Venezia 83 tra cronometri, claque d’autore e politicamente corretto: quando la performance ideologica oscura l’arte e il cinema scompare
Se l’arte del cinema si misurasse in battiti di mani al minuto, la Mostra del Cinema di Venezia avrebbe appena consegnato alla storia il suo capolavoro assoluto. Venticinque minuti di standing ovation. Venticinque minuti di battimani ininterrotto, condito da sguardi ansiosi all’orologio, consultazioni al vertice con i collaboratori e cenni d’intesa con i registi. Non una reazione emotiva, ma una vera e propria cronometrata prestazione atletica.
Le immagini circolate in rete (grazie a Eirik Schrøder-BrÃ¥tane) mostrano la scena in tutta la sua surreale evidenza: il direttore artistico Alberto Barbera svetta in prima fila, scandisce il tempo, controlla il cronometro e dirige l’orchestra della claque spontaneo-militante. L’obiettivo? Superare il record precedente: l’appaluso a un altro film anti-israeliano presentato in un’edizione precedente, quello sulla storia – ancora non chiarita ma già venduta come incontestabilmente vera – di Hind Rajab, diretto dallo stesso Barbera: c’era un traguardo da battere, una prestazione da omologare per i Guinness dei Primati del conformismo d’autore (e si aprono sin da ora le scommesse sulla durata dell’appaluso record del prossimo anno). E quando il cronometro supera finalmente la soglia fatidica, scatta il segnale: complimenti di rito ai registi, luci in sala che si riaccendono e brusca interruzione dell’entusiasmo, finalmente tutti a casa. Missione compiuta, ciack si chiude.
Il paradosso grottesco di questa pantomima è che il giorno dopo, sulle prime pagine dei giornali, del film in sé non c’è quasi traccia. La narrazione è una sola: “Battuto il record di applausi”. L’opera — il documentario NAZA — diventa un semplice presta gamba, una scusa scenografica per mettere in moto la macchina del consenso e della visibilità mediatica. Decine di altri film, registi e attori presenti in laguna vengono letteralmente oscurati, spazzati via dal rumore bianco di venticinque minuti di battimani preordinato.
Dietro questa messinscena non c’è soltanto la degenerazione dei festival in gare olimpiche del politicamente corretto. C’è il retrogusto acre di una gigantesca operazione di marketing geopolitico. NAZA — un’opera fortemente politicizzata in chiave anti-israeliana, frutto di un’autofustigazione furbetta che si avvantaggia dell’antisemitismo imperante che contribuisce ad alimentare — beneficia di deroghe e corsie preferenziali, ammesso in concorso fuori tempo massimo e direttamente al premio maggiore, mentre altri progetti (come Our Loves di Avi Nesher, dedicato all’altra faccia del conflitto) erano stati respinti con un burocratico “è arrivato troppo tardi”. Una disparità di trattamento così smaccata da far pensare che non si tratti nemmeno più di semplice linea editoriale, ma di un packaging promozionale confezionato su misura per un’agenda ideologica ben precisa.
L’ostentazione è talmente caricaturale, l’unanimismo talmente orchestrato, da far sorgere il sospetto che dietro ci sia una regia commerciale o una sponsorizzazione occulta. D’altronde, i grandi media internazionali come The Guardian che producono queste inchieste, i distributori e la macchina stessa della Biennale non lavorano per filantropia: vendere il “caso morale” garantisce un ritorno di earned media che nessun budget pubblicitario tradizionale potrebbe mai comprare. La sofferenza e il conflitto si trasformano in un eccellente veicolo per il posizionamento del brand.
Rituali di questo tipo non sono una novità della storia. Nei congressi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, così come nei grandi raduni dei regimi totalitari del Novecento, l’applauso prolungato non era un indice di gradimento estetico, ma un test di lealtà ideologica. Guai a smettere per primi: fermarsi significava dissociarsi. Al Lido di Venezia la dinamica psicologica appare tristemente analoga: in una sala imbevuta di militanza di maniera, chi oserebbe sedersi o abbassare le mani per primo sotto lo sguardo del direttore artistico che segna il tempo? Del resto, l’origine della Mostra (in piena epoca fascista, con l’alleato nazista che presenzia per confermare e rafforzare l’Asse, parla da sola; è come se si fosse celebrato un anniversario: la proiezione di “Süss l’ebreo” (Jud Süß), il famigerato film-simbolo della propaganda antisemita, diretto da Veit Harlan sotto la stretta supervisione di Goebbels, che venne presentato a Venezia in anteprima mondiale il 5 settembre 1940, raccogliendo un enorme successo di pubblico e gli applausi calorosi delle autorità fasciste e naziste presenti in sala).
Quando il dibattito artistico viene completamente divorato dalla performance politica, a uscire sconfitta è l’idea stessa di cinema. Se l’opera smette di interrogare per pretendere solo un’adesione tribale, e se la qualità di una pellicola si calcola in minuti di ovazione cronometrata, i festival smettono di essere luoghi di cultura per diventare teatri di posizionamento ideologico.
Alla fine di questi venticinque minuti rimangono le mani rosse dei presenti, i titoloni dei giornali serviti su un piatto d’argento e la desolante sensazione che il vero cinema sia rimasto fuori dalla sala, al buio.



