Così la RAI ha appaltato il racconto del Medio Oriente a ONU e terroristi
Ogni due mesi, infilata tra i costi fissi e indifferenziabili della bolletta elettrica, i cittadini italiani pagano una tassa sul conformismo ideologico e sulla de-professionalizzazione giornalistica. Si chiama canone RAI. Sulla carta, quel balzello obbligatorio dovrebbe finanziare il “Servizio Pubblico”: un’informazione rigorosa, ancorata alla verifica delle fonti, pluralista e vincolata a un preciso Contratto di Servizio firmato con lo Stato. Nei fatti, quando il quadrante geopolitico si sposta sul Medio Oriente, la radiotelevisione pubblica italiana abdica al proprio ruolo e si trasforma nel terminale di un colossale subappalto culturale. Un sistema dove le agenzie internazionali fanno da scudo morale, la pubblicità umanitaria detta la linea emotiva, e gli apparati di propaganda di organizzazioni terroristiche confezionano i contenuti che finiscono nelle case degli italiani come “informazione neutrale”.
Questo non è giornalismo: è un’operazione di condizionamento di massa pagata con i soldi dei contribuenti. Un cortocircuito sistemico che poggia su pilastri ben precisi, tollerati – se non protetti – dall’inerzia colpevole delle istituzioni che dovrebbero vigilare.
Lo scudo di Ginevra e il “giornalismo dell’autorità”
Il primo pilastro del meccanismo è quello che possiamo definire il “giornalismo dell’autorità”. Nelle redazioni di Saxa Rubra, il diritto internazionale viene trattato come una religione laica e le agenzie ONU come il suo clero infallibile. Se un’accusa, un bilancio o una statistica provengono da un’agenzia delle Nazioni Unite, da un relatore speciale o dall’ufficio OCHA, la notizia viene proiettata direttamente nei titoli dei telegiornali con formule assertive e prive di condizionale: “L’ONU accusa: crimini di guerra a Gaza”.
Nessuno si pone la domanda elementare che ogni cronista alle prime armi dovrebbe farsi: da dove arrivano questi dati? La risposta è quasi sempre la stessa: dalle strutture locali controllate da Hamas. Ma l’etichetta “ONU” serve a purificare la fonte, a renderla presentabile al pubblico occidentale.
La perversione di questo sistema è emersa in tutta la sua gravità nei palazzi di vetro. Si pensi a figure come Tom Fletcher (alla guida dell’OCHA), le cui narrazioni esasperate sulla carestia imminente a Gaza sono state rilanciate per mesi a reti unificate dalla RAI. Quando i nodi vengono al pettine e le smentite tecniche dimostrano l’inesistenza di tali scenari apocalittici, la giustificazione di questo attivismo geopolitico si riassume in un agghiacciante: “Dovevo fare qualcosa per fermare Israele”. Non è informazione, è militanza. Ma la RAI recepisce questa militanza acriticamente, trasformando le menzogne strategiche della burocrazia internazionale in verità di fede televisiva. Le repliche dettagliate e le prove documentali fornite da Gerusalemme vengono sistematicamente relegate agli ultimi venti secondi del servizio, liquidate come “la versione della difesa” o declassate a “propaganda militare”.
Il business del priming emotivo e i bilanci della beneficenza
C’è poi un aspect commerciale e reputazionale che svela la clamorosa ipocrisia del Servizio Pubblico. Chiunque guardi un telegiornale della sera avrà notato una costante: pochi secondi prima della sigla iniziale, la striscia pubblicitaria viene occupata dagli spot ad alto impatto emotivo delle grandi agenzie umanitarie (UNICEF in testa). Bambini in lacrime, macerie, appelli disperati alla donazione tramite SMS solidale.
Questo posizionamento non ha nulla di casuale: è un’operazione di priming (condizionamento) emotivo e commerciale.

Si viene a creare una vera e propria simbiosi finanziaria e d’immagine. La RAI incassa la pubblicità (o comunque ottiene un gigantesco ritorno reputazionale come “TV della solidarietà”), e subito dopo il telegiornale si adegua alla linea editoriale imposta dall’inserzionista benefattore. Come potrebbe mai, una redazione del TG1 o del TG3, firmare un’inchiesta rigorosa sui legami oscuri tra il personale locale delle agenzie ONU e i clan di Hamas? Come potrebbe svelare che quegli aiuti spesso finiscono sul mercato nero gestito dai terroristi? Farlo significherebbe ammettere che la campagna di raccolta fondi promossa dalla stessa emittente fino a un minuto prima poggia su presupposti parziali o manipolati. Il business della beneficenza compra il silenzio e orienta il telecomando.
I “corrispondenti da salotto” e il subappalto a Hamas e Hezbollah
Il fallimento professionale tocca il suo apice nella gestione dei corrispondenti in Medio Oriente. Per mesi abbiamo assistito a servizi firmati da giornalisti RAI distaccati a Gerusalemme, a Beirut o al Cairo, i quali tuttavia trasmettevano immagini e video palesemente “prefabbricati” e girati da personale locale.
Nelle zone controllate da Hamas a Gaza, o nelle roccaforti di Hezbollah nel sud del Libano e nella periferia di Beirut, nessun giornalista occidentale è libero di muoversi senza la scorta e il visto dei tagliagole locali. Le immagini che arrivano sui monitor di Roma sono filtrate, montate e approvate dagli uffici di propaganda del terrore. La colpa grave della RAI non è solo quella di utilizzare l’unico materiale disponibile, ma di nascondere questa verità al pubblico. Mandare in onda un video confezionato da Hezbollah facendolo passare per “cronaca indipendente” è un atto di disonestà intellettuale senza precedenti.
Questo spiega perché nei talk-show e nei TG di Stato non vedrete mai un’intervista a un politico libanese della galassia cristiana o sciita moderata che accusi Hezbollah di aver sequestrato il destino del Libano per conto dell’Iran. Quella voce romperebbe la narrazione binaria e intersezionale dell'”oppresso contro l’oppressore” cara alla sinistra progressista che storicamente lottizza i canali di approfondimento della RAI (in particolare Rai 3).
Ancora più grottesco è il silenzio complice sul massacro della verità professionale. L’Italia è il Paese dell’Ordine dei Giornalisti, delle tessere, degli esami di Stato, delle corporazioni rigide poste a tutela della purezza della professione. Eppure, la RAI ha attinto per mesi a piene mani al materiale prodotto dai sedicenti “reporter”, “cameramen” e “attivisti dei media” di Gaza. Oggi che i canali ufficiali delle brigate terroristiche celebrano i loro morti nei necrologi militari, si scopre che decine di questi presunti cronisti erano in realtà militanti operativi, a volte persino custodi di ostaggi o membri attivi delle milizie. L’Ordine dei Giornalisti tace, e la RAI si guarda bene dal fare un esame di coscienza pubblico per spiegare ai contribuenti di quale propaganda si sia scientemente abbeverata.
Il tradimento del Contratto di Servizio e il fallimento della Vigilanza
Tutto questo avviene nell’assoluto e colpevole silenzio di chi avrebbe il dovere legale e costituzionale di controllare. La RAI non è un’emittente privata che risponde esclusivamente alle logiche del proprio editore o del proprio target commerciale. La RAI è controllata dal Parlamento italiano tramite la Commissione Parlamentare per l’Indirizzo Generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi. È questa istituzione che dovrebbe garantire che il “Contratto di Servizio” non sia carta straccia.
Il Contratto parla chiaro: impone obiettività, completezza, imparzialità e una rigorosa separazione tra i fatti e le opinioni. Permettere che i telegiornali del servizio pubblico diventino la cassa di risonanza acritica di agenzie ONU politicizzate o, peggio, di materiale prefabbricato dalle milizie terroristiche mediorientali, costituisce una violazione flagrante di questo mandato istituzionale. La Commissione di Vigilanza, paralizzata da veti incrociati e logiche spartitorie, ha abdicato alla propria funzione. Ha permesso che la lottizzazione politica si estendesse fino alla sottomissione culturale a narrazioni nemiche dell’Occidente e dei suoi stessi valori democratici.
Il Parlamento ha letteralmente voltato lo sguardo dall’altra parte. Ha consentito che una struttura finanziata da una tassa obbligatoria facesse propaganda politica, nascondendo le smentite, silenziando il dissenso interno arabo o libanese contro il terrore, e ignorando la metamorfosi di militanti armati in “operatori dell’informazione”.
Conclusioni: Il dovere della ribellione morale del contribuente
Siamo di fronte a un problema che supera i confini del dibattito sul Medio Oriente e investe la natura stessa della nostra democrazia e del rapporto tra Stato e cittadino. Può uno Stato democratico imporre una tassa in bolletta per finanziare la diffusione di materiale propagandistico confezionato da entità teocratiche e terroristiche che negano i diritti umani fondamentali?
La risposta non può che essere negativa. Quando il Servizio Pubblico smette di verificare le fonti e preferisce il calore confortevole del conformismo progressista e del business umanitario, perde ogni legittimità etica e professionale. Smantellare questo sistema di subappalto ideologico non è solo una necessità geopolitica, ma un atto di igiene democratica e di rispetto per i cittadini italiani, stanchi di pagare con i propri risparmi la manipolazione della propria consapevolezza.



