Esiste una distanza incolmabile tra la legalità internazionale proclamata a parole dalle cancellerie europee e la realtà dei fatti sul terreno in Medio Oriente. Per comprendere l’attuale scontro diplomatico e giuridico che vede contrapposte l’Unione Europea e lo Stato di Israele, è necessario fare un passo indietro e ripartire dai trattati, precisamente dalla mappa disegnata dagli Accordi di Oslo II del 1995.
Quel documento, firmato e accettato anche dalla rappresentanza palestinese, ha stabilito una divisione chiarissima delle competenze territoriali e civili in Giudea e Samaria (Cisgiordania), dividendo la regione in tre zone distinte:
- Zona A e Zona B: poste sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese, che vi esercita pieni poteri urbanistici ed edilizi.
- Zona C: un’area che copre circa il 60% del territorio complessivo, posta per trattato sotto la piena giurisdizione civile, amministrativa e militare israeliana.
Secondo la lettera e lo spirito di quegli accordi, qualsiasi tipo di costruzione in Area C — sia essa araba o ebraica — richiede tassativamente l’autorizzazione e il permesso della Civil Administration israeliana.
Il paradosso del finto legalismo europeo
La realtà odierna mostra tuttavia uno scenario capovolto, in cui l’Unione Europea agisce deliberatamente contro la legalità formale dei trattati di cui spesso si fa garante.
Bruxelles finanzia in modo diretto, sistematico e programmatico la costruzione di scuole, infrastrutture e interi villaggi abusivi destinati alla popolazione palestinese in Area C. Interventi che avvengono bypassando completamente le autorità israeliane competenti e senza richiedere alcun permesso urbanistico.
Non si tratta di un programma umanitario spontaneo dettato dall’emergenza, ma di una precisa strategia geopolitica pianificata a tavolino, nota come Piano Fayyad. L’obiettivo politico è creare fatti compiuti sul terreno, saldare tra loro i diversi centri abitati arabi e impedire la continuità territoriale israeliana in un’area strategica. A conferma della natura politica dell’operazione, i cantieri abusivi esibiscono spesso l’emblema ufficiale dell’Unione Europea, quasi a voler rivendicare una fittizia immunità diplomatica di fronte alle ruspe della demolizione.
Disapplicando unilateralmente gli Accordi di Oslo, l’Europa si è autoproclamata autorità sovrana e legislatrice al posto dello Stato d’Israele, nel tentativo di ridisegnare i confini sul campo. Ma cosa succede quando una ONG locale decide di utilizzare gli strumenti del diritto per fermare questo abusivismo?
Nel prossimo articolo analizzeremo il clamoroso caso della ONG Regavim, sanzionata da Bruxelles per aver chiesto il rispetto delle regole nei tribunali.



