HomeAttualitàcavalli scossi

cavalli scossi

Roma, notte tra il 29 e il 30 maggio 2026. Prove generali della parata militare del 2 giugno, Festa della Repubblica Italiana.

Dunque: la Repubblica si prepara a festeggiare i suoi primi 80 anni, cifra tonda. Un’età importante. È più vecchia del South Sudan (15 anni), del Kosovo (18), del Montenegro (20), di Timor-Leste (24), della Serbia (20) — repubbliche nate nel caos, nella guerra, nello smembramento di qualcosa di più grande che non funzionava.

In compenso è molto, molto più giovane della Francia (234 anni di Repubblica, con qualche interruzione che i francesi preferiscono non approfondire), degli Stati Uniti (250), dell’Olanda (438), della Svizzera (735) — e, naturalmente, di San Marino (1.725), che è circondata dall’Italia su tutti i lati e che, evidentemente, ha avuto l’avvertenza di non diventare parte dell’Italia.

Ottant’anni sono un’età strana, per una Repubblica: troppo pochi per avere la patina della storia, troppi per avere ancora la scusa della crisi adolescenziale

Lo fa, come ogni anno, il 2 giugno, con la parata ai Fori Imperiali — una sfilata che è insieme rito laico, scenografia del potere e, diciamolo, un’occasione straordinaria per ricordarci che esistiamo in quanto Stato, che abbiamo un esercito, delle istituzioni, una storia, e che tutto ciò, almeno per un giorno, si mette in fila ordinata e marcia compatto davanti al Presidente della Repubblica. Bello. Commovente, anche. L’8° Reggimento Lancieri di Montebello, i reparti a cavallo dei Carabinieri, la Polizia di Stato in sella — tutto uno splendore di uniformi, di disciplina, di animali addestrati per anni a non spaventarsi di nulla, letteralmente di nulla, nemmeno del frastuono di una folla, nemmeno degli applausi, nemmeno delle bande militari che suonano a pochi metri.

Alle prove generali di questa cerimonia — prove generali, si noti: il momento in cui tutto deve funzionare, in cui si verificano i protocolli, in cui l’errore non è previsto perché l’errore, il 2 giugno, non è ammesso — erano schierati alle Terme di Caracalla, in posizione d’attesa, circa trentadue cavalli. Purosangue di alta scuola, addestrati, selezionati, pronti. Erano le undici e cinquanta di sera.

A pochi minuti dalla mezzanotte, quattro dipendenti della Polizia Locale di Roma Capitale — il corpo che ogni anno, puntualmente, emette ordinanze per vietare i botti di Capodanno perché spaventano gli animali — hanno acceso una batteria di fuochi d’artificio. Per «motivi goliardici», come ha spiegato uno di loro. Una «tradizione», come ha precisato un altro. Una «goliardata», ha detto il principale responsabile, un istruttore cinquantunenne con circa un anno di servizio nel GPIT, Gruppo Pronto Intervento Traffico. «Non credevo potesse accadere nulla di male».

Sono fuggiti trentadue cavalli.

— — —

Bisogna fermarsi un momento su questa scena, perché è una scena di rara potenza visiva e allegorica insieme: trentadue cavalli addestrati alla parata della Repubblica che scappano, nel cuore della notte, lungo la Via Cristoforo Colombo — sei corsie, auto in transito, moto, camion — saltando da una corsia all’altra, saltando sopra i cofani delle automobili, trasmettendosi il panico in branco con quella logica irrefrenabile che hanno gli animali terrorizzati, per cui la paura di uno diventa immediatamente la paura di tutti, e non si ferma finché non si ferma il mondo. Quattro cavalieri a terra — tre giovani militari dei Lancieri di Montebello e una poliziotta di ventinove anni, disarcionata e svenuta, una militare di ventidue anni con costole fratturate e perforazione superficiale di un polmone. Una quindicina di animali feriti. Uno abbattuto. Un altro ritrovato il giorno dopo al Divino Amore, a quindici chilometri di distanza, come se stesse cercando di uscire dal racconto.

Ora, i fatti nudi e crudi, che è bene elencarli perché in questo Paese i fatti tendono a dissolversi nella «ricostruzione ancora in corso», nel «si attendono accertamenti», nel calore umano degli «errori che capitano»:

Reati ipotizzati dagli inquirenti:

– Lesioni colpose aggravate (quattro feriti, alcuni gravi);

– Esplosioni pericolose non autorizzate in luogo pubblico;

– Aggravante: pubblici ufficiali in servizio.

Aggiungiamo, da non giuristi ma da cittadini con qualche dimestichezza con il codice della strada e il buon senso:

– Uso non autorizzato di materiale pirotecnico in area urbana;

– Omessa custodia di animali affidati a terzi (i cavalli erano stati consegnati ai militari che ne avevano la custodia, e i militari a loro volta erano in un’area teoricamente presidiata);

– Interruzione di pubblico servizio, se vogliamo essere precisi sulla prova generale della parata nazionale.

La «punizione» inflitta nelle ore immediatamente successive? I quattro vigili non sfileranno alla parata del 2 giugno. Verranno sostituiti da colleghi. Non sfileranno.

Come se un chirurgo che ha operato ubriaco venisse sanzionato non facendolo partecipare alla cena del reparto.

— — —

Ma restiamo sulla metafora, perché è troppo ricca per lasciarla scappare come i cavalli.

La Repubblica italiana si prepara a celebrare sé stessa. Lo fa con una parata militare che è, nella sua essenza, una dimostrazione di ordine, di controllo, di capacità dello Stato di presentarsi compatto e solenne di fronte ai propri cittadini. I cavalli sono parte integrante di questa scenografia: animali che incarnano fisicamente la disciplina, il controllo, la nobiltà del gesto militare. Sono stati addestrati per anni a non scappare. La loro presenza nella parata è essa stessa un messaggio: guardate quanto siamo capaci di tenere insieme le cose, di addestrare persino la natura, di far marciare in fila anche ciò che per istinto vorrebbe galoppare libero.

E allora arrivano i dipendenti del Comune di Roma — dello stesso Stato che organizza la parata, pagati dagli stessi contribuenti che pagano i Lancieri di Montebello — e accendono i fuochi d’artificio. Per festeggiare. Per «tradizione». E i cavalli scappano.

È difficile immaginare una metafora più precisa dello stato attuale della Repubblica: da una parte l’apparato dello Stato che si addestra, si prepara, si veste in gala per la grande cerimonia dell’autonarrazione istituzionale; dall’altra, sempre l’apparato dello Stato — non un nemico esterno, non un agente provocatore, non un evento atmosferico — che, per goliardia, per pigrizia mentale, per quella particolare forma di impunità inconsapevole che si acquisisce quando si lavora in un posto abbastanza grande da non essere mai davvero responsabili di nulla, manda tutto all’aria.

Il cavallo che viene ritrovato al Divino Amore è la Repubblica che ha cercato di scappare da sé stessa ed è arrivata, dopo quindici chilometri di fuga, a una chiesa che si chiama Divino Amore. C’è qualcosa di dantesco, qui, che Arbasino avrebbe saputo usare meglio di chiunque altro.

— — —

Rimane una domanda, che è insieme amministrativa e filosofica: come si seleziona, in questo Paese, il personale che gestiamo con le nostre tasse?

La risposta, che non è una risposta ma è quel che abbiamo, è questa: si seleziona con concorsi che testano nozioni giuridiche, codici stradali, conoscenze burocratiche; non si seleziona — perché non è tecnicamente selezionabile — il senso di responsabilità, la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, la capacità di non accendere fuochi d’artificio accanto a trentadue cavalli in addestramento militare alle undici di sera perché «è una tradizione», perché «era una goliardata», perché — e questa è la frase che dovrebbe stare incisa sopra ogni ufficio pubblico italiano — «Non credevo potesse accadere nulla di male».

Questa frase — non credevo potesse accadere nulla di male — è la frase più italiana che esista. È la frase del Vajont, è la frase del Ponte Morandi, è la frase di ogni disastro annunciato che non ci si è presi la briga di annunciare. È la frase di chi ha una divisa, un’autorità, una responsabilità pubblica, e ha deciso — consapevolmente o no, che cambia poco — che quella responsabilità si ferma al cancello del servizio, e fuori dal cancello si è persone qualunque che festeggiano come capita.

Il comandante della Polizia Locale, Mario De Sclavis, ha detto ai suoi: «Voi, parte sana del Corpo, non dovete preoccuparvi di nulla. Dovete lavorare e continuare a lavorare a testa alta, con orgoglio». Giusto. Sacrosanto. Ma forse — e lo diciamo senza acrimonia, solo con quella stanchezza un po’ cosmica che si accumula dopo anni di comunicati stampa rassicuranti — forse sarebbe il momento di chiedersi non solo come punire chi ha sbagliato, ma come è stato possibile che qualcuno, in divisa, in servizio, nei pressi di animali militari addestrati, abbia ritenuto appropriato, anzi festoso, accendere una batteria pirotecnica. Non a Capodanno, non per una laurea, non in un campo aperto: alle prove generali della parata nazionale della Repubblica Italiana.

— — —

Il 2 giugno si sfilerà lo stesso. I quattro vigili resteranno a casa — punizione esemplare, si immagina che i familiari siano stati avvisati — e i loro posti saranno presi da colleghi più fortunati. I Lancieri di Montebello sfileranno, forse con qualche cavaliere in meno, forse con qualche animale ancora sotto choc. Il Presidente saluterà. Le bande suoneranno. La folla applaudirà.

E da qualche parte, a quindici chilometri dai Fori Imperiali, un cavallo che si chiama per ora soltanto «quello ritrovato al Divino Amore» starà ancora cercando di capire da dove è venuta quella botta, quella luce improvvisa nel buio, quella cosa che non capisce e che nessuno gli ha spiegato perché nessuno gliela può spiegare.

Come noi.

— — —

ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -
Google search engine

Articoli popolari

Commenti recenti