HomePoliticaIl labirinto delle identità: cosa non è la destra di Giorgia Meloni

Il labirinto delle identità: cosa non è la destra di Giorgia Meloni

Dallo statalismo economico al distacco dai modelli Reagan e Trump: ritratto di una destra “museale” che sceglie la protezione del passato invece della sfida del futuro.

Analizzare la destra di Giorgia Meloni significa muoversi in un labirinto di specchi dove le etichette del passato spesso non riflettono più la realtà presente. La destra attuale non è certamente l’erede della Destra Storica post-unitaria (quella di Sella o Minghetti), che era elitaria, rigorista e profondamente laica. E non è certo la destra di Mussolini: Fratelli d’Italia opera pienamente all’interno della cornice democratica e repubblicana. Scelto un posizionamento nettamente atlantista ed europeista, in economia è più conservatrice che corporativa; semmai qualche similitudine ci può essere nell’accento posto sulla nazione, sulla sua difesa e sulla difesa della famiglia tradizionale, anche se per Mussolini lo Stato era tutto mentre per Meloni la nazione è intesa più come comunità di valori, tradizioni e cultura, spesso legata a una visione cristiana e conservatrice moderna.

Tra statalismo e protezione: il distacco dai modelli Reagan e Trump

Non è nemmeno la destra di Thatcher o Reagan che puntavano sulla “mano invisibile” del mercato, sulla deregolamentazione selvaggia e sulla distruzione dei sindacati in nome dell’individuo (“la società non esiste”, diceva la mia amatissima Lady di Ferro). La Destra Meloniana è invece statalista e corporativa. Usa il mercato, ma non lo venera; preferisce la protezione delle filiere nazionali (il “Made in Italy”) e mantiene una forte impronta di assistenza sociale (seppur declinata in chiave identitaria). E non è neanche la destra di Trump e Milei, troppo turbocapitalisti per la base destrasocialista, la destra degli “Underdog” disinteressati all’ascesa sociale.

Una visione statica: la “Sinistra Conservatrice” nei temi economici

È una destra che cristallizza le identità: se sei un lavoratore, ti proteggo in quanto “italiano” e “patriota”, ma non ti offro necessariamente gli strumenti per cambiare classe sociale. È una visione statica della società, dove l’ordine e la tradizione contano più del dinamismo e del cambiamento. Il “merito” viene invocato, ma spesso declinato come fedeltà a un sistema di valori predefinito. È quasi più una versione simmetrica della Sinistra. Se la sinistra storica si occupava delle classi lavoratrici con una visione internazionalista, questa destra si occupa delle stesse fasce sociali (o di ciò che ne resta) con una visione nazionalista. È una sinistra conservatrice nei temi economici (protezionismo, difesa di certe rendite) unita a una destra reazionaria nei temi civili.

La destra dell'”Essere” e il confronto con l’era Berlusconi-Fini

Non è laica perché la religione (o meglio, la tradizione cattolica come “identità”) serve da collante per una comunità che ha perso i riferimenti ideologici del Novecento. È una destra “Post-Moderna” la cui caratteristica particolare è di essere italiana, intrisa di un certo paternalismo cattolico e di una diffidenza storica verso il grande capitale cosmopolita. Non vuole rivoluzionare il mondo, vuole preservare un’immagine di Italia che sente minacciata dalla globalizzazione e dai diritti civili universali. Più che una destra del “fare” (alla Berlusconi), sembra una destra dell'”essere”: l’importante non è tanto cosa si produce, ma chi siamo (cristiani, genitori, italiani).

Cosa è cambiato rispetto alla “triade” Berlusconi-Fini-Meloni? La destra della Seconda Repubblica era progettuale, seppur con obiettivi diversi, mentre questa destra della Terza Repubblica è “cantieristica” e nostalgica. Berlusconi non era un nostalgico. Al contrario, era un iper-ottimista proiettato verso il futuro. La sua visione era quella di trasformare l’Italia in un’azienda efficiente, un “nuovo miracolo italiano”. La sua visione erano liberismo, rivoluzione fiscale, rottura con il vecchio sistema dei partiti. Berlusconi diceva agli italiani: “Potete diventare come me”. Era una promessa di ascesa sociale e ricchezza. Meloni non promette ricchezza, ma protezione. Berlusconi voleva “meno Stato”, Meloni vuole “però più Stato” (purché sia lo Stato della nazione). Né è la destra di Fini che ha tentato di de-italianizzare la destra italiana traghettando la destra post-fascista verso il conservatorismo europeo, di sdoganare la destra rendendola istituzionale, laica e liberale (si pensi alla svolta di Fiuggi o ai suoi strappi con Berlusconi sui diritti civili e il voto agli immigrati). Fini voleva creare una “destra normale” sul modello gollista francese, cercava il riconoscimento delle élite e della cultura liberale. Meloni, al contrario, rivendica con orgoglio il suo essere “underdog” e non ha alcun interesse a piacere ai salotti liberali; preferisce parlare alla “pancia” del Paese senza mediazioni intellettuali.

La destra “museale” e la sindrome del veto corporativo

Mentre Berlusconi e Fini volevano cambiare l’Italia (uno in senso aziendalista, l’altro in senso istituzionale), Meloni sembra volerla congelare. La sua è una destra “museale”: difende i confini, la famiglia tradizionale, le tradizioni culinarie, il passato. Se Berlusconi era la destra dell’ambizione, Meloni rischia di essere la destra della rassegnazione. È una politica che rassicura chi ha paura del futuro (la tecnologia, la transizione ecologica, i nuovi diritti) dicendo: “Restiamo come siamo, che è meglio”. Vincere senza cambiare è il paradosso del potere attuale: una forte egemonia elettorale che però si traduce in una gestione dell’esistente, occupando posti di potere (il famoso “amichettismo”) senza però avere un progetto di trasformazione strutturale del Paese.

Questa destra non dice “diventerete grandi”, ma “vi proteggerò dai grandi”. È una differenza psicologica enorme che spiega perché la definisci “nostalgica più che proiettiva”. Il suo consenso si regge sulla somministrazione di piccole tutele di categoria. Tassinari e Balneari non sono solo categorie economiche, sono i simboli della “resistenza all’Europa”. Toccarli significherebbe ammettere che il mercato e la concorrenza valgono anche in Italia. Meloni preferisce lo scontro con Bruxelles piuttosto che lo scontro con un parcheggio di taxi a Roma.

Il Made in Italy e la protezione dell’inefficienza

La retorica sul Made in Italy è un “feticcio”: si esalta l’agricoltura nazionale ma, nei fatti, le politiche sono spesso di retroguardia (si pensi alla battaglia contro la “carne sintetica” o le farine d’insetti). È una difesa del passato gastronomico che non tiene conto della competitività tecnologica. Invece di modernizzare le filiere per renderle giganti globali, si cerca di “ingessare i mercati”. A differenza del turbocapitalismo di Trump o di Milei, la destra meloniana è profondamente anti-meritocratica. Il suo obiettivo è la protezione dell’inefficienza. Proteggere l'”inetto” significa garantire a chi non vuole aggiornarsi, a chi vive di rendita di posizione, a chi evade il fisco con la piccola transazione, che il mondo non cambierà sotto i suoi piedi.

Il mistero del Piano Mattei: forma contro sostanza

Il Piano Mattei è l’esempio perfetto della “cantieristica della politica”: un contenitore dal nome evocativo, ma dai contenuti che sembrano più un’operazione di rebranding. Il governo ha stanziato circa 5,5 miliardi di euro, ma non sono tutti “soldi nuovi”: molti sono fondi già esistenti semplicemente rimpacchettati. Dietro la retorica dello sviluppo, l’obiettivo è elettorale: esternalizzare le frontiere. È una prosecuzione degli accordi già fatti da Minniti e Draghi, ma con un nome più epico. In sintesi, oggi il Piano Mattei è una scatola semivuota che serve a Meloni per sedersi ai tavoli internazionali dicendo: “Io ho una strategia per l’Africa”. È il trionfo della forma sulla sostanza.

Scuola e Merito: un’assenza strutturale

La scuola è il luogo dove si costruisce l’egemonia culturale, eppure questa destra sulla scuola sembra essersi incagliata tra semantica e immobilismo. Non è stato fatto nulla di strutturale. Il cambiamento più visibile è stato aggiungere la parola “Merito” nel nome del Ministero, ma la rivoluzione si è fermata al cambio di targa. Per gli studenti, il “merito” è stato declinato più come sanzione che come opportunità. È una visione punitiva, non promozionale. L’unica proposta “progettuale”, il Liceo del Made in Italy, è stata un flop colossale di iscrizioni: le famiglie hanno capito che era un contenitore vuoto.

Il paradosso della Giustizia e il fallimento del referendum

Invece di affrontare il problema strutturale della separazione delle carriere, si è scelto di evocare i “fantasmi” mediatici per alimentare il risentimento contro la magistratura. La destra ha perso al referendum perché ha votato NO al suo stesso potenziale garantismo. Il populismo giudiziario è una auto-trappola: da un lato si vuole colpire i magistrati, dall’altro serve il “manettarismo” per rassicurare l’elettorato sulla sicurezza. Riformare la giustizia in senso garantista significa accettare uno Stato che si autolimita, cosa che questa destra, statalista nel profondo, fa fatica ad accettare.

La solitudine del leader e la fragilità della Terza Repubblica

Giorgia Meloni ha preferito la fedeltà e l’usato sicuro rispetto al talento circostante. Circondarsi di figure affaticate o di fedelissimi garantisce che nessuno le sfilerà la sedia, ma paralizza l’azione di governo. Il momento è di una fragilità estrema: la batosta del referendum sulla giustizia (marzo 2026) ha rotto l’aura di invincibilità. La situazione è peggiorata dalla proposta di legge elettorale, il “Porcello al quadrato”, un salto nel buio che rischierebbe di essere bocciato dalla Consulta. Meloni ora deve scegliere: o un rimpasto profondo o trascinarsi fino alla scadenza naturale sperando che l’economia non peggiori.

Le luci dopo le ombre: il “Caso Albania” e il successo diplomatico

Non tutto è andato storto. Paradossalmente, quello che è stato un braccio di ferro con la magistratura italiana sta diventando un modello UE. Molti leader europei ora guardano al “protocollo Italia-Albania” come a un test riuscito di esternalizzazione delle frontiere. Anche il Ministro Piantedosi viene percepito come un tecnico che “fa il lavoro sporco” senza cercare la polemica, garantendo una tenuta nei sondaggi superiore ad altri colleghi.

Epilogo: Giorgia Meloni cade comunque in piedi

La tesi della Meloni “brava in Europa ma in difficoltà in Italia” è molto sostenuta in questo aprile 2026. Nonostante le fatiche interne, Meloni ha un futuro come leader internazionale. È diventata l’interlocutrice privilegiata per figure come Ursula von der Leyen e ha dimostrato di saper dialogare con diverse amministrazioni USA. La sua capacità di “parlare due lingue” (quella della piazza e quella delle cancellerie) è ciò che le assicura un futuro politico lungo, indipendentemente dall’esito delle prossime elezioni italiane

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