Dalla vita a Shufat alla trincea sui social contro Hamas: la storia del ricercatore che combatte la corruzione interna e l’industria della propaganda. Analisi, memorie e critica strutturale del “palestinismo”.
INCIPIT: IL RECENTE COMMENTO SUL SOGNO DI UN LIBANO SOVRANO
Per comprendere l’attualità e la profondità dell’advocacy politica di Bassem Eid, occorre partire dalla sua analisi lucida e controcorrente rispetto agli sviluppi geopolitici più recenti della regione. Di seguito si riporta la sua testimonianza diretta e il suo commento in merito allo storico accordo quadro tra Israele e Libano del 26 giugno 2026, pubblicato originariamente su The Times of Israel:
«Quando funzionari israeliani e libanesi hanno firmato a Washington, il 26 giugno, un accordo quadro mediato dagli Stati Uniti che riconosceva per la prima volta da decenni la sovranità reciproca, ho provato qualcosa che in questa regione mi concedo raramente: speranza. Come rifugiato palestinese che ha passato una vita a osservare fazioni armate divorare le popolazioni che sostengono di difendere, ho capito subito cosa questo momento potrebbe diventare. E ho capito, altrettanto rapidamente, chi avrebbe cercato di strangolarlo nella culla.
Sono nato nella Città Vecchia di Gerusalemme quando era sotto il controllo giordano, e avevo otto anni quando il governo giordano, non Israele, trasferì la mia famiglia nel campo profughi di Shuafat. Da allora ho imparato una lezione più e più volte: il nemico più letale per un arabo comune non è quasi mai il soldato dall’altra parte del confine. È l’uomo armato nella sua stessa strada, quello che insiste di combattere per te mentre decide se mangerai, se parlerai e se vivrai. Ho visto Hamas fare questo ai palestinesi di Gaza. Sto vedendo Hezbollah fare lo stesso al popolo del Libano.
Il quadro è reale e serio. Israele e Libano hanno affermato il diritto di ciascuno Stato di esistere in pace e si sono impegnati in un processo sequenziale in cui l’esercito libanese ristabilisce l’autorità su tutto il territorio nazionale. Il Segretario di Stato Marco Rubio lo ha definito un primo passo verso la pace.
La pace sta diventando realtà solo ora perché il governo libanese ha finalmente deciso di compiere sforzi concreti per rimuovere Hezbollah dal potere e riprendersi il proprio Paese. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha vietato le attività militari di Hezbollah, e l’esercito libanese ha dichiarato di aver completato la prima fase del disarmo a sud del fiume Litani, affermando il monopolio statale sulle armi in quell’area. Per la prima volta da decennesi, uno Stato libanese sta cercando di riprendersi quel monopolio dalla milizia che glielo aveva sottratto.
Hezbollah è stato costruito dall’Iran sulle macerie della guerra civile libanese, e la sua storia è una cronologia di omicidi. Nel 1983 guidò camion bomba nelle caserme che uccisero 241 militari americani a Beirut. Nel 2005, un operatore di Hezbollah assassinò il primo ministro Rafik Hariri con un’esplosione che uccise altre 21 persone, un crimine per il quale un tribunale sostenuto dall’ONU lo ha condannato. Ha trascinato il Libano in una guerra rovinosa nel 2006, e lo ha trascinato in un’altra questa primavera, che ha ucciso circa 4.000 libanesi e ne ha sfollati più di un milione.
Nulla di tutto questo ha mai servito il Libano; ha servito Teheran. Un funzionario statunitense ha stimato i finanziamenti iraniani a Hezbollah in oltre 700 milioni di dollari l’anno. Hezbollah non è una resistenza libanese; è una guarnigione straniera stanziata su suolo libanese. Quando i leader eletti del Libano hanno firmato un documento volto a porre fine alle uccisioni, Naim Qassem di Hezbollah lo ha definito “nullo”, una “umiliazione” e una resa della sovranità, chiarendo che i suoi combattenti avrebbero mantenuto le armi.
Un governo eletto dal popolo libanese ha scelto la pace. Una milizia sostenuta dall’Iran ha dichiarato che la pace è proibita. Il presidente del Parlamento, allineato con Hezbollah, ha annunciato senza mezzi termini che l’accordo non sarà attuato. Questa è la tragedia del mondo arabo moderno compressa in una sola settimana: il popolo vuole vivere in pace con i propri vicini, e coloro che rifiutano la pace con Israele non glielo permetteranno. Ho già visto questa storia, e il finale è sempre scritto nel sangue della gente comune, mai in quello dei leader che traggono profitto dalla guerra.
Immaginate l’alternativa. Un Libano in cui l’esercito, non una milizia, protegge il confine meridionale. Beirut commercia con Haifa invece di ricevere ordini da Teheran. Gli israeliani della Galilea dormono senza sirene, e i libanesi del sud ricostruiscono i villaggi invece di seppellire i propri cari. Non è una fantasia; è il significato letterale del quadro, disponibile nel momento in cui l’arsenale di Hezbollah sarà eliminato. L’ostacolo alla pace tra Israele e Libano non è una disputa di confine o un antico risentimento. È un arsenale di razzi detenuto da un gruppo terroristico che sacrifica volontariamente civili libanesi per cercare di uccidere israeliani.
Hezbollah deve essere disarmato, e se rifiuta, deve essere rimosso. Israele ha già dimostrato di poter spezzare il comando di Hezbollah, uccidendo Hassan Nasrallah nel 2024. Ma la potenza di fuoco israeliana da sola non può costruire una pace libanese. L’esercito libanese, che ha iniziato il lavoro, deve completarlo, e gli Stati Uniti, che hanno mediato il quadro e legato il ritiro dell’IDF al disarmo di Hezbollah, devono mantenere ogni parte della sequenza. Se il mondo esita, l’accordo non farà altro che congelare la guerra.
Al popolo del Libano dico ciò che ho sempre detto al mio: la milizia che sostiene di difendervi è la ragione per cui non siete liberi. Non avete scelto la guerra di Hezbollah, e non dovreste morire in essa. La pace è finalmente sul tavolo, firmata dal vostro governo e riconosciuta dal vostro vicino. Non lasciate che coloro che rispondono a Teheran vi dicano che riprendervi il vostro Paese è una resa. Disarmare Hezbollah non è una resa; è il primo mattino in cui vi svegliate in uno Stato che è finalmente vostro.»
INTRODUZIONE: LA RETTITUDINE PERSONALE COME ATTO POLITICO
Questo recente editoriale racchiude l’essenza stessa della figura di Bassem Eid: un intellettuale e ricercatore sul campo che non ha costruito la propria autorevolezza sulla retorica del risentimento o sulla propaganda di fazione, ma su una rigorosa onestà intellettuale e su una memoria storica impermeabile alle mode ideologiche. Nella costellazione del dibattito mediorientale, vi sono figure che non diventano simboli gridando più forte degli altri, ma rifiutandosi di convalidare le menzogne sistemiche.
In un panorama in cui la causa palestinese è stata spesso trasformata da movimenti transnazionali in un feticcio politico — un alibi per autocrazie regionali e un capitale emotivo per l’attivismo occidentale —, la voce di Eid rappresenta un’eccezione critica. La sua non è una postura “contro” il proprio popolo, ma un radicale posizionamento per i palestinesi reali, scissi dai simulacri geopolitici. La sua celebre formula, disarmante nella sua elementarità, ridefinisce i confini del dibattito: «Io sono palestinese. E voglio che i palestinesi vivano meglio». Questa urgenza pragmatica lo pone in rotta di collisione con il “palestinismo”, inteso come quell’impalcatura ideologica che antepone la perpetuazione del conflitto e il mito della sofferenza eterna alla costruzione concreta di una società civile prospera e democratica.
IL MESSAGGIO DI CONVIVENZA: IL REALISMO CONTRO GLI SLOGAN
Il nucleo del pensiero di Bassem Eid si fonda su un principio di realtà: la pace e la coesistenza non nascono da massimalismi utopistici, ma da una responsabilità condivisa e da riforme istituzionali interne. Eid scardina la narrativa della vittimizzazione passiva introducendo tre nodi analitici fondamentali:
- La strumentalizzazione panaraba: Eid denuncia apertamente come, storicamente, i governi arabi non abbiano mai operato per l’emancipazione reale della popolazione palestinese, bensì abbiano cinicamente utilizzato la loro causa come valvola di sfogo per distogliere l’attenzione dalle proprie crisi interne e raccogliere consenso politico.
- La demistificazione del “Diritto al Ritorno”: Definito da Eid una formula irrealistica e dannosa, il dogma del ritorno viene individuato come l’ostacolo principale a qualsiasi compromesso storico. Alimentare questa promessa irrazionale significa condannare intere generazioni a un limbo giuridico ed economico; il pragmatismo esige invece il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele e la focalizzazione su soluzioni concrete che garantiscano dignità, cittadinanza e sviluppo economico ai palestinesi laddove vivono.
- La convivenza come dato empirico: Per Eid, la pace nòn è un’ipotesi astratta da tavolo, ma un’esperienza vissuta. I rapporti quotidiani, la cooperazione economica sul terreno e l’interdipendenza tra le due comunità sono le uniche fondamenta su cui edificare una stabilità duratura, opposta agli slogan di boicottaggio e separazione assoluta.
I RICORDI DELLA VITA IN GIUDEA E SAMARIA (1967–OSLO): UN’ANALISI COMPARATIVA
La testimonianza storica di Eid è preziosa proprio perché poggia su una precisa e prolungata esperienza biografica, offrendo uno sguardo non filtrato sulla gestione territoriale pre e post-Oslo.
1. La traiettoria biografica
Nato nel 1958 nella Gerusalemme Est allora sotto amministrazione giordana, Eid vive in prima persona i complessi mutamenti geopolitici dell’area. Nel 1966, un anno prima della Guerra dei Sei Giorni, le autorità giordane trasferiscono la sua famiglia nel campo profughi di Shuafat senza fornire alcuna spiegazione o giustificazione amministrativa. In questo perimetro di marginalità sociale ed economica, Eid trascorrerà ben 33 anni della sua vita, fino al 1999. Questa permanenza gli ha conferito una profonda conoscenza delle dinamiche reali dei campi, lontano dalle idealizzazioni della saggistica estera.
2. L’amministrazione israeliana e lo spartiacque di Oslo
Eid è una delle poche voci interne a proporre un’analisì comparativa onesta del periodo compreso tra il 1967 e gli Accordi di Oslo. La sua valutazione non è mossa da nostalgia ideologica, ma da un’osservazione empirica delle condizioni materiali di vita:
- La stabilità pre-Oslo: Sotto l’amministrazione militare israeliana, pur in un contesto di evidente durezza e privazione della sovranità politica, la vita quotidiana era governata da un sistema amministrativo, legale ed economico prevedibile. Le infrastrutture di base, le opportunità di impiego e la sicurezza interna mantenevano una loro funzionalità interna.
- Il collasso istituzionale post-Oslo: La vera cesura storica, secondo l’analisi di Eid, coincide con l’avvento dell’Autorità Palestinese. Il passaggio di consegne all’élite guidata da Yasser Arafat non ha prodotto l’emancipazione sperata, bensì un drastico e verticale peggioramento delle condizioni di vita. Eid individua la causa di questa involuzione non in fattori esterni, ma nelle tare strutturali della nuova leadership: una corruzione pervasiva, la frammentazione in faide di potere, l’inefficienza totale dei servizi e l’istituzionalizzazione della violenza interna. La sintesi di Eid è netta: la gestione israeliana era dura ma regolata; la governance interna post-Oslo è divenuta per molti aspetti insostenibile a causa della condotta della stessa classe dirigente palestinese.
L’ATTIVITÀ ACCADEMICA E IL MONITORAGGIO DEI DIRITTI UMANI
La traiettoria professionale di Bassem Eid si identifica con la nascita e lo sviluppo del monitoraggio indipendente dei diritti umani nei Territori. Il suo metodo è forense: si basa sulla raccolta di dati, sulla verifica delle testimonianze e sulla denuncia imparziale delle violazioni.
1. Tappe professionali e istituzioni
- B’Tselem (1987–1993): Durante gli anni drammatici della Prima Intifada, Eid ricopre il ruolo di ricercatore senior per l’organizzazione israeliana B’Tselem. In questa veste, percorre capillarmente la Cisgiordania, documentando gli abusi sul terreno con un rigore che gli vale il rispetto della comunità internazionale.
- Il Palestinian Human Rights Monitoring Group (PHRMG): Fondato da Eid nel 1996, questo organismo rappresenta un esperimento pionieristico e rivoluzionario: il primo centro di monitoraggio interamente palestinese e indipendente, nato con lo specifico scopo di documentare le violazioni dei diritti umani commesse dall’Autorità Palestinese ai danni della propria stessa popolazione.
- Lo scontro con il potere: Il rifiuto di Eid di autocensurarsi determina una reazione immediata da parte delle strutture di sicurezza palestinesi. Viene arrestato dalla Force 17, la guardia presidenziale di Arafat, a seguito delle sue dettagliate denunce riguardanti le torture, i decessi in custodia e le esecuzioni extragiudiziali perpetrate dagli apparati di sicurezza della neonata autorità.
- Center for Near East Policy Research: Dal 2016, in qualità di Chairman, Eid ha esteso il suo raggio d’azione all’analisi delle politiche delle agenzie internazionali, consolidando la sua reputazione di analista geopolitico senior.
2. Rapporti e pubblicazioni chiave
Il corpus di ricerca di Eid include dossier che hanno ridefinito la letteratura sui diritti umani nell’area:
- Neither Law Nor Justice (pubblicato in collaborazione tra PHRMG e B’Tselem): una disamina critica delle zone d’ombra legislative e giudiziarie nei territori.
- The State of Human Rights in Palestine I & II: due rapporti storici dedicati rispettivamente all’uso della tortura, alla censura di stampa, alle morti sospette in stato di detenzione e alle disfunzioni strutturali del sistema giudiziario sotto l’amministrazione della PA.
3. La critica strutturale a UNRWA e BDS
Le analisi più severe di Eid sono rivolte a due istituzioni cardine del “palestinismo” contemporaneo, esaminate attraverso oltre un quarto di secolo di monitoraggio:
| UNRWA: L’industria della dipendenza | BDS: Il boicottaggio autolesionista |
| • Perpetua artificialmente lo status di “profugo” trasmettendolo di generazione in generazione. | • Distrugge le uniche opportunità di lavoro stabili per i lavoratori palestinesi. |
| • Alimenta una narrativa di vittimizzazione perenne. | • Smantella le reti di cooperazione economica ed industriale sul terreno. |
| • Impedisce lo sviluppo di un’autentica economia di mercato e di una cultura della cittadinanza autonoma. | • È guidato da élite accademiche e attivisti occidentali totalmente disconnessi dalla realtà materiale della Cisgiordania. |
| • Agisce come un attore politico ideologizzato, non come una pura agenzia umanitaria di soccorso. | • Sposta l’asse del dibattito sul piano etnico, alimentando l’antisemitismo commerciale. |
4. Riconoscimenti internazionali
Il valore scientifico e civile della sua opera è stato attestato da prestigiosi premi internazionali, tra cui:
- L’Emil Gruenzweig Memorial Award (conferito per la difesa dei diritti democratici).
- L’International Activist Award della Gleitsman Foundation.
- L’Italian Freedom of Press Award, a testimonianza del legame profondo tra la sua attività di denuncia e la libertà di informazione europea.
LA CRONACA IN TEMPO REALE SU X: IL FACT-CHECKING CONTRO L’INFOWAR
Se i rapporti accademici costituiscono l’apparato teorico di Eid, la sua attività quotidiana su X (ex Twitter) rappresenta il suo fronte di battaglia geopolitico e mediatico più immediato. Eid utilizza la piattaforma come uno strumento di contro-narrazione e monitoraggio sul campo, focalizzandosi su dinamiche che scardinano sistematicamente la propaganda di fazione.
1. La lotta all’antisemitismo commerciale
Eid interviene senza mezzi termini contro le campagne di boicottaggio che colpiscono le attività commerciali di proprietà di ebrei o israeliani nella diaspora.
- L’analisi di Eid: Egli denuncia questa pratica non come una forma di legittimo dissenso politico, ma come una riedizione pericolosa di discriminazioni storiche di matrice puramente etnica e religiosa. Eid evidenzia il cortocircuito di chi dichiara di difendere i diritti del popolo palestinese all’estero ma finisce per colpire indiscriminatamente cittadini ebrei, dimostrando come il fine ultimo di tali campagne sia l’odio anziché il dialogo.
2. Il dossier Gaza: l’oppressione interna di Hamas
Il lavoro più sistematico e ad alto rischio di Eid sui social riguarda la documentazione costante delle violenze perpetrate da Hamas ai danni della popolazione civile della Striscia. Eid si fa amplificatore di verità che faticano a trovare spazio nei circuiti tradizionali:
- Gli ospedali come camere di tortura: Eid denuncia e diffonde prove su come le strutture sanitarie di Gaza vengano sistematicamente deviate dalle loro funzioni non solo per scopi di occultamento militare, ma come veri e propri centri di detenzione clandestina e interrogatorio violento contro i dissidenti politici palestinesi.
- La repressione del dissenso (il caso del 26 giugno): Eid ha documentato con precisione la brutale violenza con cui le milizie di Hamas hanno represso le manifestazioni spontanee della popolazione civile di Gaza nate sotto lo slogan “Vogliamo vivere”. Il soffocamento nel sangue delle proteste del 26 giugno viene indicato da Eid come la prova definitiva del fatto che i gazawi siano i primi a subire lo stato di occupazione e terreore imposto dal fondamentalismo interno.
3. La svolta giuridica: la denuncia alla Corte Penale Internazionale
Un punto di svolta fondamentale rilanciato da Eid riguarda la reazione legale e strutturale dei civili palestinesi contro i propri leader:
- Il ricorso alla CPI contro 14 leader di Hamas: Eid ha dato risalto internazionale alla storica azione giudiziaria promossa da un abitante di Gaza, il quale ha formalmente denunciato 14 esponenti di spicco di Hamas presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia per violenze, persecuzioni e sistematici crimini commessi contro la popolazione civile locale.
- L’impatto politico: Eid evidenzia la portata rivoluzionaria di questo atto: per la prima volta, sono gli stessi cittadini palestinesi a utilizzare il diritto internazionale per chiedere conto non delle azioni belliche esterne, ma delle violenze e delle torture subite per mano della propria leadership terroristica.
IL LATO UMANO: LA BONTÀ COME FORMA DI DISSIDENZA
L’integrità di Bassem Eid non nasce da un’astratta postura accademica, ma dalle sue radici. Cresciuto nella povertà materiale del campo di Shuafat, all’interno di un nucleo familiare numeroso, ha esperito direttamente la miseria, la violenza di strada e la sopraffazione istituzionale.
Questa genesi biografica non ha prodotto in lui risentimento o radicalismo, bensì una profonda empatia verso i soggetti deboli e una sensibilità vigile verso ogni forma di ingiustizia, indipendentemente dall’identità del percussore. Come dimostra anche il suo accorato appello finale ai cittadini libanesi affinché si liberino dal giogo di chi risponde a Teheran, Eid non è un intellettuale da salotto; è un uomo che ha pagato prezzi personali altissimi — l’isolamento politico, le minacce, la detenzione — per preservare la propria indipendenza da fazioni, partiti e finanziamenti condizionanti, rimanendo fedele all’idea che la dignità umana e la verità debbano sempre precedere le agende ideologiche.



