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La Notte del Fuoco Sacro: il Chaharshanbe Suri 2026 come atto di resistenza.

Il Chaharshanbe Suri 2026: quando una festa millenaria diventa atto di resistenza politica

Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 2026, milioni di iraniani sono scesi in piazza per celebrare il Chaharshanbe Suri — la festa del Fuoco Sacro che precede il Nowruz, il capodanno zoroastriano. Lo hanno fatto sfidando i Pasdaran, i Basij e gli ordini espliciti del regime. Non era solo una festa. Era una dichiarazione.

Un fuoco che brucia da tremila anni

Il Chaharshanbe Suri non è una tradizione inventata dall’opposizione. È un rito preislamico che affonda le radici nell’antica Persia zoroastriana: si salta sui falò, si cantano versi antichi, si accendono fuochi nei cortili e nelle strade. Per la Repubblica Islamica, questa festa è sempre stata una spina nel fianco — una memoria culturale che preesiste all’Islam, che celebra la luce contro il buio, l’identità persiana contro l’ideologia teocratica. Ogni anno il regime la tollera a denti stretti, ogni anno cerca di demonizzarla o di appropriarsene. Quest’anno ha tentato entrambe le cose, e ha fallito su entrambi i fronti.

Il regime in assetto di guerra contro i propri cittadini

Il comandante della polizia Ahmadreza Radan aveva avvertito che il Paese si trovava “in circostanze diverse” — in pratica, in stato di guerra. I servizi di emergenza erano in allerta massima. I vertici dell’IRGC avevano dichiarato che avrebbero risposto alle celebrazioni con il loro “rito del fuoco”: lanci di droni e missili contro basi americane e israeliane nel Golfo. Una retorica che tradisce la disperazione più che la forza: il regime si trovava nella condizione paradossale di dover militarizzare una festa popolare.

Ma la mobilitazione non si è fermata. In decine di città iraniane — da Teheran a Isfahan, da Shiraz a Mashhad — le piazze si sono riempite. I filmati diffusi sui social mostrano falò, canti, salti rituali, e in alcuni quartieri anche scontri con le forze di sicurezza che sparavano per disperdere le folle.

A documentarlo con puntualità è stato Mariano Giustino, corrispondente di Radio Radicale dalla Turchia e tra le poche voci del giornalismo italiano capaci di seguire l’Iran con continuità e senza il filtro delle narrative ufficiali: è stato tra i primi a segnalare come in molti centri urbani la popolazione avesse sfidato direttamente i Basij scendendo in piazza per la festa del Fuoco Sacro — un reportage fuori dal coro in un panorama mediatico che troppo spesso riduce la resistenza iraniana a nota a margine.

L’ombrello aereo e la caduta del Basij

C’è un elemento inedito che distingue il Chaharshanbe Suri 2026 da ogni manifestazione precedente. Secondo dichiarazioni raccolte da Iran International, Israele avrebbe fornito per la prima volta un supporto attivo alla popolazione civile iraniana: droni israeliani avrebbero preso di mira le pattuglie di Basij e polizia che cercavano di avvicinarsi ai luoghi di celebrazione, creando di fatto un “ombrello aereo” sulle folle.

La coincidenza con l’eliminazione di Gholamreza Soleimani — capo del Basij dell’IRGC, figura chiave nella gestione della repressione interna — non è passata inosservata. La principale struttura paramilitare del regime si trovava decapitata proprio nella notte in cui avrebbe dovuto operare con la massima intensità.

La risposta del regime: il cappio all’alba del Nowruz

La risposta del regime alle celebrazioni è arrivata con una brutalità che non ha precedenti nemmeno nel contesto iraniano. All’alba del Nowruz — il primo giorno del nuovo anno — sono stati impiccati tre giovani a Qom: Saleh Mohammadi, 19 anni, lottatore, Saeed Davodi e Mehdi Ghasemi. Erano stati arrestati dopo le proteste del 8 gennaio 2026, accusati di aver partecipato all’uccisione di agenti di polizia. Mohammadi era stato condannato a morte il 4 febbraio — meno di tre settimane dopo l’arresto — e aveva dichiarato in aula che le confessioni erano state estorte sotto tortura. Il tribunale non ha registrato le sue dichiarazioni.

La scelta del giorno non è casuale. Impiccare tre ragazzi nel giorno in cui l’Iran festeggia il nuovo anno è un messaggio politico di una chiarezza agghiacciante: il regime non teme il giudizio della storia, vuole che la paura contamini anche le celebrazioni.

Cosa significa per l’opposizione — e per il regime

Il Chaharshanbe Suri 2026 segna un punto di discontinuità nella storia del conflitto tra la Repubblica Islamica e la propria popolazione. Non perché siano mancate manifestazioni in passato — da Donna Vita Libertà in poi — ma per la convergenza di tre fattori simultanei: la mobilitazione di massa nonostante il contesto bellico, il collasso parziale della capacità repressiva del Basij, e per la prima volta l’appoggio materiale esterno alle folle.

Per il regime, la serata del 17 marzo ha mostrato qualcosa di pericoloso: che il fuoco zoroastriano può bruciare anche quando i Basij sono armati. Per l’opposizione, ha dimostrato che la cultura identitaria persiana — più antica dell’Islam, più antica della Repubblica Islamica — è ancora la risorsa più potente che il movimento ha a disposizione. Non si può impiccare una tradizione di tremila anni.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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