HomePoliticaCriminalizzazione selettiva e indulgenza istituzionale: due misure, una sola retorica

Criminalizzazione selettiva e indulgenza istituzionale: due misure, una sola retorica

Colpisce il contrasto, ormai impossibile da ignorare, tra la velocità con cui politica e media hanno aderito alla criminalizzazione pubblica di un singolo ragazzo ebreo e del suo contesto comunitario, e la sostanziale indifferenza con cui viene tollerato — quando non giustificato — un atteggiamento apertamente discriminatorio praticato dall’ANPI nelle celebrazioni del 25 aprile.

Nel primo caso, il fatto penale — minimo, circoscritto, ancora tutto da qualificare — viene immediatamente trasformato in colpa identitaria. Nome e cognome circolano senza cautele; l’etichetta di “criminale” precede qualunque accertamento; la comunità di appartenenza diventa sfondo esplicativo. Qui la presunzione di non colpevolezza, pur costituzionalmente garantita, viene sospesa senza imbarazzo. È il meccanismo classico della delegittimazione verticale: dall’individuo al gruppo, dal fatto alla narrazione.

Nel secondo caso accade l’opposto. L’ANPI — associazione privata ma istituzionalmente finanziata — impone condizioni politiche e simboliche selettive alla manifestazione della Festa della Liberazione:
bandiere ucraine allontanate, simboli americani e israeliani rimproverati, rappresentanti della memoria della Brigata ebraica esclusi dai cortei. Il tutto in silenzio, o quasi. Nessuna indignazione istituzionale, nessuna richiesta di chiarimenti, nessuna presa di distanza netta.

Eppure parliamo di una festa nazionale della Repubblica, non di un evento associativo interno. Una ricorrenza che celebra la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista — liberazione avvenuta anche e soprattutto per opera dell’esercito alleato, inclusi Stati Uniti, Regno Unito e Brigata ebraica. La rimozione di questi elementi non è una semplice “scelta di linea”: è una alterazione ideologica della memoria storica.

Il dato politicamente rilevante sta proprio qui: la risposta pubblica è invertita.
Dove l’offesa è individuale e simbolicamente fragile, la reazione è immediata e punitiva.
Dove l’offesa è collettiva e istituzionalmente protetta, prevalgono la cautela, l’omissione, la minimizzazione.

Questo doppio standard non è casuale. È il prodotto di una asimmetria di legittimazione.

L’ANPI, infatti, non è un soggetto qualunque. È un ente del Terzo Settore che riceve finanziamenti pubblici regolari e consistenti — dal Ministero della Difesa, dal 5×1000 gestito dal Ministero del Lavoro, da enti regionali — per attività dichiaratamente legate alla memoria nazionale e alla celebrazione del 25 aprile. I fondi non impongono neutralità politica formale, è vero. Ma generano autorevolezza pubblica, e con essa una pretesa di rappresentanza che va ben oltre il perimetro associativo.

Qui nasce il paradosso:
le risorse di tutti rafforzano un soggetto privato che utilizza quella legittimazione per escludere simboli, storie e presenze pienamente compatibili con la Repubblica democratica. Non è un illecito penale. È qualcosa di più sottile e più grave: una appropriazione selettiva dello spazio pubblico, resa possibile dall’inerzia politica.

Ed è in questa cornice che la criminalizzazione del ragazzo ebreo acquista il suo significato più ampio. Non è solo accanimento mediatico. È lo stesso schema: colpire chi non è protetto da una rendita simbolica, mentre si assolve chi esercita un potere culturale riconosciuto.

Una via d’uscita non ideologica

Se si vuole sottrarre il 25 aprile — e più in generale lo spazio pubblico — a questa ipocrisia permanente, le soluzioni esistono. Sono tutte istituzionali, verificabili, non punitive.

  1. Separazione netta tra eventi associativi e celebrazioni ufficiali
    Le associazioni possono organizzare le proprie manifestazioni politiche con i propri simboli.
    Le celebrazioni ufficiali della Festa della Liberazione devono restare pluralistiche per impostazione, sotto l’egida delle istituzioni repubblicane.
  2. Commissioni plurali per l’allocazione dei fondi pubblici sulla memoria
    I contributi destinati alla memoria del 25 aprile dovrebbero essere valutati da organi che includano più soggetti rappresentativi: associazioni combattentistiche, comunità storicamente coinvolte, istituti di ricerca, non un solo interlocutore egemonico.
  3. Criteri espliciti di coerenza con la storia repubblicana
    Nessuna censura politica, ma un principio minimo:
    non possono essere finanziate iniziative che escludano o delegittimino soggetti storicamente e militarmente fondativi della Liberazione.

Nulla di tutto questo limita la libertà di manifestare o di associarsi. Al contrario: restituisce equilibrio.

Perché una Repubblica che reagisce con durezza sproporzionata contro individui isolati, ma tace di fronte a pratiche discriminatorie esercitate in nome dell’antifascismo ufficiale, non sta difendendo la memoria. Sta semplicemente scegliendo chi può permettersi di usarla come arma e chi no.

C’è un punto, però, che non può più essere eluso.
Io tutto questo lo pago. Con le tasse che verso finanzio un servizio pubblico che, troppo spesso, tratta Israele come una colpa e l’ebraismo come un sospetto permanente. Contribuisco a tenere in vita un sistema editoriale che predica pluralismo ma pratica caricature, omissioni e doppi standard quando si parla di ebrei. Sostengo economicamente associazioni che, con risorse pubbliche, escludono simboli e presenze fondative della Repubblica nel nome di una memoria selettiva. Pago lo stipendio a politici che sui social si sentono autorizzati a scrivere “criminale” prima ancora che parli un tribunale.

Il punto non è il dissenso. Il dissenso è legittimo.
Il punto è la protezione sistemica: la protezione di sacche elettorali, di rendite simboliche, di egemonie culturali che possono permettersi ciò che ad altri è vietato. Da una parte la repressione morale immediata, dall’altra l’assoluzione preventiva. Da una parte la gogna, dall’altra l’indulgenza. Sempre con i soldi di chi paga e non conta.

Questa asimmetria deve finire.
Non per punire qualcuno, ma per ripristinare una regola minima di democrazia: le risorse pubbliche non possono essere usate per delegittimare, escludere o diffamare selettivamente, né individui né comunità. Se una Repubblica chiede le tasse a tutti, deve rispetto, misura e pluralismo a tutti.

Il resto non è antifascismo. È solo potere che si traveste da virtù.

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