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Siamo tornati a San Simonino: Il bambino come arma morale e la miseria dell’etica assoluta

Dall’omicidio rituale del Quattrocento al dispositivo mediatico contemporaneo: come il moralismo dogmatico nega il libero arbitrio, sottrae la responsabilità all’uomo e riduce l’infanzia a merce di scambio retorica.

Non è vero che siamo tornati al 1938. La verità è molto più antica, più profonda e infinitamente più inquietante: siamo tornati ai tempi di San Simonino da Trento. Siamo tornati in quell’epoca buia in cui un bambino morto non era riconosciuto come un individuo nella sua tragica e irripetibile concretezza, ma veniva istantaneamente reificato in simbolo, in arma ideologica, in vessillo da brandire contro il nemico di turno. Un corpo trasformato in propaganda, in liturgia, in perno di identità collettiva e di indignazione a comando.

Allora, nel tardo Quattrocento, il bambino morto serviva a condannare gli ebrei attraverso la costruzione paranoica del rituale del sangue. Oggi, il bambino morto serve a condannare chiunque si voglia delegittimare o annientare sul piano morale: la donna che decide sul proprio corpo, il popolo che combatte una spietata guerra d’esistenziale sopravvivenza, la parte politica che non si vuole ascoltare, la nazione che si rifiuta di comprendere. Il bambino è diventato l’assoluto morale più manipolabile della modernità post-ideologica: un dispositivo d’indignazione che si attiva e si disattiva a comando politico, sacro e inappellabile quando serve colpire un avversario, del tutto irrilevante quando è vittima incomoda del potere che ci sostiene o con cui siamo allineati.

Perché il bambino violato nei corridoi del potere o abusato all’interno delle istituzioni ecclesiastiche non diventa mai santo? Perché non diventa mai martire, icona, liturgia, memoria collettiva o universale “strage degli innocenti”? La risposta è spietata: il bambino assoluto vale esclusivamente quando è politicamente ed emotivamente utile. Quando non serve alla narrazione dominante, semplicemente scomplete o scompare nel silenzio dell’omertà istituzionale. E così, mentre intellettuali, ONG, media mainstream e gerarchie religiose brandiscono l’infanzia come una clava morale, la sua sofferenza reale — quella che non genera dividendi reputazionali o geopolitici — viene sepolta nell’oblio.

1. San Simonino da Trento: Il prototipo archetipico del bambino-arma

Per comprendere la meccanica con cui la contemporaneità manipola il dolore infantile, occorre tornare al 26 marzo 1475. A Trento scompare un bambino di due anni, Simone Unverdorben. Il ritrovamento del suo corpo nel canale cittadino accende istantaneamente, in assenza di qualsiasi indagine o prova, la scintilla dell’antico blood libel — l’accusa di omicidio rituale mossa contro la piccola e vulnerabile comunità ebraica locale. Il principe-vescovo Johannes Hinderbach comprende al volo il valore politico ed economico dell’evento: orchestrando torture sistematiche, confessioni estorte e condanne a morte, trasforma il piccolo Simone in un martire e la comunità ebraica nel nemico assoluto.

San Simonino diventa il bambino assolutizzato per eccellenza: puro, inerme, icona perfetta per cementare la coesione comunitaria contro un capro espiatorio. Per quasi cinque secoli — fino all’abolizione del culto nel 1965 sotto la spinta del Concilio Vaticano II, che riconobbe la totale falsità del processo — quel corpo infantile fu usato come dispositivo di propaganda. Simonino era la prova indiscutibile della barbarie dell’altro. Il modello era fondato: il bambino deprivato della sua umanità reale e convertito in icona morale per giustificare la persecuzione.

2. La costruzione del “Bambino Assoluto” e la demonizzazione della donna

Lo stesso dispositivo retorico opera con ferocia nell’ambito della biopolitica e dei diritti riproduttivi. L’invenzione del feto o dell’embrione come “bambino assoluto” — ossia una soggettività astratta, totalmente avulsa dal corpo che lo ospita e dalle condizioni materiali di chi lo porta in grembo — serve a neutralizzare e cancellare la donna dal quadro narrativo ed etico.

  • Sacralizzazione dell’astratto: Il feto viene elevato a unico soggetto meritevole di protezione, cura e compassione universale.
  • Cancellazione del contesto: Eliminando dal discorso la salute mentale e fisica, il contesto economico, la violenza, il trauma o la semplice libera scelta della donna, l’interruzione di gravidanza viene de-storicizzata e de-umanizzata.
  • La donna come minaccia o “contenitore”: Una volta posizionato il “bambino assoluto” al centro, la donna perde qualsiasi status di agente morale e viene implicitamente figurata come una minaccia, un carnefice o un mero ostacolo alla vita.

In questo quadro si inseriscono le posizioni della Chiesa e le parole di Papa Francesco, quando definisce l’aborto come “affittare un sicario per risolvere un problema” e i medici non obiettori come “sicari”. Si compie così una violenta stigmatizzazione della professione medica e una demonizzazione riflessa della donna: se il medico è un “sicario”, la donna diventa automaticamente il mandante di un omicidio. Anche quando una narrazione paternalista tenta di dipingerla come “vittima”, l’uso di un registro giudiziario e criminale la marchia indelebilmente come colpevole o moralmente corrotta, alimentando il clima di colpevolizzazione sociale e ostacolando l’accesso sicuro e dignitoso alla salute riproduttiva.

3. La selettività del sacro e l’invisibilità degli abusi

La prova regina che il “bambino assoluto” sia soltanto un dispositivo retorico emerge quando la vittima cade per mano del potere ecclesiastico o istituzionale. Le vaste indagini indipendenti condotte negli ultimi decenni — dal Rapporto CIASE in Francia agli studi MHG in Germania, dal John Jay Report negli USA alle Commissioni in Australia e Irlanda — hanno documentato un fenomeno sistemico, transnazionale e coperto da rigide strutture gerarchiche.

I preti e le istituzioni che scelgono di non mettere al mondo bambini, ma scelgono di usarli sul piano economico, sessuale e politico, rivelano qui la propria incoerenza. Questi bambini reali non vengono canonizzati; non diventano martiri della fede, né vengono intitolati a loro altari o processioni. La reazione del potere davanti al bambino abusato internamente non è l’assolutizzazione, ma la relativizzazione e la contenzione: il fatto viene ridotto a “caso isolato”, a “debolezza umana”, a “rischio reputazionale da gestire”. Il bambino che subisce la violenza del clero viene silenziato, spinto all’invisibilità, perché la sua storia non serve a colpire un nemico esterno, ma rischierebbe di minare l’autorità morale dell’istituzione. Il bambino è sacro quando serve a condannare l’altro; diventa un’ombra fastidiosa quando la sua verità danna noi stessi.

4. L’asimmetria del martirio e il bambino nei teatri di guerra

Nel discorso politico e mediatico internazionale, la figura del bambino ucciso viene elevata a simbolo assoluto del male altrui o della sofferenza della propria comunità, generando un’evidente asimmetria nell’empatia pubblica:

  • Sfera cristiana e arcaica: La figura dell’innocente martirizzato affonda le radici nella memoria storica e religiosa (dalla strage degli innocenti a San Simonino) ed è usata per definire il confine etico tra comunità e minaccia esterna.
  • Sfera islamica e arabo-palestinese: Il concetto di shaheed (martire) applicato ai bambini uccisi nei bombardamenti o nei conflitti armati viene impiegato sia come dispositivo di elaborazione del lutto collettivo, sia come strumento di denuncia politica contro l’oppressione o l’aggressione militare.
  • Sfera ebraica e israeliana: La memoria delle vittime infantili dell’Olocausto e, negli eventi recenti, le atrocità condotte dagli attacchi del 7 ottobre 2023 — con la morte e il sequestro documentato di bambini e neonati israeliani (come la vicenda del piccolo Ariel Bibas e dei suoi familiari) — rappresentano il fulcro di un trauma collettivo legato alla minaccia esistenziale. La gestione degli ostaggi e delle salme da parte di Hamas (inclusa la macabra spettacolarizzazione nelle riconsegne con l’ausilio della Croce Rossa) dimostra come l’infanzia venga usata come leva psicologica e di terrore.

In questo contesto, la propaganda di guerra e la velocità dell’informazione creano un terreno complesso. Se da un lato vi sono atrocità ampiamente documentate, dall’altro la circolazione iniziale di resoconti estremi non confermati o successivamente ridimensionati da inchieste giornalistiche indipendenti (Haaretz, Le Monde) dimostra quanto la narrazione dell’infanzia violata sia il primo terreno di scontro informativo. La distorsione nasce quando l’opinione pubblica applica un’empatia selettiva: i bambini della propria parte vengono sacralizzati come martiri, mentre i bambini della parte avversa vengono ridotti a “danni collaterali” o del tutto ignorati.

5. L’equivoco filosofico: Etica assoluta vs. Etica della responsabilità

L’uso strumentale dell’infanzia trova la sua copertura ideologica in una specifica declinazione dell’etica cattolica e del pacifismo dottrinario: l’etica deontologica assoluta. Questa postura morale pretende di stabilire precetti astratti e non negoziabili (“mai la guerra”, “mai la violenza”, “mai l’uso della forza”), giudicando la storia da un’altezza metafisica che prescinde totalmente dai contesti, dalle conseguenze e dai rapporti di forza reali.

Ma sul piano filosofico e teologico, un’etica che si dichiara assoluta smette di essere etica e degenera in dogma e irresponsabilità. Come insegnava Max Weber distinguendo tra Gesinnungsethik (etica dell’intenzione o della convinzione) e Verantwortungsethik (etica della responsabilità), chi agisce secondo un’etica assoluta si preoccupa soltanto di mantenere incontaminata la propria purezza di coscienza, scaricando sul mondo le conseguenze catastrofiche dei propri principi non negoziabili. Il pacifista assoluto che proclama la resa incondizionata in nome della “pace” si lava le mani del destino di chi verrà asservito, torturato o massacrato dal carnefice.

Nodo Teologico: L’Uomo è Fatto a Immagine di Dio, Non della Cupola di San Pietro

L’errore cardinale dell’etica assoluta sta nel dimenticare che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (Imago Dei), e non a immagine e somiglianza della Cupola di San Pietro o dell’istituzione ecclesiastica. Creare l’uomo a immagine di Dio significa dotarlo di libero arbitrio, di ragione e della spaventosa, altissima responsabilità di scegliere e di agire nella storia. Dio non ha creato un manichino sottomesso ad astrazioni dottrinarie, ma un agente morale immerso nella complessità del reale. L’etica autentica non si rifugia nelle formule assolute della Cupola, ma si fa carico della tragedia della scelta, dove spesso il bene supremo si ottiene impedendo il trionfo del male peggiore.

Un’etica che rifiuta di confrontarsi con la responsabilità, con la necessità della difesa, con il contesto tragico in cui l’uomo si trova ad agire, è un’etica che nega il libero arbitrio. Essa riduce l’essere umano a uno spettatore inerme di dogmi prefabbricati. E per reggere un’etica così astratta e disincarnata, c’è bisogno del “bambino assoluto”: una figura totalmente spogliata di agency, priva di contesto, utilizzata come ricatto emotivo per paralizzare ogni analisi razionale e ogni dovere di autodifesa.

6. La propaganda contemporanea: Il bambino come valuta morale globale

Questo impianto concettuale trova la sua massima funzionalizzazione nella propaganda mediatica contemporanea, nell’operato di alcune ONG e nel giornalismo radiotelevisivo occidentale. Nella comunicazione globale, il bambino è trattato come una vera e propria “valuta morale” attraverso una tripla manipolazione:

  1. Manipolazione Numerica e Statistica: I dati sulle vittime infantili nei teatri di guerra (come Gaza) vengono erogati da fonti e apparati d’informazione controllati da parti in causa (come il Ministero della Salute gestito da Hamas) e rilanciati da ONG e media occidentali senza sufficienti verifiche indipendenti. Inoltre, la categoria statistica “children” accorpa indistintamente neonati, infanti, preadolescenti e adolescenti di 16-17 anni arruolati o impiegati nelle operazioni belliche.
  2. Manipolazione Linguistica e Semantica: Nel passaggio dall’inglese all’italiano, il termine normativo “children” (che copre l’intera fascia minorile fino ai 17 anni) viene scientemente tradotto con “bambini” o “bimbi”. Questo slittamento semantico evoca nell’immaginario collettivo un’immagine unica: corpi piccolissimi e inermi dai 3 agli 8 anni. Si cancella con un colpo di spugna la presenza di adolescenti addestrati, reclutati e armati da organizzazioni paramilitari, sostituendo la precisione informativa con la saturazione emotiva.
  3. Manipolazione Narrativa e Silenzio Strumentale: Mentre si iper-spettacolarizza l’immagine del bambino vittima della reazione nemica, si cala un velo di silenzio sulle responsabilità degli adulti che quell’infanzia la militarizzano. Viene sistematicamente nascosto il reclutamento dei minori, il loro impiego come combattenti o guardie, e l’uso cinico dell’infanzia come scudo umano e barriera morale (posizionando infrastrutture militari in scuole e ospedali). Quando il bambino muore perché usato come scudo da chi lo governa, la sua morte viene addebitata esclusivamente al nemico, realizzando la perfetta coincidenza con lo schema di San Simonino.

Iniziative recenti come la proposta del filosofo Eugenio Mazzarella su Avvenire di assegnare il Nobel per la Pace ai “bambini di Gaza” illustrano esattamente questa postura: un atto di sacralizzazione laica che, pur proclamando di voler abbracciare tutta l’infanzia in guerra, seleziona un preciso epicentro simbolico per alimentare un rito di auto-assoluzione morale dell’Occidente, lasciando del tutto inesplorate le responsabilità interne dei regimi autoritari e dei gruppi terroristici che quella stessa infanzia arruolano e sacrificano.

7. Tesi Finale: Dal dispositivo morale alla restituzione della responsabilità

Il bambino non è un soggetto morale universale per il potere: è un oggetto retorico che il sistema attiva o disattiva a seconda dell’utilità geopolitica o ideologica. Quando serve colpire un avversario (Israele, la donna che esercita una scelta drammatica, la nazione che si difende), il bambino diventa assoluto, puro, sacro, martire e clava d’indignazione. Quando il bambino è vittima del potere che ci è affine, che ci arruola o che non conviene criticare, il bambino viene relativizzato, silenziato, convertito in ombra.

Ma un’etica che ha bisogno di immagini prefabbricate e di ricatti emotivi per funzionare non è un’etica: è propaganda morale travestita da virtù. L’etica autentica — quella radicata nel libero arbitrio dell’uomo fatto a immagine di Dio e non delle istituzioni — non vive di simboli rassicuranti o di assoluti dogmatici. Vive nella storia, si fa carico dell’imperfezione delle scelte, distingue tra aggressore e aggredito, ed esercita la responsabilità di proteggere le persone reali, non le icone utili.

Finché continueremo a brandire il “bambino assoluto” come arma retorica, continueremo a tradire i bambini veri. Perché la misura morale di una civiltà non si calcola da come essa sa esibire e strumentalizzare i bambini morti sul palcoscenico dei media, ma da come sa difendere la dignità e la libertà dei vivi quando le telecamere sono spente.

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