Il paradosso delle satira intoccabile e della libertà d’opinione sub judice: il caso Lenzi-Travaglio
Che meraviglia questo nostro Paese dove tutto si ribalta, si rimescola, si deforma in un eterno e delizioso pasticcio estivo (o invernale, o giudiziario, fa lo stesso, i dettagli sono così démodé). Prendete l’ultimo, sublime cortocircuito (burocratico, direbbero i non iniziati) che agita le colte acque di Pisa. Una volta c’erano i cenacoli, i professori ordinari e i poeti colti; oggi abbiamo X (già Twitter, che nostalgia per l’uccellino azzurro), le strisce satiriche e i Giudici per le Indagini Preliminari che si improvvisano critici letterari e maestri di bon ton.
Il caso è ormai di quelli da salotto buono, o da corridoio di tribunale. Lo scrittore ed ex assessore Simone Lenzi viene elegantemente trascinato alla sbarra — rinvio a giudizio coatto, nientemeno, con un meraviglioso “sorpasso a destra” della GIP Nunzia Castellano rispetto a un Pubblico Ministero che voleva solo archiviare tutto e andarsene al mare — per aver osato criticare una striscia di Natangelo sul Fatto Quotidiano.
Ed ecco servito il paradosso più squisito del nostro panorama culturale: la licenza di ferire appartiene solo a chi impugna la matita? Il cittadino che si indigna deve per forza commentare in punta di fioretto, munito di bilancino e manuale di buona creanza, pena il reato di diffamazione?
Liberi di insultare, reclusi se ci si indigna
Vige oggi in Italia un’asimmetria così palese da risultare quasi commovente. La giurisprudenza, magnanima e illuminata, riconosce alla satira ogni sorta di diritto superiore: il diritto al paradosso, la deformazione grottesca, la “sincera non veridicità” (formuletta stupenda, sembra uscita da un saggio di estetica degli anni Settanta). Il vignettista può prendere il dramma degli ostaggi del 7 ottobre, ridurlo a una parodia di Cappuccetto Rosso con lupi bavosi e cinici cercapersone che fanno BZZZZ nell’ultimo pannello, e tutto questo — ça va sans dire — è nobile esercizio costituzionale.
Ma attenzione! Se un intellettuale perde la pazienza davanti a tanta grazia e definisce quel preciso ecosistema editoriale un “verminaio” o un “laboratorio di abiezione”, la GIP si risente. Scatta il severissimo controllo della “continenza verbale”. Insomma, il messaggio implicito è deliziosamente reazionario: la provocazione può essere brutale e zoomorfa (qualunque sia l’atrocità dell’episodio da cui si trae “ispirazione”), ma la reazione deve suonare come un ringraziamento formale redatto da una contessa della Belle Époque. Insomma, bisogna ringraziare il cielo di avere il privilegio di poter godere delle vignette di Natangelo, privilegio che si accompagna all’esistenza di un giornale di prestigio come il Fatto Quotidiano, magistralmente diretto dal sublime e impareggiabile giornalista Marco Travaglio.
Anatomia della provocazione: la favola del lupo bavoso
Per capire lo sdegno, bisognerebbe proprio guardarla, questa striscia intitolata “La favola del sette ottobre”. C’è Cappuccetto Rosso che va al rave perché “se la rischiava” (un tocco di colpevolizzazione delle vittime che fa sempre molta tendenza), e ci sono i lupi di Hamas, descritti ambiguamente come “combattenti per la libertà”. Ma il capolavoro grafico è il lupo marchiato “Israel”: una creatura famelica, con le fauci spalancate, la bava alla bocca e i canini esasperati.
Siamo dalle parti di una lunghissima e dolorosa tradizione di caricature de-umanizzanti, di quelle che un tempo servivano a illustrare i pamphlet sul “pericolo predatorio”. Il tutto liquidato con una morale salottiera: non ci sono buoni o cattivi, sono tutti lupi che vogliono papparci. Questa totale binarizzazione cancella qualsiasi distinzione tra uno Stato democratico e un’organizzazione terroristica. E il finale sui cercapersone dei “nanetti di Hezbollah” che suonano sul più bello? Puro cinismo da avanspettacolo, utile a strappare una risata sulla pelle degli ostaggi ancora rinchiusi nei tunnel.
La querela preventiva e lo “Spotlight Effect”
Ed è qui che entra in scena il Direttore, Marco Travaglio, con una mossa che è un autentico pezzo di bravura nella strategia della distrazione di massa. Nel post incriminato di Lenzi, il suo nome non compariva nemmeno. Ma lui, con tempismo perfetto, ha querelato per primo. Perché?
- Spostamento del focus: Il dibattito pubblico non verte più sull’opportunità etica di sdoganare certe iconografie tossiche e scivolose a ridosso del 7 ottobre, ma sull’onorabilità personale del Direttore.
- Ribaltamento dei ruoli: L’editore che offre una sponda a vignette dal sapore vagamente antico (e non in senso buono) si trasforma magicamente nella vittima di un’aggressione gratuita.
Lo stesso Lenzi ha liquidato la cosa definendola un classico caso di spotlight effect: quella graziosa convinzione egocentrica per cui qualunque critica alla linea editoriale del giornale debba essere interpretata, intimamente, come un attentato mirato alla persona del Direttore.
Che poi, a voler essere pignoli sul piano giuridico, chi avrebbe davvero il titolo per dolersi di una satira che scivola nel pregiudizio etnico o religioso? Non certo il vertice della testata, bensì le comunità ebraiche organizzate (come l’UCEI) o le fondazioni che monitorano l’antisemitismo (come il CDEC). Sarebbero loro le parti offese davanti a certi stereotipi, non chi quelle strisce le mette in pagina con tanto di occhiello.
Il verdetto del salotto (e del tribunale)
Cosa succederà adesso in questo dibattimento pisano? Il rischio condanna per Lenzi esiste, certo, ma dipenderà interamente dalla sensibilità del giudice di merito. Se il tribunale si limiterà a fare il lavoro del correttore di bozze, isolando le singole parole dal contesto come se fossimo in un parrucchiere di provincia, la sanzione è dietro l’angolo. Se invece si saprà riconoscere che a una provocazione ad altissimo voltaggio visivo corrisponde, per legittimo diritto di critica, una risposta altrettanto aspro e speculare, l’esimente trionferà.
Nel frattempo, Lenzi si dichiara ironicamente “prigioniero politico”. E anche noi (che restiamo qui, a goderci lo spettacolo di un Paese meraviglioso dove inventare uno stereotipo pericoloso ti garantisce gli applausi della tifoseria, mentre indignarsi per lo stesso stereotipo ti garantisce un biglietto di sola andata per il Tribunale di Pisa), come lui, con lui.



