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L’analfabetismo politico e morale dell’Occidente: Iran, silenzi vaticani e il doppio standard su Israele

La complicità di Italia, UE e Vaticano di fronte alla teocrazia iraniana, le omissioni e de-formazioni della RAI nella narrazione del conflitto mediorientale

C’è un punto esatto in cui la prudenza diplomatica cessa di configurarsi come virtù pragmatica per svelarsi in ciò che realmente è: una squallida capitolazione etica. Quel confine, nelle cancellerie occidentali e tra i corridoi dei palazzi apostolici, non è stato semplicemente oltrepassato; è stato letteralmente polverizzato dalla rassegnazione geopolitica e da un calcolo di opportunismo politico sconcertante. Ci troviamo immersi in un tempo dominato da un virulento analfabetismo morale, una condizione in cui le democrazie liberali, le istituzioni sovranazionali e le autorità religiose che pretendono di ergersi a custodi della coscienza universale hanno scientemente deciso di smontare il carattere assoluto dei diritti umani per ridurli a merce di scambio continentale. La difesa della vita, il rifiuto della barbarie, il valore inalienabile della libertà individuale: tutto questo patrimonio ideale vale oggi a intermittenza. Vale a geometria variabile. Si accende con enfasi teatrale quando si tratta di imbastire crociate diplomatiche contro Paesi sotto i riflettori ideologici, ma si spegne di colpo, svanendo in un imbarazzato e complice bisbiglio, di fronte alla sterminata catena montuosa di cadaveri prodotti dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Una teocrazia sanguinaria che non soltanto ammazza la propria gioventù per le strade e nelle galere di Evin, ma tiene simultaneamente in ostaggio l’intero Medio Oriente, stringendo lo Stato ebraico d’Israele in un cappio soffocante alimentato da ben sette milizie per interposta persona.

La fabbrica della morte teocratica e la farsa dell’indignazione europea

I dati sul terrore giudiziario iraniano non consentono equivoci né indulgenze. Non siamo in presenza di anomalie procedurali o di occasionali eccessi di rigore sanzionatorio, bensì di un ingranaggio industriale di sterminio politico pianificato per garantire la sopravvivenza del clero radicale. Negli ultimi anni, la curva della mattanza ha registrato un’impennata vertiginosa: se nel 2022 le esecuzioni stimate avevano già superato la soglia delle cinquecento ottantadue unità per soffocare nel sangue la rivolto generata dal martirio di Mahsa Amini, nel 2023, il numero è schizzato a oltre 834 condanne, eseguite, segnando un incremento del 43 per cento. Un’escalation questa sì, contro cui nessuno protesta)  che non ha trovato alcuna battuta d’arresto, arrampicandosi nel 2024 fino alla cifra raccapricciante di quasi mille esecuzioni documentate, per culminare nell’ultimo periodo con il dato spaventoso di 1.639 persone strappate alla vita; il picco più alto registrato dal 1989  a oggi, una carneficina condotta in massima parte nel buio dell’omertà di Stato, dal momento che meno del 10 per cento delle esecuzioni viene sbandierato dai media di regime.

L’anatomia del patibolo giudiziario

La pena di morte in Iran non rappresenta un dispositivo di giustizia penale, ma una tecnica di terrore sistemico. Accuse elastiche e medievali come moharebeh, la presunta guerra sferrata contro Dio, ed efsad fil-arz, la corruzione sulla terra, vengono applicate a piene mani da Tribunali Rivoluzionari privi di ogni garanzia processuale per giustiziare manifestanti, dissidenti, donne ree di aver rifiutato l’imposizione del velo e minoranze baluci, curde e arabe ferocemente discriminate. Di fronte a questa fabbrica quotidiana del patibolo, dove la corda strappa la vita a ragazzi accusati di colpe metafisiche sulla base di confessioni estorte sotto tortura, l’Unione Europea ha scelto la via della pusillanimità istituzionale. Bruxelles si limita a promulgare sanzioni puramente simboliche, prive di qualunque incisività reale sugli assetti economici dei Pasdaran, per poi rifugiarsi nella consueta litania di comunicati stampa impregnati di tiepida e rassegnata preoccupazione. Un’inconsistenza strutturale che tradisce la natura profonda di un’Europa contabile, priva di visione strategica e moralmente prostrata, incapace di esercitare una vera pressione sistemica su un regime che impicca il proprio futuro per il terrore di veder crollare l’impalcatura dottrinale del proprio potere.

Il consesso delle nazioni e la complicità con i giganti dell’autocrazia

La paralisi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite offre il quadro più sconfortante di questa bancarotta etica. L’ONU si è ormai trasformata in un palcoscenico surreale in cui gli organismi preposti alla tutela dei diritti umani vengono periodicamente presieduti o influenzati da regimi che quei medesimi diritti calpestano con sadica cadenza quotidiana. La complicità strisciante nei confronti di Teheran e l’asservimento diplomatico verso Pechino hanno svuotato dall’interno la missione originaria del diritto internazionale, trasformandolo da codice universale di protezione dei deboli in un mero strumento politico ad uso e consumo dei blocchi autocratici.

Mentre la Cina porta avanti la propria penetrazione egemonica globale priva di qualsiasi scrupolo umanitario e garantisce copertura politica alle ambizioni dell’ayatollah, il Palazzo di Vetro accumula tonnellate di dossier e rapporti commissionati a esperti indipendenti che finiscono inesorabilmente sepolti negli archivi della burocrazia internazionale. Nessuna risoluzione vincolante, nessuna sanzione paralizzante, nessuna azione coercitiva sul piano diplomatico viene intrapresa contro Teheran. L’assassinio sistematico di una popolazione civile inerme viene derubricato con disarmante ipocrisia a vertenza interna, a dinamica sociale domestica di uno Stato sovrano verso cui occorre mantenere aperto un canale di dialogo prudente e pragmatico. Questa non è diplomazia: è l’avvallamento formale della barbarie, mascherata dalla citazione impropria di un fantomatico “diritto internazionale” inventato alla bisogna con conseguente messa in mora (accuse di “illegalità”) puramente politica e non giudiziaria.

La capitolazione del Vaticano: il silenzio teocratico e l’idolatria della terra

Se il cinismo della realpolitik europea e burocratica appare sdegnoso ma prevedibile, ciò che risulta assolutamente inaccettabile e moralmente devastante è la posizione assunta dalla Santa Sede. Il Vaticano, un’istituzione che rivendica per sé il magistero supremo sulla sacralità della vita umana e che pretende di parlare alla coscienza morale del pianeta, di fronte ai cappi di Teheran si rifugia in un silenzio tombale o in formule di una tale vaghezza da rasentare la complicità etica. La prudenza diplomatica accampata da Oltretevere di fronte alla teocrazia sciita non è neutralità evangelica: è un assenso sussurrato. Quando un regime teocratico usa il nome di Allah per impiccare ragazzi di vent’anni, la decisione del Papa e della diplomazia vaticana di tacere o di limitarsi a generici appelli alla pace rappresenta un paradosso teologico e politico insostenibile. Ma la responsabilità vaticana travalica la pura omissione sulla repressione interna iraniana; essa si manifesta con violenza ideologica nella lettura che la Chiesa offre del contesto mediorientale. Nelle esternazioni pontificie e curiali, lo Stato d’Israele tende letteralmente a scomparire. Non viene nominato nella sua veste di democrazia aggredita che difende la propria esistenza storica e fisica, ma viene sublimato e dissolto nel concetto puramente geografico e sacrale di Terra Santa. Questa operazione concettuale nasconde un insidioso retroterra dogmatico che sfocia in una vera e propria idolatria del suolo: la santità delle pietre e dei luoghi sacri viene anteposta alla vita reale degli esseri umani che abitano quella terra. Attraverso questa lente deformante, il Vaticano finisce per mutuare e rilanciare sul piano mediatico i topos più vieti della propaganda nazi-islamista, dipingendo le operazioni difensive israeliane come intromissioni sacrileghe in un santuario di pace ed evitando deliberatamente di condannare la matrice ideologica dell’antisemitismo islamista che anima l’asse del terrore guidato dall’Iran. La guerra di difesa di Israele (e solo quella) diventa blasfema.

Questa deriva confessionale non riguarda esclusivamente il mondo cattolico, ma trova un tragico specchio nell’atteggiamento strisciante e ideologizzato della Chiesa Anglicana. Incapace di sottrarsi al conformismo progressista del mondo anglosassone, l’episcopato britannico si rende colpevole di un velato ma sistematico antisemitismo culturale: un riflesso condizionato che tollera, sfuma o sminuisce la minaccia di Teheran per concentrare ogni dardo retorico contro lo Stato ebraico, resuscitando antiche pulsioni pregiudiziali sotto le mentite spoglie della correttezza politica globale.

La tossicità del servizio pubblico televisivo italiano, lasciato libero di disinformare

In Italia, questo clima di resa etica viene quotidianamente alimentato e amplificato dal servizio pubblico radiotelevisivo.

La RAI, paralizzata da un conformismo informativo a tratti grottesco, ha scelto per anni la linea dell’omissione strategica: un silenzio assordante sul terrore teocratico iraniano a fronte di un’ipertrofica prontezza nel rilanciare e amplificare le diffamazioni e le narrazioni prefabbricate della propaganda arabo islamista contro Israele. Un sistema informativo malato in cui il dissenso deontologico viene punito con feroce sollecitudine: i giornalisti che rifiutano di adeguarsi alla linea del pregiudizio anti-israeliano — casi emblematici sono le aggressioni mediatiche e i linciaggi politici subiti da figure come Antonino Monteleone o Giovan Battista Brunori — vengono sistematicamente ostacolati, delegittimati e messi all’indice sia da colleghi di fazione sia da esponenti politici, trasformando l’informazione pubblica in una cassa di risonanza dell’analfabetismo morale dominante. L’inconsistenza italiana e il doppio standard contro lo Stato ebraico Questo degrado analitico e morale contagia in maniera diretta ed evidenzia la desolante fragilità della politica estera italiana. Il governo di Roma, prigioniero di un’incapacità cronica di formulare una visione strategica autonoma e spaventato da possibili ripercussioni sulle forniture energetiche o sui markets d’esportazione, mette in scena un teatrino farsesco. Si dichiara alleato inflessibile dell’Occidente ma balbetta di fronte ai crimini del regime degli ayatollah, oscillando continuamente tra roboanti dichiarazioni di facciata e la paralisi operativa più totale. L’effetto più grottesco di questo analfabetismo morale si misura sul doppio standard sistematico riservato allo Stato ebraico (di cui i politici israeliani dovrebbero tenere conto, escludendo la doppiezza italiana, mossa soprattutto dall’opportunismo, da qualunque futuro decisionale che riguardi il loro Stato). Israele si trova ad affrontare una guerra d’accerchiamento totale, condotta da una potenza teocratica come l’Iran che muove apertamente sette proxy armati fino ai denti lungo tutti i suoi confini: da Hamas a Gaza ad Hezbollah nel Libano meridionale, dalle milizie sciite in Siria e Iraq ai ribelli Houthi nello Yemen. Un’aggressione coordinata che mira all’annientamento fisico di uno Stato sovrano e all’uccisione dei suoi cittadini, arricchita dall’orrore degli ostaggi sequestrati nelle tane sotterranee del terrore. Eppure, mentre l’Iran può impiccare migliaia di giovani nell’indifferenza generale e armare legioni di fanatici senza subire ritorsioni diplomatiche vincolanti, ogni singola azione difensiva intrapresa da Israele viene sottoposta a uno scrutinio esasperato, isterico e politicizzato. Si invocano cessate il fuoco immediati prima ancora che le minacce esistenziali vengano neutralizzate; si approvano risoluzioni di condanna a getto continuo; si pretende che una democrazia sotto attacco risponda alle aggressioni terroristiche con le mani legate dietro la schiena, mentre i suoi nemici agiscono nell’assoluto disprezzo di qualsiasi norma del diritto internazionale umanitario.

Il tradimento della civiltà occidentale

Trattare l’orrore del patibolo teocratico iraniano come un irrilevante affare interno e trasformare al contempo l’autodifesa israeliana in un perenne processo penale globale significa aver smarrito la bussola della civiltà. Questo relativismo etico manda un messaggio devastante ai popoli oppressi da Teheran: la loro sofferenza, il loro sangue e il loro desiderio di libertà non hanno alcun valore geopolitico per l’Occidente.

Un’Europa che baratta i propri valori fondanti con l’illusione di una quiete diplomatica, uno Stato italiano che recita il ruolo del comprimario spaventato, un’ONU complice delle autocrazie e un Vaticano che sacrifica la verità e la giustizia sull’altare di un dialogo svuotato di ogni coraggio morale sono i sintomi manifesti di un declino che rischia di essere irreversibile. Se le democrazie non ritroveranno la forza di nominare il male con il suo nome, denunciando la natura nazista del regime iraniano e sostenendo senza riserve chi combatte in prima linea contro l’asse del terrore, l’Occidente si avvierà inesorabilmente a diventare l’esecutore testamentario della propria estinzione etica. E non solo.

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