HomeCulturaL’era del bullshit geopolitico: capire la guerra nell’epoca dei social

L’era del bullshit geopolitico: capire la guerra nell’epoca dei social

Come la filosofia di Harry Frankfurt aiuta a leggere il dibattito sui conflitti contemporanei

Una distinzione che vale oro

Nel 1986 il filosofo americano Harry Frankfurt pubblicò un breve saggio destinato a restare in ombra per quasi vent’anni. Il titolo era volutamente provocatorio, On Bullshit, ma sotto quella superficie irriverente si nascondeva un’analisi filosofica di straordinaria precisione. A distanza di decenni, quelle pagine sembrano descrivere con impressionante lucidità il panorama dell’informazione digitale e del dibattito geopolitico contemporaneo.

La tesi centrale di Frankfurt è tanto semplice quanto destabilizzante: il bullshit può essere più pericoloso della menzogna. Il bugiardo tradizionale conosce la verità e la nega deliberatamente. Il bullshitter, invece, non si preoccupa affatto di ciò che è vero o falso. Il suo obiettivo è produrre un effetto sul pubblico, costruire un’impressione emotiva, orientare la percezione. In questo schema la verità non è un nemico da combattere: è semplicemente irrilevante.

Questa indifferenza strutturale verso la realtà rende il fenomeno particolarmente insidioso. Una bugia può essere confutata con i fatti; il bullshit, invece, si muove su un piano diverso, quello della risonanza emotiva e identitaria.

La guerra come palcoscenico ideale

Nessun tema come la guerra contemporanea si presta alla proliferazione del bullshit geopolitico. I conflitti in Ucraina, a Gaza e in altre aree del mondo mostrano con evidenza quanto il dibattito pubblico sia vulnerabile a narrazioni semplificate.

La guerra è lontana, i fatti sono difficili da verificare e le fonti sono spesso contrapposte. La complessità storica, giuridica ed economica richiederebbe anni di studio per essere anche solo parzialmente compresa. Eppure, nello spazio pubblico digitale tende a prevalere la voce più sicura, più emotiva, più capace di offrire spiegazioni nette.

La chiave interpretativa di Frankfurt è preziosa proprio qui. Chi produce bullshit geopolitico non mente necessariamente in modo consapevole. Spesso crede davvero a ciò che afferma. Ciò che manca è il rapporto rigoroso con la verifica, con lo studio e con la complessità. Viene scelta la narrativa che funziona meglio presso il proprio pubblico, quella che conferma identità già formate e genera maggiore consenso.

L’algoritmo come amplificatore

Quando Frankfurt scriveva, l’ecosistema digitale non esisteva ancora. Eppure la sua analisi sembra anticipare con sorprendente precisione la logica dei social media. Le piattaforme non premiano la verità in quanto tale, ma l’engagement, che nasce soprattutto dall’emozione.

Nel contesto del bullshit geopolitico emergono dinamiche ricorrenti. Le catene causali complesse vengono ridotte a slogan. Le responsabilità storiche plurime vengono trasformate in colpe univoche. Il riconoscimento della complessità viene dipinto come debolezza o complicità. La credibilità del parlante finisce per dipendere più dall’intensità emotiva che dalla competenza.

Questo meccanismo è stato analizzato con efficacia divulgativa anche da Rick Dufer in un recente video di approfondimento, utile per comprendere come la filosofia di Frankfurt si applichi al dibattito contemporaneo.

Il bullshitter inconsapevole

Una delle figure più inquietanti dell’ecosistema informativo attuale è il bullshitter inconsapevole. Non si percepisce come manipolatore e spesso agisce in buona fede. Il problema, direbbe Frankfurt, è più profondo della malafede: è la perdita di una relazione autentica con la realtà.

Nel dibattito sulla guerra questa figura è ormai ubiqua. Compare nell’opinionista che parla di geopolitica senza adeguata formazione, nel commentatore che cita il diritto internazionale senza averlo studiato, in chi interpreta ogni conflitto come conferma automatica delle proprie convinzioni pregresse.

Il tratto comune non è la menzogna deliberata, ma l’assenza della domanda fondamentale: sto davvero verificando ciò che affermo?

Una minaccia alla qualità democratica

Le conseguenze del bullshit geopolitico non sono soltanto informative. Riguardano la qualità stessa del dibattito democratico. Una democrazia funziona quando i cittadini possono formarsi opinioni ragionate su questioni pubbliche complesse, comprese la guerra e la politica estera.

Quando lo spazio pubblico è saturato da affermazioni che non si rapportano alla realtà ma solo al pubblico, questa capacità si indebolisce. Il paradosso è che il bullshit si presenta spesso come pensiero critico anti-élite, mentre in realtà rappresenta una forma di resa intellettuale alla complessità.

Semplificare la guerra in uno slogan non significa sfidare il potere, ma rinunciare allo sforzo della comprensione.

Il pensiero già pensato

Già negli anni Novanta Pierre Bourdieu parlava di “pensiero già pensato” analizzando la televisione. I social media hanno moltiplicato questo fenomeno in modo esponenziale. Oggi contenuti pre-digeriti circolano in ogni direzione e vengono amplificati in proporzione alla loro carica emotiva.

La lezione più preziosa di Frankfurt resta quindi metodologica. Di fronte a qualsiasi affermazione su un conflitto non basta chiedersi se sia vera. Occorre chiedersi se chi parla si sia posto seriamente il problema della verità.

In un’epoca di guerre reali con conseguenze reali su milioni di vite, questa non è una sottigliezza accademica. È una forma minima di responsabilità intellettuale e civile.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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