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BUONA SCUOLA, LO È DAVVERO?

Anni fa ci fu l’ennesima riforma scolastica chiamata la buona scuola, oggi siamo qui a domandarci cosa sia la buona scuola e come migliorare. Di Daniela Rongione

Cosa rende davvero «buona» una scuola?

Innanzi tutto, come si definisce buona una scuola?

Lo è una scuola con un folto numero di studenti o quella con un buon numero di ragazzi occupati dopo il diploma?

Lo è una scuola con il maggior numero di promossi ogni anno?

Cosa rende buona una scuola in termini di efficacia, utilità, validità?

Il primo criterio di per se non indica nulla perché ci possono essere scuole con alto numero di iscritti solo perché in zone densamente popolate, il secondo idem perché l’occupazione dei suoi diplomati cambia dall’indirizzo della scuola stessa, se è un liceo classico o un istituto professionale e di che tipo.

Il Terzo criterio? Si è uno dei criteri più validi ma qui va analizzato nello specifico perché un alto numero di promossi o di bocciati anche li può variare per tanti fattori.

Gli allievi, per esempio, potrebbero effettivamente essere molto studiosi o i professori potrebbero essere molto generosi con le valutazioni.

E allora ci vogliono dati oggettivi nelle verifiche e qui si va nella didattica, nei programmi, negli obbiettivi da raggiungere etc.

Programmi, obbiettivi minimi, voti in cifre, servono sicuramente per avere valutazioni oggettive e per portare uniformità nella preparazione dei nostri ragazzi in tutto il territorio nazionale e a prescindere dai vari indirizzi presi alle superiori.

Disabilità, DSA e BES: i numeri in aumento

Ma in questi anni c’è un altro dato che incide sempre più, ovvero, gli studenti con:

Disabilità: tutelate dalla Legge 104/92, prevedono l’insegnante di sostegno e il PEI (Piano Educativo Individualizzato).

DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento): comprendono dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia. Sono tutelati dalla Legge 170/2010 e richiedono un PDP (Piano Didattico Personalizzato).

Svantaggio socioeconomico, linguistico o culturale: situazioni spesso temporanee gestite dal Consiglio di Classe con strategie personalizzate, talvolta formalizzate in un PDP.

Non è un dato da cui prescindere perché l’incidenza di questi studenti è in costante aumento.

Non sta a noi capirne le cause, tocca alla scienza, ma sempre più ragazzi hanno DSA e necessitano di BES.

Dati nazionali ci dicono che per esempio, solo nelle due regioni di Liguria e Valle d’Aosta, nel quadriennio 2022-2025 questi studenti erano il 6% del totale.

Nelle superiori erano addirittura molto di più.

L’Impatto di queste situazioni sulle famiglie italiane è disastroso.

  • Spese private: Circa l’81% delle famiglie con ragazzi con bisogni speciali dichiara di dover ricorrere a prestazioni sanitarie private (diagnosi, logopedia, tutoraggio).
  • Agevolazioni: Esistono detrazioni fiscali del 19% per l’acquisto di strumenti compensativi e, in certi casi di gravità, l’indennità di frequenza erogata dall’INPS.
  • Carico di cura: Molte famiglie lamentano una carenza di tempo libero e un rischio concreto di impoverimento dovuto ai costi del supporto extra-scolastico. 

Di fronte a tutto questo come si pone la scuola, i docenti curricolari sono veramente preparati?

Ebbene, anche se la legge assegna la responsabilità dell’inclusione a tutto il Consiglio di Classe (non solo al sostegno), la realtà nei vari istituti e nelle varie regioni è variegata; infatti, la formazione non è prevista per tutti:

–Formazione obbligatoria: Esiste un obbligo di formazione (es. 25 ore previste dal DM 188/2021) solo in presenza di alunni con disabilità, mentre per i DSA la formazione è spesso lasciata alla sensibilità del singolo o a corsi facoltativi.

Le criticità: Molti docenti curricolari faticano a uscire dalla didattica tradizionale. Spesso gli strumenti compensativi (come mappe o sintesi vocale) vengono visti come un “aiutino” o un vantaggio sleale, anziché come un diritto, a volte non avendo fatto corsi specifici, credono che basti dare al ragazzo/a meno esercizi senza tener conto di dare loro esercizi calibrati secondo le loro difficoltà specifiche o non gli viene concesso più tempo durante le prove scritte perché i docenti si giustificano dicendo: “ma ho solo quell’ora a disposizione”, mentre la legge lo prevede.

Strategie necessarie: Un docente preparato dovrebbe saper usare la tecnologia, le mappe concettuali e la didattica inclusiva che giova a tutta la classe, non solo al ragazzo con BES.

Gli effetti a catena di una didattica non inclusiva

L’impatto di un docente non formato su un alunno con DSA o BES non si limita a un brutto voto: innesca una reazione a catena che mina l’efficienza dell’intero sistema scolastico.

Quando la didattica non è inclusiva, il danno è triplice: psicologico, accademico e gestionale.

1. L’effetto “Vaso di Cristallo”: il danno all’autostima

Un docente che non comprende la natura neurobiologica del DSA tende a interpretare le difficoltà come pigrizia o disattenzione.

Conseguenza: Lo studente interiorizza un senso di incapacità (“non sono intelligente”). Questo porta alla profezia che si auto avvera: il ragazzo smette di studiare perché convinto che, nonostante lo sforzo, il risultato non cambierà.

Risultato scolastico: Calo drastico delle prestazioni e, nei casi peggiori, abbandono scolastico precoce. I dati ISTAT confermano che tra i ragazzi che lasciano la scuola, una percentuale altissima presenta BES non diagnosticati o mal gestiti.

2. Strumenti compensativi visti come “privilegi”

La mancanza di formazione porta spesso il docente curricolare a percepire l’uso degli strumenti compensativi, per esempio l’uso della calcolatrice, delle mappe concettuali o dei formulari come un vantaggio sleale rispetto ai compagni.

L’errore tecnico: Il docente non formato valuta il “mezzo” e non l’obiettivo. Se obblighi un dislessico a leggere ad alta voce davanti alla classe senza preparazione, non stai valutando la sua comprensione del testo, ma esponendo il suo disturbo.

Inefficienza: Si perde tempo a discutere sulla concessione di uno strumento (già previsto dal PDP) invece di usarlo per far progredire lo studente nel programma.

3. Il sovraccarico del Sostegno (e la delega)

Uno dei problemi maggiori di efficienza è la “delega al sostegno”.

Il docente curricolare non formato tende a scaricare l’alunno BES sull’insegnante di sostegno (se presente) o a ignorarlo se il sostegno non c’è.

Cosa succede in aula: L’alunno diventa un “corpo estraneo”. La lezione frontale resta standardizzata e il ragazzo BES rimane indietro, costringendo la famiglia a ore di recupero pomeridiano privato.

Impatto sul clima classe: La mancata integrazione crea tensioni tra i ragazzi ed i compagni che percepiscono l’uso degli strumenti compensativi e delle altre misure come degli aiuti ingiusti, dei meri favoritismi senza comprendere le reali difficoltà del compagno che si sente in colpa e sbagliato se usa questi strumenti secondo suo diritto.

I genitori e la scuola entrano spesso in conflitto tra loro e l’alleanza scuola/famiglia va ad interrompersi, con il conseguente ricorso delle famiglia ad azioni legali per tutelare i propri figli.

Ciò porta a un aumento vertiginoso di ricorsi legali che bloccano l’attività amministrativa degli istituti scolastici ed intasano la giustizia amministrativa italiana.

4. Didattica Inclusiva vs Didattica Tradizionale

L’efficienza della scuola crolla quando il docente non capisce che una lezione pensata per un DSA (uso di immagini, schemi, audio, sintesi) è migliore per tutti.

Il paradosso: Un docente formato lavora meno e meglio perché crea materiali accessibili a tutta la classe. Un docente non formato deve continuamente rincorrere le lacune degli studenti BES, rallentando il ritmo dell’intero gruppo classe.

5. I costi sociali

A lungo termine, l’inefficienza dei docenti non preparati si traduce in un costo per lo Stato:

-Minore produttività: Studenti che non terminano il percorso di studi e hanno poi difficoltà anche a crearsi  delle competenze reali spendibili sul mondo del lavoro, o che arrivano all’università con lacune gravi e magari abbandonano i corsi scelti finendo magari sfiduciati e convinti di non essere abbastanza bravi per nulla, a vegetare senza più né studiare né cercare lavoro , chiusi in un guscio di disistima personale e sfiducia nella loro possibilità reale di essere persone produttive e realizzate nella società chiudendosi in un’autoisolamento che priva tutti noi dei loro reali talenti e capacità.

-Spesa sanitaria: Aumento dei casi di ansia scolare e disturbi depressivi legati al fallimento formativo.

Per superare il muro dell’impreparazione e rendere la scuola davvero efficiente, non basta “aggiungere” nozioni, bisogna cambiare il modo di insegnare.

Ecco alcune proposte concrete per una formazione che funzioni:

1. Dalla teoria alla pratica: il “Laboratorio in Classe”

La formazione attuale è spesso fatta di webinar teorici e lezioni teoriche frontali statiche. Serve un cambio di rotta:

-Affiancamento (Peer tutoring tra docenti): I docenti esperti in tecnologie inclusive o i referenti DSA dovrebbero entrare in classe con i colleghi meno esperti per mostrare come si usa una mappa concettuale o un software di sintesi vocale durante una vera lezione.

-Analisi di casi reali: Invece di studiare solo la legge, i docenti dovrebbero lavorare su PDP (Piani Didattici Personalizzati) reali, imparando a scrivere obiettivi misurabili e non generici (evitando frasi come “si impegnerà di più”).

2. Formazione sulla “Universal Design for Learning” (UDL)

La proposta più rivoluzionaria è formare i docenti alla Progettazione Universale per l’Apprendimento:

Cosa significa: Invece di preparare una lezione “standard” e poi fare la “versione facilitata” per il BES, il docente prepara fin dall’inizio materiali multimodali (video, schemi, audio, testi semplificati).

Vantaggio: Questo abbatte le barriere per l’alunno con DSA senza isolarlo, e aiuta anche il compagno che ha semplicemente avuto una giornata difficile o che ha uno stile di apprendimento visivo.

3. Incentivi e Certificazione delle Competenze

Per rendere la formazione un valore e non un peso burocratico:

-Patentino della Didattica Inclusiva: Creare un percorso di certificazione serio per tutti i docenti e che sia obbligatorio anche in presenza di ragazzi con DSA e BES, poiché al momento è previsto solo in caso di studenti con disabilità.

Questo percorso obbligatorio dovrebbe dare un punteggio e/o scatti di carriera.

Se la formazione “paga” in termini professionali, l’adesione sarà maggiore e più convinta.

-Esonero dal servizio per formarsi: Permettere ai docenti di formarsi durante l’orario di lavoro, non solo nei ritagli di tempo pomeridiani quando la stanchezza è alta.

4. Tecnologie come “Normalità”, non come “Eccezione”

I docenti devono essere formati all’uso sistematico dell’IA e dei software compensativi:

-IA per la semplificazione: Insegnare ai docenti a usare l’Intelligenza Artificiale per trasformare un testo complesso in uno schema o in un riassunto a diversi livelli di difficoltà in pochi secondi.

-Classe Capovolta (Flipped Classroom): Formare i docenti a questa metodologia dove lo studente studia il materiale (video/audio) a casa con i suoi tempi e usa il tempo in classe per fare esercizi e discutere. È il metodo perfetto per i BES.

5. Valutazione “per l’apprendimento” e non “dell’apprendimento”

Bisogna formare i docenti a valutare il processo e non solo il prodotto finale

-Prove equipollenti di default: Abituare i professori a offrire sempre due modalità di verifica (es: scritto o orale, o test a crocette invece di domande aperte) per tutti, permettendo a ciascuno di scegliere la modalità in cui riesce meglio.

CONCLUSIONE:

In sostanza non serve più sostegno ma un CORPO DOCENTI CURRICOLARI CHE SIA FORMATO PER INSEGNARE A TUTTI I RAGAZZI, DISABILI DSA E BES.

Servono docenti che sappiano usare la tecnologia, le mappe concettuali e la didattica inclusiva che giova a tutta la classe, non solo al ragazzo con BES.

Paradossalmente, un docente che sappia insegnare ad un ragazzo con DSA e BES sarà un insegnante migliore per tutta la classe, tutti ne trarranno giovamento, anche i ragazzi non DSA.

Deve essere chiaro che includere un alunno con DSA o BES non è un atto di cortesia accademica, né un adempimento burocratico da confinare in un faldone: è la prova del nove dell’efficienza di un sistema d’istruzione.

Inoltre, ci deve essere una maggiore informazione delle famiglie così che sappiano come muoversi in tali situazioni e abbiano chiaro i diritti e le tutele da attuare per i loro figli.

Una cosa che sfugge a molti ma che va assolutamente resa nota ed esaltata per la reale inclusione di questi ragazzi è che paradossalmente, i ragazzi con DSA hanno si un disturbo neurobiologico che fa elaborare in modo diverso le informazioni e le nozioni ma al tempo stesso, studi di ultima generazione dimostrano che spesso sono ragazzi con un’intelligenza maggiore e che hanno più facilità nel collegamento multidisciplinari tra le materie.

Hanno il famoso pensiero laterale che li porta a vedere i problemi in modo diverso e a trovare soluzioni creative.

In pratica, in ogni ragazzo con DSA può esserci un genio che con il suo pensiero laterale può vedere soluzioni ed innovazioni che altri ragazzi magari possono non vedere mai seguendo un pensiero lineare o vederli dopo molto.

A seconda di come viene gestita la loro particolare struttura neurobiologica, la DSA può essere la “criptonite” che li ferma oppure la loro arma segreta per essere dei geni alla Einstein.

Finché la formazione dei docenti resterà un’opzione individuale e la didattica personalizzata verrà percepita come un ‘favore’ concesso a pochi, la scuola e la società continuerà a perdere talenti preziosi, trasformando difficoltà superabili in barriere insormontabili, ma se ci sarà una reale gestione efficace allora ci  sarà  davvero una “buona scuola” per TUTTI.

Daniela Rongione

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