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ONU e ONG: quando l’acclamazione sostituisce il coraggio

Cina, Cuba, Nicaragua, Arabia Saudita e Sudan eletti nel Committee on NGO’s tra opacità e consenso automatico

Un fatto imbarazzante, e una reazione ancora peggiore

Il 10 aprile 2026 l’ONG UN Watch ha denunciato pubblicamente un fatto che, in un sistema multilaterale coerente con i propri principi, non dovrebbe accadere: l’Iran è stato nominato dall’ECOSOC (il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, uno dei sei organi principali dell’ONU, la piattaforma centrale in cui si discutono, coordinano e indirizzano le politiche globali su sviluppo economico, sociale e ambientale, inclusa l’attuazione dell’Agenda 2030, formato da 54 Stati membri, eletti dall’Assemblea Generale per mandati di tre anni; l’ECOSOC coordina un vasto sistema di organismi: Commissioni regionali (es. ECLAC, ESCAP, ECE); Commissioni funzionali (es. Commissione sullo status delle donne, Commissione per lo sviluppo sociale); Agenzie specializzate come OMS, UNESCO, FAO, ILO, che riferiscono le loro attività all’ECOSOC pur restando indipendenti) a un comitato centrale per il coordinamento dei programmi ONU – con competenze che includono diritti umani, diritti delle donne e prevenzione del terrorismo – mentre nello stesso contesto Cina, Cuba, Nicaragua, Arabia Saudita e Sudan venivano eletti per acclamazione nel Committee on NGOs, l’organo che decide quali ONG possono avere accesso all’ONU.

L’elemento dirimente non è la presenza dell’Iran – o di altri regimi autoritari – in sé.
È il fatto che le democrazie occidentali non si siano opposte, lasciando passare il consenso, e che solo gli Stati Uniti abbiano preso formalmente la parola per dissociarsi.

Ancora più grave, però, è ciò che è accaduto dopo: diversi governi occidentali hanno fornito spiegazioni pubbliche tecnicamente deboli, quando non apertamente fuorvianti, contando sul fatto che l’opinione pubblica non conosce – e non viene messa in condizione di conoscere – il funzionamento reale dell’ONU.

Il consenso ONU non è neutralità (e gli Stati lo sanno)

È necessario chiarirlo subito, perché su questo punto si fonda gran parte della mistificazione successiva.

Nel diritto procedurale ONU:

  • il consenso è una forma pienamente valida di decisione;
  • il presidente dell’organo chiede esplicitamente se vi siano obiezioni;
  • il silenzio equivale ad adesione.

Questo non è un dettaglio interpretativo, ma un dato normativo, descritto sia nel Regolamento di procedura dell’ECOSOC sia nei manuali ufficiali ONU sull’elezione e la nomina ai comitati [ECOSOC Rules of Procedure; ECOSOC Handbook].

Nel caso di aprile 2026:

  • il presidente dell’ECOSOC ha invitato gli Stati a dissociarsi;
  • gli Stati Uniti lo hanno fatto, dichiarando Iran, Cuba e Nicaragua “unfit”;
  • le democrazie europee hanno taciuto.

Il silenzio, in questo contesto, non è astensione morale, ma atto politico procedurale.

Le giustificazioni pubbliche: non ignoranza, ma difesa reputazionale

Dopo la pubblicazione della notizia, governi come quello canadese hanno sostenuto pubblicamente che:

  • “non c’è stato un voto”;
  • “la nomina era regionale”;
  • “non avevano responsabilità diretta”.

UN Watch ha smontato queste affermazioni punto per punto (usando i social per indirizzare le sue osservazioni direttamente ai governi e pubblicando tutto, anche i filmati delle sedute, sul proprio sito internet, perché sa che i media non ne parleranno), mostrando come siano tecnicamente fuorvianti e come ignorino deliberatamente il fatto che la dissociazione formale era possibile ed è stata usata in casi precedenti [UN Watch, “Canada’s misleading denial…”, aprile 2026].

Questo è un punto cruciale:
gli stessi Paesi che nel 2022–2023 si erano dissociati pubblicamente da nomine russe in ECOSOC, rompendo il consenso per ragioni politiche, nel 2026 sostengono improvvisamente che “non c’erano alternative” [UN Watch, “Democracies deny responsibility…”].

È difficile interpretarlo come ignoranza.
È molto più plausibile leggerlo come vergogna politica seguita da comunicazione difensiva.

Perché questa comunicazione funziona?

Il vuoto informativo sull’ONU (caso italiano)

Queste giustificazioni funzionano perché l’opinione pubblica europea – e in modo particolarmente evidente quella italiana – non è messa in condizione di capire come funziona l’ONU.

Nei media italiani l’ONU appare come soggetto morale impersonale (“l’ONU condanna”, “l’ONU chiede”), raramente come sistema di potere fatto di organi, procedure e responsabilità nazionali.

Non si spiega cosa sia l’ECOSOC; cosa significhi “consenso”; che i comitati tecnici sono luoghi di decisione politica reale; che tacere equivale a scegliere. Come, d’altronde, non viene spiegato mai nulla per quanto attiene ai lavori e ai risultati degli stessi dell’ONU: l’omertà è totale. Questo vuoto informativo non è neutro: protegge i governi dalla responsabilità politica.

Il confronto con la stampa anglosassone: un altro standard

Il contrasto con la stampa anglosassone è netto.

Media come BBC, The Guardian o Financial Times:

  • spiegano regolarmente le procedure ONU;
  • distinguono tra Assemblea Generale, Consiglio di Sicurezza ed ECOSOC;
  • analizzano chi ha parlato e chi ha taciuto.

Questo non rende quei media “più filo‑ONU” o “più anti‑ONU”:
li rende più difficili da ingannare.

Quando UN Watch denuncia un caso come quello dell’Iran, nel mondo anglosassone diventa:

  • una questione politica;
  • non un dettaglio tecnico da archiviare.

Il Comitato ONG: il vero snodo del tradimento umanitario

Quindi, contestualmente a questa farsa dell’elezione inconsapevolmente non contrastata dell’Iran da parte di Canada (Hillel Neuer, l’eroico rappresentante di UN Watch all’ONU di Ginevra, è cittadino canadese), Francia, Spagna, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Regno Unito, Finlandia, Svizzera e Austria, Cina, Cuba, Nicaragua, Arabia Saudita e Sudan venivano eletti per acclamazione nel Committee on NGOs, l’organo che decide quali ONG possono avere accesso all’ONU.

Le ONG sono organizzazioni private, senza scopo di lucro e indipendenti dai governi, nate per perseguire obiettivi di interesse pubblico: difesa dei diritti umani, assistenza umanitaria, libertà civili, sviluppo, tutela delle minoranze.

Le ONG sono decisive perché, dove uno Stato illiberale come l’Iran controlla tribunali, media e forze di sicurezza, restano spesso l’unico strumento capace di trasformare la violenza contro il proprio popolo in fatti verificabili e responsabilità internazionali.

Il Committee on NGOs è uno degli organi più potenti e meno conosciuti dell’ONU.

Decide chi ottiene lo status consultivo, chi può parlare nelle sessioni ONU, chi può presentare documenti, chi può incontrare delegazioni.

Senza questo status, un’ONG non esiste politicamente all’ONU.

Il Comitato utilizza uno strumento particolarmente efficace: il rinvio indefinito (deferral). Non è un rifiuto formale. Non è impugnabile. Non fa notizia. Ma silenzia completamente.

ONG iraniane indipendenti: silenziate con procedura, non con la forza

ONG iraniane indipendenti – spesso in esilio – che documentano:

  • esecuzioni,
  • repressione delle donne,
  • torture,
  • violazioni sistematiche,

si vedono regolarmente:

  • porre domande politiche (non tecniche);
  • rinviare le domande di accreditamento per anni;
  • bloccare l’accesso alle sedi ONU.

Secondo UN Watch e altre ONG di monitoraggio, le domande provengono sistematicamente da Stati come:

  • Iran,
  • Cina,
  • Cuba,
  • Russia,
  • Nicaragua [UN Watch, Focus on Iran].

Il paradosso è evidente e politicamente devastante:

lo Stato che reprime decide se chi denuncia la repressione può parlare all’ONU.

Questo meccanismo è ampiamente documentato anche in letteratura accademica, in particolare per quanto riguarda la Cina, che usa il Comitato ONG in modo sistemico per ridefinire la legittimità stessa della società civile (Journal of Democracy, Inboden, “China at the UN: Choking Civil Society”).

L’Iran usa lo stesso strumento in modo più mirato e vendicativo: difensivo, ma non meno efficace.

Perché l’elezione dell’Iran non è un fatto neutro

A questo punto il collegamento diventa ineludibile.

L’elezione – o la mancata opposizione – dell’Iran in sedi ECOSOC:

  • rafforza la maggioranza autoritaria nel Comitato ONG;
  • legittima il silenziamento procedurale delle ONG indipendenti;
  • priva l’ONU delle voci che dovrebbero giustificarne l’esistenza morale.

Separare questi eventi è un errore analitico.
Sono due anelli della stessa catena causale.

La responsabilità occidentale: silenzio prima, negazione poi

Le democrazie occidentali avevano strumenti procedurali per opporsi usati in passato ma in questo caso hanno scelto di non usarli.

E quando la scelta è emersa:

  • non l’hanno rivendicata come compromesso politico;
  • l’hanno minimizzata;
  • l’hanno negata.

Qui la polemica non è ideologica, ma civica:

non si tratta di realpolitik, ma di rifiuto di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Perché parlarne è necessario

Se queste dinamiche fossero raccontate, vedremmo i compromessi reali che l’Occidente accetta con le potenze prepotenti e capiremo perché i regimi autoritari prosperano nel sistema ONU. Smetteremmo di parlare di “fallimenti astratti” e inizieremmo a parlare di scelte concrete.

L’ONU non tradisce i diritti umani da sola.
Li tradisce quando:

  • chi potrebbe difenderli tace;
  • chi tace non spiega;
  • e chi non spiega conta sul fatto che nessuno sappia come funziona davvero il sistema.

L’ONU fallisce quando l’informazione è omertosa e la politica  “predica bene e razzola male”.

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