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La guerra che non riguarda Israele: Afghanistan contro Pakistan

Tensioni crescenti tra Pakistan e Afghanistan riaccendono il dibattito su confini, sicurezza regionale e nuovi equilibri geopolitici nell’area più instabile dell’Asia meridionale.

Afghanistan contro Pakistan: una guerra che cambia la narrativa

Il conflitto tra Afghanistan e Pakistan sta mettendo in crisi molte letture consolidate della geopolitica mediorientale. In questo scontro non compaiono né Israele né gli Stati Uniti come attori diretti, eppure due Stati che si definiscono islamici si stanno colpendo militarmente con crescente intensità.

Raid aerei pakistani hanno interessato aree sensibili come Kabul e Kandahar, mentre i Talebani hanno risposto lungo la frontiera. I morti si contano ogni giorno, in una escalation che costringe gli osservatori a confrontarsi con dinamiche interne al mondo islamico spesso sottovalutate.

Le radici della guerra fratricida

Il Pakistan nasce nel 1947 come patria dei musulmani del subcontinente indiano e mantiene l’Islam come religione di Stato. L’Afghanistan guidato dai Talebani, dal 2021, si presenta come Emirato Islamico fondato su una interpretazione rigorosa della sharia. Nonostante questa vicinanza ideologica, i due Paesi sono entrati in rotta di collisione.

La causa immediata della crisi è l’attività della Tehreek-e-Taliban Pakistan, gruppo armato che opera dal territorio afghano e che ha intensificato gli attacchi contro Islamabad. Il governo pakistano accusa Kabul di tollerare o sostenere i miliziani, accusa respinta dai Talebani. Ne è seguita prima una serie di raid mirati nel 2025 e poi, nel febbraio 2026, l’operazione militare denominata “Righteous Fury”.

A pesare è anche la storica disputa sulla Durand Line, il confine tracciato nel 1893 dall’Impero britannico e mai pienamente riconosciuto da Kabul. Questa frattura, che divide il popolo pashtun, continua ad alimentare tensioni profonde.

Il fattore destabilizzante dello Stato Islamico del Khorasan

A rendere la crisi ancora più complessa interviene lo Stato Islamico del Khorasan, noto come IS-K. Nato nel 2015 da una scissione della stessa galassia talebana, il gruppo persegue un progetto transnazionale di califfato che supera i confini statali.

Paradossalmente, i Talebani si trovano a combattere contemporaneamente sia contro il Pakistan sia contro IS-K sul proprio territorio. Anche Islamabad considera l’organizzazione un nemico diretto. Questa dinamica crea una trappola strategica: reprimere troppo duramente la TTP potrebbe spingere i suoi militanti nelle fila dell’IS-K, rafforzando un attore ancora più radicale.

Secondo stime ONU del 2025, IS-K disporrebbe di circa duemila combattenti in Afghanistan e di una rete di reclutamento che si estende in Asia Centrale. Gli attentati rivendicati in Iran e Russia dimostrano inoltre una capacità operativa ben oltre il teatro afghano.

Un conflitto interno al mondo islamico

Prima ancora dello scontro con il Pakistan, l’Afghanistan vive una forte instabilità interna. IS-K colpisce regolarmente minoranze sciite, funzionari governativi e obiettivi civili. L’uccisione nel 2024 del ministro talebano Khalil Haqqani ha mostrato la vulnerabilità dello stesso apparato di potere di Kabul.

Il quadro complessivo evidenzia una competizione ideologica interna: da un lato i Talebani, accusati dagli jihadisti di essere troppo pragmatici; dall’altro IS-K, che promuove una visione ancora più radicale. Le vittime, in larga parte, sono musulmani.

Il limite della narrativa del colpevole esterno

Una parte del dibattito pubblico attribuisce l’instabilità del Medio Oriente Allargato principalmente all’azione occidentale o alla questione israelo-palestinese. Il conflitto tra Afghanistan e Pakistan mostra però che tale lettura, pur cogliendo elementi reali, è insufficiente a spiegare l’intero quadro.

In questa crisi non sono presenti basi NATO né interventi diretti occidentali. Emergono invece dinamiche autonome: rivalità etniche, dispute di confine, competizione tra movimenti jihadisti e differenti interpretazioni della legittimità islamica.

Il fondamentalismo armato appare quindi come un fenomeno con radici proprie, capace di generare conflitti anche in assenza di un antagonista esterno.

Conclusione: una lezione geopolitica

La guerra tra Afghanistan e Pakistan suggerisce che le società possono entrare in spirali di violenza anche per cause interne profonde. Ridurre la complessità della regione a un unico responsabile esterno rischia di produrre analisi parziali e politicamente inefficaci.

Comprendere queste dinamiche è essenziale per chiunque voglia interpretare realisticamente l’evoluzione del Medio Oriente Allargato e dell’Asia centrale. Solo una diagnosi completa può aprire la strada a politiche di stabilizzazione credibili.

Alexandro Ascoli
Alexandro Ascoli
Imprenditore ed esperto di storia militare. Presidente onorario della Associazione di Ricostruzione Storica "Mos Maiorum". Studioso di Geopolitica e dei conflitti dell'evo antico e moderno del Medio Oriente.
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