato video e discorsi di leader politici e militari israeliani per sostenere la tesi dell’intento criminale (es. riguardo all’uso della fame come metodo di guerra). Rapporti ONU e ONG: Documentazione prodotta da organismi come l’OHCHR, Human Rights Watch e Amnesty International. Per Khan, il fatto che dopo mesi non ci fossero incriminazioni per l’alto comando politico e militare (Netanyahu e Gallant) era la prova che il sistema israeliano stesse proteggendo i vertici, rendendo l’indagine “di facciata”.
Come ha risposto finora Israele
Esistono diversi strumenti legali previsti dallo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della CPI) che Israele o i soggetti colpiti dai mandati possono attivare per contestare la validità delle procedure.
Ecco i tre percorsi principali:
Istanza di ricusazione del Procuratore (Articolo 42)
È la strada più diretta. Lo Statuto prevede che un Procuratore possa essere esonerato da un caso se vi sono motivi per dubitare della sua imparzialità. Khan non sarebbe sereno nel giudicare Israele perché “ricattabile” o influenzato dalla necessità di riabilitare la propria immagine pubblica dopo lo scandalo molestie.
Il nodo Qatar: Se venisse provato che Khan era a conoscenza delle manovre del Qatar per difenderlo diffamando la vittima, la sua posizione diventerebbe legalmente indifendibile per conflitto d’interesse.
Eccezione di ammissibilità (Articolo 19)
Israele può contestare la giurisdizione della Corte basandosi proprio sul Principio di Complementarità che citavi all’inizio.
La procedura: Israele può depositare una memoria formale dimostrando che le sue corti nazionali (civili e militari) stanno già indagando sugli stessi fatti.
L’effetto: Se la Camera Preliminare accoglie l’eccezione, i mandati d’arresto devono essere sospesi finché non viene accertata l’incapacità dello Stato di procedere autonomamente. La fretta di Khan nel saltare questo passaggio è il punto legale più vulnerabile dell’intera accusa.
Revisione per “Abuso di processo” (Abuse of Process)
Sebbene non esplicitamente codificato come gli altri, è un principio generale del diritto internazionale applicato dalla CPI.
Si usa quando la condotta della Procura è così gravemente scorretta (es. nascondere prove a favore della difesa o agire per motivi politici personali) da rendere impossibile un equo processo.
Se venisse dimostrato che Khan ha accelerato i mandati solo per oscurare l’indagine interna sulle molestie, i giudici potrebbero dichiarare l’intera azione penale nulla.
In base al Principio di Complementarità (art. 17). Israele sostiene che la sua magistratura è pienamente funzionante, indipendente e attiva, e che quindi la CPI non ha giurisdizione.
In sostanza, le indagini interne israeliane si basano su un sistema a due livelli che Israele considera pienamente funzionale, a differenza della Procura della CPI, che lo ritiene insufficiente, troppo lento e non mirato ai colpevoli giusti.
Ecco i pilastri su cui Israele poggia la sua difesa della complementarità:
Il Meccanismo di Valutazione dello Stato Maggiore (FFA) – Creato dopo il conflitto del 2014, l’FFA Mechanism è un organismo guidato da un generale di alto rango che opera indipendentemente dalla catena di comando che ha condotto le operazioni.
L’FFA esamina ogni “incidente eccezionale” (morte di civili, attacchi a ospedali o convogli umanitari) per determinare se ci siano basi per un’indagine penale. Israele dichiara di aver aperto centinaia di fascicoli di esame preliminare riguardanti la condotta a Gaza dal 7 ottobre, e se l’FFA riscontrasse sospetti di reato, il caso passerebbe al Military Advocate General. Il MAG risponde legalmente solo al Procuratore Generale civile, non ai generali sul campo. Ha il potere di incriminare soldati e ufficiali per crimini di guerra o negligenza criminale.
Ma poiché Khan sostiene che queste indagini si concentrino troppo sui “pesci piccoli” (soldati semplici) e mai sulla responsabilità di comando o sulle decisioni politiche (Netanyahu/Gallant), c’è una forte pressione interna (e internazionale) per istituire una Commissione d’Inchiesta Statale indipendente, presieduta da un giudice della Corte Suprema. Se Israele la lanciasse formalmente, la CPI avrebbe basi legali quasi nulle per procedere, poiché una commissione di questo tipo è il massimo grado di auto-analisi che uno Stato può mettere in atto La Corte Suprema di Israele ha il potere di annullare ordini militari, imporre l’ingresso di aiuti umanitari (come fatto in diverse sentenze recenti), giudicare la legittimità delle tattiche di guerra.
Israele sostiene che, finché la sua magistratura civile è attiva e può sanzionare il governo, la CPI non ha il diritto legale di intervenire. Israele sostiene che in questo modo viene soddisfatto il principio di complementarità (art. 17 del Trattato di Roma): finché che la sua magistratura è pienamente funzionante, indipendente e attiva, la CPI non ha giurisdizione.
Ma a Khan, come bastano le indagini delle FFA o del MAG, non basterebbe l’intervento della Corte Suprema Israeliana, che non conduce indagini penali, non incrimina, non processa i leader politici, non giudica crimini di guerra, né può aprire procedimenti contro Netanyahu, Gallant o il Capo di Stato Maggiore perché è un organo di controllo amministrativo e costituzionale, non un tribunale penale internazionale. Per Khan, insomma, una Corte civile non soddisfa il Principio di Complementarità. E finché lo Stato ebraico non indaga i responsabili di alto livello, la CPI ritiene di poter intervenire. Quello che vuole Khan sono delle inchieste penali rivolte ai leader, vuole indagini penali genuine sui leader, indagini e procedimenti penali reali contro i leader politici e militari responsabili delle decisioni strategiche, ma queste Israele non può farle tanto a cuor leggero perché sarebbero deflagranti per la vita interna dello Stato ebraico dal punto di vista politico (indagare Netanyahu o Gallant sarebbe percepito come una resa alla CPI e come un attacco al governo in tempo di guerra); militare (Indagare i generali significherebbe incrinare il rapporto tra governo e IDF); Istituzionale (Creerebbe un precedente: ogni futuro governo dovrebbe indagare i propri ministri dopo ogni guerra); Personali (I leader non hanno alcun interesse ad aprire indagini che potrebbero incriminarli. Aprire indagini penali su Netanyahu, Gallant, il Capo di Stato Maggiore, i comandanti delle divisioni operative, comporterebbe una crisi politica interna devastante. Sarebbe percepito come una resa alla CPI, un tradimento dei militari, un attacco al governo in tempo di guerra. Né è possibile creare una frattura con l’esercito: L’IDF è un’istituzione sacra in Israele. Indagare i vertici significherebbe incrinare il rapporto tra governo e apparato militare. Senza trascurare il fatto che costituirebbe un precedente pericoloso. Se oggi indaghi Netanyahu, domani dovresti indagare qualunque premier o ministro della difesa in ogni conflitto. Un rischio personale per i leader. Insomma, Israele non può “togliersi di torno” la CPI senza pagare un prezzo interno altissimo.
Precedenti di rinuncia della CPI
La CPI ha effettivamente fatto marcia indietro in passato quando uno Stato ha dimostrato di voler fare sul serio. I casi più noti sono: il caso Kenya (Muthaura e altri): Dopo le violenze post-elettorali del 2007, la CPI aprì diversi casi. Alcuni furono lasciati cadere o sospesi perché il Kenya istituì riforme giudiziarie e avviò procedimenti interni, sebbene con risultati molto controversi e accuse di intimidazione dei testimoni; il caso Libia (Al-Senussi): nel 2013, la CPI dichiarò inammissibile il caso contro Abdullah al-Senussi (ex capo dell’intelligence di Gheddafi) perché la Libia dimostrò di avere un processo in corso contro di lui per gli stessi reati. La Corte stabilì che il sistema libico era “capace e volenteroso” di giudicarlo; il caso Colombia: Per 17 anni la CPI ha tenuto aperta un’analisi preliminare sui crimini di guerra in Colombia. Nel 2021, Khan stesso ha chiuso il caso riconoscendo che i tribunali speciali colombiani (JEP) stavano svolgendo un lavoro genuino di giustizia e riparazione. La differenza con Israele è che, nei casi precedenti, c’erano processi penali specifici già avviati contro i medesimi sospettati della CPI, anche se il caso libico di Abdullah al-Senussi è considerato da molti giuristi uno dei momenti più controversi della storia della CPI: vedere una corte internazionale cedere il passo a un sistema giudiziario in via di ricostruzione dopo una guerra civile, mentre si mostra inflessibile con una democrazia dotata di una magistratura storica come quella israeliana, appare come un paradosso.
La materia del contendere va oltre Israele
RISVOLTI INTERNAZIONALI
Se la CPI riesce a imporre la propria giurisdizione su uno Stato democratico non firmatario, allora nessuno è più al sicuro, né chi ha firmato – il Regno Unito, la Francia, l’Italia – né chi non lo ha fatto: nemmeno gli Stati Uniti. E questo è esattamente il motivo per cui la questione Israele–CPI è osservata con ansia da tutte le grandi democrazie occidentali. Se la CPI “sfonda” con Israele, crea un precedente enorme. La CPI è stata pensata per intervenire in Stati: falliti, dittatoriali, incapaci di processare i propri leader. Non è mai riuscita a imporre la propria giurisdizione su: Stati democratici, con magistrature funzionanti, che non hanno firmato lo Statuto di Roma. Israele è il primo caso nella storia in cui la CPI tenta di farlo. Se ci riuscisse, il messaggio sarebbe: “La CPI può indagare leader di Stati democratici anche se non hanno aderito allo Statuto di Roma.” Questo cambierebbe completamente l’architettura del diritto internazionale.
Perché gli Stati Uniti (e non solo) sono terrorizzati da questo precedente
Gli USA non hanno ratificato lo Statuto di Roma per un motivo molto semplice: temono che i loro soldati e leader politici possano essere incriminati per Iraq, Afghanistan, droni, Guantánamo, ecc. E infatti, nel 2020 gli USA hanno imposto sanzioni contro la CPI, hanno definito la CPI “illegittima”, hanno dichiarato che non permetteranno mai indagini sui loro cittadini. Se la CPI dimostra di poter indagare Israele, gli USA diventano vulnerabili per Falluja (fosforo bianco), Abu Ghraib, Guantánamo, gli attacchi con droni in Pakistan e Yemen, le operazioni in Somalia, i bombardamenti in Siria e Iraq. Ma anche gli altri Stati democratici firmatari diventerebbero vulnerabili: se la CPI può indagare Israele, allora può farlo anche con il Regno Unito per l’Iraq 2003; le torture a Basra; le operazioni speciali in Afghanistan. Può farlo con la Francia per le operazioni in Mali, gli interventi in Libia, i bombardamenti in Siria. L’Italia potrebbe finire sotto processo per le operazioni in Iraq,
Israele è il “test” perfetto per la CPI
La CPI vede Israele come: uno Stato democratico, con una magistratura attiva, ma accusato di crimini di guerra sistemici, in un conflitto molto visibile, con forte pressione internazionale. Se la CPI riesce a imporre la propria giurisdizione qui, allora dimostra di poter indagare anche Stati potenti e democratici.
gli Stati democratici NON dovrebbero avere interesse a che la CPI vinca Perché significherebbe: Perdita di sovranità giudiziaria La CPI potrebbe indagare leader democratici senza il consenso dello Stato. Rischio di incriminazioni politicamente motivate Ogni intervento militare diventerebbe un potenziale caso CPI. Precedente pericoloso per le operazioni future. Ogni missione NATO potrebbe essere sottoposta a indagine. I leader non riuscirebbero più a fare politica estera senza temere mandati di arresto internazionali. La battaglia tra Israele e la CPI non riguarda solo Israele. Riguarda il futuro della giustizia internazionale, il rapporto tra sovranità nazionale e tribunali globali, la possibilità che la CPI indaghi Stati democratici e potenti, la vulnerabilità degli USA e della NATO.
Perché la CPI ha bisogno di un “grande caso” per sopravvivere
La CPI è sotto attacco da anni, da destra e da sinistra: accusata di essere inefficace (pochi processi, tempi lunghi); accusata di essere sbilanciata sull’Africa (molti casi africani, pochi su potenze globali); accusata di essere politicizzata. Per recuperare credibilità, la Corte ha bisogno di: un caso visibile, con leader di alto profilo, in un contesto seguito dall’opinione pubblica globale, che dimostri che non colpisce solo Stati deboli. Israele risponde perfettamente a questa esigenza: alleato degli USA, democrazia, guerra iper-mediatizzata, accuse di crimini di guerra e contro l’umanità. Se la CPI riesce a portare avanti seriamente il caso Israele: dimostra di non essere solo una “Corte per africani e dittatori”; manda un segnale a tutte le potenze: “non siete intoccabili”; rafforza la propria legittimità agli occhi di molti Stati del Sud globale. Se invece fallisce: conferma l’idea che il diritto internazionale vale solo per i deboli; perde ulteriore credibilità; rischia di diventare un’istituzione simbolica, non realmente incisiva.
Come il caso Israele–CPI può cambiare il diritto internazionale nei prossimi anni
Qui arriviamo al punto più interessante: non è solo un caso giudiziario, è un bivio storico.
Scenario A — La CPI “sfonda”
Se la CPI riesce a: mantenere i mandati di arresto, respingere le pressioni politiche, dimostrare la propria giurisdizione, magari arrivare a un processo (anche in contumacia), allora: si rafforza l’idea che la sovranità statale non è più assoluta; anche Stati democratici e non aderenti possono essere toccati; la dottrina della complementarità diventa più aggressiva: non basta avere una magistratura, bisogna usarla davvero contro i vertici; gli Stati iniziano a pianificare le guerre pensando anche al rischio penale personale dei leader.
Conseguenza politica: più tensione tra giustizia internazionale e realpolitik. Gli USA e altri potrebbero reagire con nuove forme di pressione, sanzioni, delegittimazione.
Scenario B — La CPI viene schiacciata
Se invece gli Stati Uniti e altri alleati riescono a bloccare di fatto l’azione della Corte (sanzioni, isolamento, mancata cooperazione), gli Stati non eseguono i mandati, il caso si arena politicamente, allora il messaggio sarà: “La CPI può colpire solo chi non ha protezioni geopolitiche.” Conseguenze: rafforzamento del cinismo: il diritto internazionale come strumento selettivo; disillusione nei Paesi che speravano nella CPI come strumento contro l’impunità; possibile spostamento del baricentro verso tribunali ad hoc o meccanismi regionali.
Scenario C — Compromesso ambiguo
È forse il più probabile: la CPI mantiene formalmente i mandati, pochi Stati li applicano davvero, Israele non consegna nessuno, il caso resta sospeso, ma esiste. In questo scenario: la CPI non vince del tutto, ma neanche scompare; i leader israeliani (e potenzialmente altri in futuro) vivono in una sorta di “semi-esilio controllato”: possono viaggiare solo in Paesi amici; il diritto internazionale diventa una pressione costante, non una spada che cade subito. se la CPI riesce a entrare nelle scelte di uno Stato democratico non aderente, crolla l’illusione che “noi occidentali” siamo fuori portata. Ma poi non potremo neanche più intervenire per salvare gli oppressi degli oppressori, i quali certo se ne fregerebbero altamente di quello che dice la Copre Penale Internazionale. Pensiamoci bene.



