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Chi ha paura del Libano libero? Perché la verità sul Mediterraneo non si può dire.

Cinquant’anni di fancazzismo mediatico e politico italiano: dal mito delle “guerra civile” al fallimento dell’UNIFIL, ecco perché Roma e Parigi tremano davanti alla de-iranizzazione di Beirut.

C’è una faglia profonda che attraversa il dibattito pubblico occidentale, una linea d’ombra lungo la quale la verità storica viene sistematicamente sacrificata sull’altare del conformismo geopolitico e della convenienza diplomatica. Questa faglia oggi porta il nome del Libano.

Per la prima volta dopo decenni di paralisi e sottomissione, dalle stanze istituzionali di Beirut giungono segnali di un inedito e insperato sussulto di dignità nazionale. Una leadership pragmatica molto forte sul piano diplomatico internazionale, incarnata dall’asse istituzionale e militare tra il Primo Ministro, l’ex giudice della ICJ Mawaf Salam, e il Presidente della Repubblica, generale Joseph Aoun – capo delle Forze Armate libanesi –, sta tentando l’impresa più audace dalla fine della sventurata guerra degli anni Settanta: recidere il cordone ombelicale che lega il Paese dei Cedri alla Repubblica Islamica dell’Iran e avviare un negoziato di pace storico con Israele. Eppure, di fronte alla prospettiva di un Libano finalmente sovrano e de-iranizzato, le cancellerie europee – con Parigi e Roma in testa – e i grandi network del servizio pubblico radiotelevisivo reagiscono con una freddezza che confina con l’ostilità.

Viene da chiedersi: chi ha paura di un Libano libero? E perché la verità su questa transizione non si può assolutamente dire?

L’equivoco fondativo: la finzione della “Guerra Civile”

Per comprendere il presente è necessario emendare il passato dalle incrostazioni ideologiche che lo hanno contraffatto. La narrazione egemone ha per cinquant’anni rubricato il dramma libanese iniziato nel 1975 come una “guerra civile confessionale”, un fatale e atavico scontro interno tra l’oligarchia cristiana maronita e le masse musulmane. Si è trattato di una deliberata mistificazione semantica.

Il Libano non è imploso per autocombustione; è stato preso in ostaggio. Dopo essere stato espulso a cannonate dalla Giordania di re Hussein durante il “Settembre Nero” del 1970 per aver tentato di rovesciare la monarchia hascemita, l’OLP di Yasser Arafat si riversò a Beirut sfruttando la fragilità istituzionale del Paese ospitante. Lì, l’organizzazione palestinese edificò il “Fatahland”: uno Stato nello Stato, armato dal blocco sovietico, che non solo utilizzò il Libano meridionale come rampa di lancio contro Israele, ma sottomise la popolazione locale, perpetrando eccidi di civili cristiani (come il drammatico massacro di Damour del 1976) e alterando scientemente gli equilibri demografici per assumere il controllo del territorio.

Questa sostituzione dello Stato sovrano con una milizia straniera ha trovato il suo apice contemporaneo nella metamorfosi dell’occupazione: dall’OLP a Hezbollah. La procura terroristica di Teheran ha perfezionato il modello di Arafat, fagocitando l’economia, i porti e le infrastrutture critiche del Paese, e assassinando – nell’indifferenza delle corti internazionali – ogni voce dissidente, da Rafiq Hariri in poi. Dire la verità oggi significherebbe ammettere che il Libano non soffre di una patologia interna, ma di un’occupazione straniera cinquantennale.

Sabra e Chatila: l’archetipo della mostrificazione

In questo contesto di riscrittura storica, il massacro dei campi profughi di Sabra e Chatila del settembre 1982 rappresenta l’archetipo della disinformazione contemporanea. La vulgata mediatica impose istantaneamente un dogma geometrico: Israele è il carnefice, i palestinesi le vittime.

I fatti storici, accertati dalle stesse commissioni d’inchiesta israeliane (un esercizio di trasparenza democratica impensabile in qualunque autocrazia araba), narrano una realtà ben più complessa e tragica. Gli esecutori materiali dell’orrendo eccidio furono le Falangi Cristiane Libanesi di Elie Hobeika, mosse da una furia vendicativa cieca dopo l’assassinio del loro leader e neopresidente Bashir Gemayel, orchestrato dai servizi segreti siriani. All’esercito israeliano, guidato allora da Ariel Sharon, arrise la gravissima colpa indiretta di non aver previsto l’esito letale dell’ingresso dei falangisti nei campi.

Tuttavia, il giornalismo occidentale operò una chirurgia narrativa senza precedenti: occultò i veri assassini (Hobeika diventerà persino ministro nel Libano filo-siriano senza che la stampa europea sollevasse un sopracciglio) e trasferì l’intera colpa morale e materiale sullo Stato ebraico. Questo ribaltamento logico serviva a mondare le colpe dell’invasore originario – l’OLP – e a costruire il mito d’infamia attorno a Gerusalemme, un canone che da allora viene replicato a ogni crisi mediorientale.

      

Il “Lodo Moro” e il suicidio energetico: le radici della schizofrenia italiana

Perché l’Italia, in particolare, è così strutturalmente incapace di accogliere la richiesta di aiuto della leadership libanese regolare? La risposta affonda le radici nella Prima Repubblica, in un intreccio perverso tra sottomissione al terrorismo e rinuncia all’indipendenza energetica.

Negli anni Settanta, attraverso il cosiddetto “Lodo Moro”, lo Stato italiano stipulò un patto d’infamia segreto con le fazioni palestinesi: libera circolazione di armi e uomini sul suolo nazionale in cambio della garanzia di non subire attentati. Per giustificare dinanzi all’opinione pubblica questo baratto di sovranità – che peraltro non evitò le stragi di Fiumicino o il sequestro dell’Achille Lauro –, la politica e la RAI edificarono una narrazione costantemente celebrativa di Arafat e del terzomondismo arabo.

Questo laccio diplomatico divenne un cappio economico nel 1987. Cavalcando l’onda emotiva post-Chernobyl, il Partito Socialista di Bettino Craxi – assecondato da ampi settori della DC e del PCI – compì un voltafaccia ideologico clamoroso, strumentalizzando i quesiti referendari per decretare lo smantellamento del nucleare civile italiano. L’Italia, che era all’avanguardia mondiale nell’atomo, scelse il suicidio energetico.

La rinuncia all’indipendenza energetica fu il più grande favore concesso ai paesi produttori di idrocarburi del Nord Africa e del Medio Oriente. Da quel momento, per mantenere accese le proprie industrie, l’Italia si è condannata a una vulnerabilità sistemica. La tolleranza verso le reti di influenza dei regimi totalitari (ieri l’OLP, oggi i capitali del Qatar e le sponde diplomatiche con l’Iran) è diventata la moneta di scambio necessaria per garantire i flussi energetici. Un’Italia senza nucleare è un’Italia senza politica estera autonoma: deve piegare la testa e rimasticare le posizioni altrui.

La RAI e la sindrome di Stoccolma informativa

È in questo perimetro di servitù strategica che si spiega l’attuale condotta del servizio pubblico radiotelevisivo. Gli inviati in Medio Oriente si muovono lungo binari rigidamente tracciati da tre fattori insormontabili:

  1. L’incolumità fisica sul campo: Nelle roccaforti di Beirut o del sud del Libano, la stampa estera lavora sotto il controllo millimetrico di Hezbollah. Denunciare i tunnel terroristici, il posizionamento di missili negli ospedali o l’oppressione della milizia sciita contro la popolazione civile libanese significa rischiare l’espulsione se non la vita. Al contrario, la democrazia israeliana tollera e protegge anche la stampa più ferocemente ostile. La via di minore resistenza per l’inviato è, dunque, la mostrificazione di Gerusalemme.
  2. L’allineamento alla Farnesina e il ricatto di UNIFIL: L’Italia schiera un contingente massiccio nella missione UNIFIL nel sud del Libano. Una missione il cui mandato originario – impedire il riarmo di Hezbollah – è storicamente e palesemente fallito sotto gli occhi dei “caschi blu”. Oggi quei soldati sono, nei fatti, ostaggi geopolitici. Raccontare la verità sul Libano, ovvero che l’esercito regolare libanese e Israele stanno provando a fare ciò che l’ONU non ha voluto o potuto fare, significherebbe ammettere il fallimento della diplomazia italiana e mettere a rischio i militari sul campo.
  3. Il dogma della Nakba riscritta: Nei servizi televisivi si preferisce reiterare la vulgata di una Nakba intesa come colpa esclusiva del “colonialismo sionista” nel 1948, espungendo dalla cronaca il dato storico essenziale: furono i paesi arabi a rifiutare la spartizione ONU e a scatenare una guerra di sterminio, invitando i palestinesi ad allontanarsi temporaneamente per poi reinsediarsi a intollerabile vittoria ottenuta. Quella scommessa bellica persa si è tradotta nella segregazione perpetua dei profughi nei campi libanesi da parte degli stessi Stati arabi, usati come carne da cannone demografica.

Perché? Perché…

Se la storica transizione guidata dall’asse tra il governo regolare libanese e le forze armate di Joseph Aoun dovesse compiersi — portando allo smantellamento di Hezbollah, all’estromissione dell’Iran e a una pace formale con Israele — Italia e Francia non rischierebbero solo un danno d’immagine. Rischierebbero di perdere le fondamenta stesse della loro proiezione di potenza e dei loro mercati politici ed energetici nel Mediterraneo allargato.

L’ostilità sotterranea o la palese freddezza di Parigi e Roma di fronte all’azione israeliana non nascono da preoccupazioni umanitarie, ma dal calcolo di cosa andrebbe perduto se crollasse lo status quo.

1. La Francia e la fine del “Mandato Ombra”

Per Parigi, il Libano non è un Paese qualunque; è l’ultimo scampolo del vecchio impero coloniale in Medio Oriente, la leva attraverso cui l’Eliseo pretende ancora di sedere al tavolo dei grandi.

  • La perdita della centralità diplomatica: Emmanuel Macron ha investito un enorme capitale politico presentandosi come il “protettore” e il mediatore unico delle crisi libanesi. La diplomazia francese ha sempre campato sulla formula del compromesso: parlavano con i cristiani, con i sunniti e, sottobanco, legittimavano Hezbollah come “attore politico ineludibile”. Se il Libano si libera dall’occupazione iraniana per via militare e diplomatica grazie all’asse Washington-Gerusalemme, il ruolo della Francia viene azzerato. Parigi viene declassata a spettatrice irrilevante di un Medio Oriente ridisegnato dagli americani e dagli israeliani.
  • Gli interessi economici e francofoni: Un Libano normalizzato, agganciato all’economia occidentale e ai trattati di pace (sulla scia degli Accordi di Abramo), aprirebbe il mercato delle ricostruzioni (porti, telecomunicazioni, energia) a multinazionali americane ed emiratine, estromettendo i canali storici e clientelari del capitalismo francese che da decenni banchetta sulle macerie di Beirut. Da qui la palese ostilità di Macron e del suo ministro degli esteri Barrot nei confronti di Israele, che ha raggiunto toni quasi isterici, molto simili alla rappresaglia.

2. L’Italia e il fallimento miliardario di UNIFIL

Per Roma, la posta in gioco è se possibile ancora più concreta, e si chiama UNIFIL (la missione Leonte nel sud del Paese), di cui l’Italia è storicamente uno dei massimi contribuenti di truppe.

  • L’esoscheletro diplomatico della Difesa italiana: UNIFIL è il fiore all’occhiello della politica estera italiana (bipartisan), la missione che permette a Roma di accreditarsi come “operatore di pace” globale e di giustificare le proprie spese di difesa in sede ONU. Se l’esercito regolare libanese subentra nel controllo esclusivo del sud (come previsto dall’accordo trilaterale mediato dagli USA) ed Hezbollah viene disarmato, la missione UNIFIL non ha più alcuna ragione d’essere. Dovrebbe chiudere.
  • Ammettere la finzione: La fine di UNIFIL costringerebbe l’Italia ad ammettere l’inconfessabile: che per vent’anni i nostri soldati hanno garantito una “falsa pace”, facendo da scudo umano involontario mentre Hezbollah costruiva la sua immensa rete di tunnel e missili. La liberazione del Libano certificherebbe il fallimento storico del “pacifismo militare” italiano.

3. Il crollo del sistema delle “Doppie Sponde” energetiche e commerciali

Entrambi i Paesi hanno strutturato le proprie economie sulla dottrina geopolitica dei due forni: fedeli alla NATO di giorno, ma pronti a fare affari con i regimi arabi, l’Iran e le petromonarchie del Golfo (come il Qatar) di notte.

  • Il ricatto del miliardo sovrano: Come abbiamo visto per la rinuncia al nucleare e per il Lodo Moro, l’Italia dipende dai flussi commerciali e dai capitali mediorientali. Un Libano sottratto all’Iran significa una sconfitta strategica devastante per Teheran e per i suoi alleati finanziari regionali. Roma e Parigi temono le ritorsioni asimmetriche di questo asse: sanno che se appoggiassero apertamente la de-iranizzazione del Libano, i contratti miliardari delle loro partecipate di Stato (dall’energia alle infrastrutture) nei mercati della galassia sciita e dei loro finanziatori verrebbero messi a rischio.
  • La paura del “caos transitorio”: Sia la diplomazia italiana che quella francese soffrono di una cronica codardia strategica: preferiscono la sottomissione stabile di un popolo sotto lo stivale di una teocrazia, piuttosto che il rischio del caos militare legato a un processo di liberazione.

In sintesi, se il Libano si libera grazie a Israele e agli Stati Uniti, Italia e Francia perdono il loro ruolo di mediatori di professione. Perdono la possibilità di lucrare politicamente ed economicamente sull’instabilità permanente del Mediterraneo, scoprendosi per quello che la loro condotta attuale rivela: attori arroccati sulla difesa di vecchie rendite di posizione, terrorizzati dall’idea che la libertà possa imporsi senza il loro timbro e alle spalle dei loro storici e opachi partner commerciali.

Per comprendere quanto l’Italia sia legata a queste dinamiche e come la sua diplomazia nel Mediterraneo sia storicamente condizionata da patti sotterranei e dipendenze strategiche, la professoressa Valentine Lomellini ricostruisce accuratamente i documenti storici dei nostri accordi segreti nel video Il Lodo Moro: l’Italia e il terrorismo internazionale, mostrando i compromessi che la nostra classe politica ha accettato in cambio di una fragile sicurezza.

Conclusione: la paura della libertà

Un Libano libero, sovrano, pacificato con Israele e sottratto all’influenza teocratica di Teheran fa paura. Fa paura a chi ha costruito carriere accademiche, politiche e giornalistiche sull’antiamericanismo viscerale e sul “campismo”. Fa paura alle cancellerie europee che preferiscono la stabilità cimiteriale di uno status quo garantito dai terroristi piuttosto che il rischio e la responsabilità di una vera transizione democratica. Fa paura a quella parte di mondo cattolico e vaticano che, in nome di un pacifismo neutrale e assoluto, finisce per non distinguere l’oppressore dall’oppresso, giudicando “ingiusta” persino la resistenza di un popolo, quello persiano, che tenta di scrollarsi di dosso la tutela coloniale della Repubblica teocratica assassina iraniana.

La schizofrenia dell’Italia – formalmente atlantica, ma psicologicamente e culturalmente propensa alla resa e alla rimasticazione delle narrazioni altrui, come dimostrano anche i continui e logoranti ripensamenti sul sostegno all’Ucraina – è il sintomo visibile di questa codardia strategica. Ma il tempo stringe. Il trattativismo transazionale di Washington e l’esitazione dell’Europa rischiano di chiudere la finestra storica che il popolo libanese ha faticosamente aperto a prezzo di sangue. Smettere di mentire sul Libano non è più solo un dovere di cronaca: è l’ultimo treno per dimostrare che l’Occidente crede ancora nella libertà che pretende di difendere.

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