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Il 25 aprile come specchio della crisi italiana ed europea

Il tradimento e la falsificazione della storia, la mancanza di rispetto, conoscenza e comprensione per la storia altrui che non trova argini

Il 25 aprile non è più soltanto la festa che ricorda la fine del fascismo. È diventato il luogo in cui Italia ed Europa scoprono la propria fragilità. Nelle piazze italiane, quest’anno, non si è celebrata soltanto la memoria del 1945: si è messo in scena il disorientamento di una nazione e di un continente che non sanno più come leggere la guerra, la pace, la libertà.

Le contestazioni alla Brigata Ebraica, le tensioni intorno alle bandiere ucraine, le ambiguità verso chi porta insieme i simboli di conflitti diversi non sono episodi isolati. Sono segnali di una trasformazione più profonda: la memoria antifascista, che per decenni ha funzionato come grammatica civile condivisa, oggi si incrina sotto il peso di un presente che non offre più coordinate stabili.

L’Europa vive una crisi di identità e di analisi politica che non nasce nelle piazze, ma lì diventa visibile. La guerra in Ucraina ha rimesso al centro categorie che sembravano archiviate: aggressione, difesa, resistenza. Dovrebbe aver messo in discussione l’effettivo superamento dello zarismo, del soviet, invece ha aperto la stura a nuove tifoserie. Il conflitto in Medio Oriente ha riaperto fratture culturali e morali che attraversano le società europee, che non ha imparato nulla dalla sua storia e brancola nel buio del legalismo fraudolento dell’ONU. L’antisemitismo, portato in Europa prima dal cristianesimo, poi mutuato da zarismo, nazismo, comunismo e ora sommatosi all’islamismo religioso e politico, ha rialzato la testa, rivelando che la malattia collettiva schizoparanoide è ancora lì, intatta.

La parola “pace” è tornata a dividere invece che unire. La neutralità è diventata un rifugio, la complessità un sospetto.

Il 25 aprile, così, non parla più soltanto dell’Italia. Parla dell’Europa che fatica a riconoscersi nei propri valori fondativi e nella propria storia, che sembra non averle insegnato niente tranne la paura di guardarsi dentro.

Parla di un continente che ha costruito la propria identità sulla promessa “mai più guerra” e che oggi deve fare i conti con un mondo in cui la guerra è tornata a essere un linguaggio della politica internazionale. Parla di una memoria che rischia di diventare rituale, perché non riesce più a orientare il presente.

Per questo il 25 aprile del 2026 è un test. Non della fedeltà alla storia, ma della capacità di un continente di guardarsi allo specchio. Di capire se la propria idea di libertà, di pace, di responsabilità internazionale è ancora viva o se è diventata un insieme di formule svuotate, rappresentate da figurine gradevoli ma insulse. Di riconoscere che la crisi dell’antifascismo non è un problema di passato, ma di futuro.

Partiamo da qui: da un 25 aprile che non ci rassicura più, perché ci costringe a vedere ciò che l’Italia, l’Europa non vogliono ammettere: che la crisi non è solo geopolitica. È culturale, morale, identitaria. E che la memoria, per essere ancora uno strumento di libertà, deve tornare a essere una scelta, non un rito.

Il 25 aprile che non riconosciamo più

C’è un momento, ogni anno, in cui l’Italia si guarda allo specchio.
È il 25 aprile: la festa che dovrebbe ricordare la Liberazione, la fine del nazifascismo, la scelta — dolorosa, imperfetta, ma netta — di stare dalla parte della democrazia. Ma: è stata una scelta?
Negli ultimi anni, quel riflesso si è incrinato.
La piazza che un tempo era il luogo della memoria condivisa è diventata un campo di battaglia simbolico, dove il passato viene riscritto alla luce delle fratture del presente.

A Milano, la Brigata Ebraica — parte integrante della storia della Resistenza — è stata contestata ed espulsa.
Non per ciò che fece nel 1945, ma per ciò che accade oggi in Medio Oriente.
La memoria della Liberazione viene filtrata attraverso la geopolitica del presente, come se la storia potesse essere giudicata retroattivamente, come se il 1945 dovesse rispondere al 2026.

A Bologna, Tino Ferrari, professore universitario in pensione e attivista di Italia Viva, un ottantenne che voleva partecipare al corteo una bandiera europea e ucraina, è stato allontanato da un esagitato in giubbotto arancione, coadiuvato da ragazzetti diseducati da scuola e famiglia. Non perché la sua presenza fosse pericolosa, ma perché quel simbolo — la bandiera di un Paese aggredito che ambisce a diventare europeo e per questo è stato aggredito dalla Russia neo-imperiale guidata dal paZZo Putin  — viene percepito come “divisivo”.
La difesa di un popolo sotto attacco perché vuole essere libero di autodeterminarsi diventa una provocazione.
E’ stato consentito a gente che non ha idea di cosa sia la libertà e la democrazia di monopolizzare il servizio d’ordine di una manifestazione che celebra laLiberazione.

A Roma, un gruppo che portava insieme la bandiera palestinese e quella ucraina è stato respinto: la bandiera della “Palestina” (uno Stato che non esiste di un popolo inventato dall’Unione Sovietica per infamare Israele che aveva deciso di orbitare nell’area americana e non in quella sovietica, la  cui causa è ormai diventata simbolo dell’antigiudaismo globale che chiede l’annientamento di uno Stato che esiste, l’unico Stato dei Giudei, per dare terre ebraiche a degli invasori ostili, spacciati per povere vittime dal “materialismo dialettico” terzomondista da quattro soldi dei sodali del nazislamismo iraniano) non basta a far accettare la bandiera ucraina.
Come se la piazza non potesse contenere più di una sofferenza alla volta, come se la complessità fosse diventata un lusso per i bimbiminkia zombizzati da tik tok e dai loro cattivi maestri, che nessuno mette alla sbarra, davanti alle loro responsabilità.

In tutti questi episodi, ciò che colpisce non è la cronaca in sé, ma la logica che li attraversa. Una logica che abbiamo già visto altrove:
la logica del pacifismo selettivo, del pacifismo di neutralizzazione, del pacifismo che non distingue più tra chi attacca e chi si difende.
Un pacifismo che non nasce dalla nonviolenza, ma dalla paura del conflitto; che non nasce dalla memoria, ma dalla saturazione informativa; che non nasce dalla giustizia, ma dall’ansia di non prendere posizione, nell’assoluta ignoranza, che è sempre assolta in partenza.

È il pacifismo che chiede “pace subito” solo quando la pace congela i vantaggi dell’aggressore.
È il pacifismo che trasforma la difesa in “escalation” e l’aggressione in reazione (perché non la racconta mai prima, la racconta solo dopo).
È il pacifismo che, senza volerlo, finisce per assorbire le narrative di potenze che contestano l’ordine liberale: la Russia che parla di “mondo multipolare”, l’Iran che parla di “resistenza”, i movimenti che parlano di “Occidente decadente”, la Cina come socio occulto che fa comodo resti tale, impunito.

E così il 25 aprile — la festa che dovrebbe ricordare la scelta di campo più netta della nostra storia — diventa il luogo dove le scelte vengono sospese, dove la memoria si dissolve nella geopolitica, dove la parola “pace” viene usata per zittire, escludere, neutralizzare.

Non è un caso isolato.
È il sintomo di qualcosa di più profondo:
la difficoltà di un Paese — e di un continente — di riconoscere che la pace non è un’assenza di conflitto, ma una responsabilità;
che la memoria non è un museo, ma un criterio; che la libertà non è un dato, ma una scelta. O almeno, avrebbe dovuto essere. Ma forse, la stria della Resistenza e dell’antifascismo italiano sono tutta una fiction.

Il 25 aprile che non riconosciamo più non è un tradimento della Storia: è il segno che la Storia, lungi dall’essere stata metabolizzata, è tornata a bussare alla porta. E ci chiede, ancora una volta, di decidere da che parte stare.

Il 25 aprile è lo specchio della crisi dell’antifascismo.

C’è un paradosso che attraversa l’Italia contemporanea: più il 25 aprile si avvicina, più sembra allontanarsi il significato originario dell’antifascismo.
La festa che dovrebbe unire diventa ogni anno un luogo di frattura, di esclusione, di conflitto simbolico.
Non perché la memoria sia scomparsa, ma perché non esiste più un terreno comune su cui quella memoria possa poggiare. Il 25 aprile era nato come rito civile condiviso: un giorno in cui la società italiana riconosceva, almeno per un momento, che la libertà non è un dono ma una conquista, e che quella conquista era stata possibile grazie alla scelta — dolorosa, rischiosa, ma netta — di opporsi a un regime totalitario. Oggi quella chiarezza non c’è più.
Non perché il passato sia cambiato, ma perché il presente ha smesso di riconoscersi in quel passato. L’antifascismo non è più un linguaggio comune. Per decenni, l’antifascismo è stato un codice condiviso: non un’ideologia, ma un fondamento.
Un modo per dire: “ci sono limiti che non si superano”, “ci sono valori che non si negoziano”, “ci sono aggressioni che non si giustificano”. Oggi quel codice si è frantumato.

La parola “antifascismo” è diventata, per alcuni, un’identità politica; per altri, un’etichetta da rifiutare; per altri ancora, un contenitore da riempire con conflitti contemporanei.

Il risultato è che non esiste più un antifascismo condiviso, ma una pluralità di antifascismi che spesso si contraddicono.

La geopolitica ha invaso la memoria

Genealogia del pacifismo selettivo e del multipolarismo

Il pacifismo selettivo e il multipolarismo non nascono oggi: sono il risultato di una lunga sedimentazione di culture politiche, traumi storici e narrazioni ideologiche che, dagli anni Settanta a oggi, hanno progressivamente ridefinito il rapporto tra guerra, pace e responsabilità internazionale in Europa.

1. Le origini: il post‑Vietnam e la crisi della sovranità occidentale

Negli anni Settanta, il pacifismo europeo si forma dentro un contesto segnato dalla guerra del Vietnam, dai movimenti anticoloniali e dalla critica alla NATO come strumento della Guerra Fredda. In questo clima, la pace viene letta soprattutto come opposizione all’interventismo occidentale. È qui che si radica la prima matrice del pacifismo selettivo: la tendenza a interpretare i conflitti attraverso una griglia binaria — potenze occidentali da un lato, “popoli oppressi” dall’altro — che riduce la complessità geopolitica a un paradigma morale.

2. Gli anni Ottanta: neutralismo, anti‑nuclearismo e la nascita di un immaginario

Il movimento anti‑nucleare europeo rafforza un’idea di pace come rifiuto della logica dei blocchi. Ma mentre la critica ai missili NATO diventa di massa, quella ai sistemi sovietici resta minoritaria. Si consolida così un secondo elemento della genealogia: la pace come opposizione a un solo polo di potere, guarda caso quello democratico. È un pacifismo che non si definisce tanto per ciò che sostiene, quanto per ciò che rifiuta. Il mondo “progressista”, la sinistra internazionale, saluta l’avvento della teocrazia assassina di Khomeini.

3. Il dopo 1989: la fine dei blocchi e il vuoto interpretativo

La caduta del Muro disarticola le categorie tradizionali. Le guerre jugoslave mostrano che la violenza può emergere anche senza l’Occidente come attore principale. Ma una parte della cultura politica europea fatica a elaborare questa complessità: la pace resta un concetto morale, non strategico. È in questo vuoto che si inseriscono nuove narrazioni: quelle che leggono l’intervento internazionale come sempre sospetto, la sovranità come valore assoluto, la neutralità come virtù.

4. Gli anni Duemila: l’anti‑globalismo e la svolta multipolare

Con la guerra in Iraq e la crisi della globalizzazione, prende forma un nuovo immaginario geopolitico: quello multipolare. Non più pace contro guerra, ma “equilibrio tra potenze” contro “egemonia occidentale”. In questo quadro, la pace diventa spesso sinonimo di contenimento dell’Occidente, mentre le azioni di potenze non occidentali vengono lette come reazioni legittime. È la matrice teorica che, negli anni successivi, alimenterà molte narrazioni contemporanee.

5. Il decennio 2010–2020: l’ibridazione rossobruna

La crisi economica, l’erosione della fiducia nelle istituzioni europee e la diffusione di media alternativi favoriscono l’incontro tra culture politiche un tempo inconciliabili: ex‑campisti di sinistra, sovranisti di destra, neutralisti, anti‑globalisti. Il multipolarismo diventa un linguaggio comune: un modo per interpretare il mondo come conflitto tra “civiltà” e non più tra sistemi politici. In questo contesto, il pacifismo selettivo si trasforma in un dispositivo retorico: non un rifiuto della guerra, ma un rifiuto di alcune guerre.

6. Dal 2022 a oggi: Ucraina, Medio Oriente e la crisi della memoria europea

L’invasione dell’Ucraina e il conflitto israelo‑iraniano accelerano la metamorfosi. Il pacifismo selettivo si manifesta come:

  • neutralità asimmetrica, che chiede la pace solo quando a combattere è un Paese democratico;
  • relativismo morale, che equipara aggressore e aggredito;
  • uso strumentale della memoria, che trasforma il “mai più guerra” in un “mai più guerra se riguarda noi”.

Parallelamente, il multipolarismo diventa una chiave di lettura che giustifica l’azione di potenze revisioniste come parte di un “riequilibrio globale”. La pace non è più un valore universale, ma un argomento geopolitico.

7. La genealogia come diagnosi

La genealogia del pacifismo selettivo e del multipolarismo mostra che non si tratta di fenomeni improvvisi, ma di una lunga traiettoria culturale che ha progressivamente spostato il baricentro del discorso pubblico: dalla difesa dei valori democratici alla difesa della neutralità; dalla condanna dell’aggressione alla critica dell’intervento; dalla memoria come fondamento civile alla memoria come campo di battaglia.

La galassia rossobruna e l’uso politico del pacifismo

Nella galassia rossobruna, il pacifismo non è un principio ma un dispositivo politico. Le sue componenti — ex‑ambienti della destra radicale, settori della sinistra anti‑liberale, aree sovraniste e gruppi anti‑globalisti — convergono su un’idea di pace che funziona soprattutto come strumento di delegittimazione dell’Occidente. In questo quadro, il pacifismo diventa selettivo: si attiva contro gli interventi o le posizioni dei Paesi europei e nordamericani, mentre tende a minimizzare o reinterpretare le azioni di potenze non occidentali. La guerra non è letta in termini di aggressione e difesa, ma come espressione di un presunto “riequilibrio multipolare” che ridistribuisce potere e influenza nel sistema internazionale. Così, la retorica della pace si intreccia con quella della sovranità assoluta, della neutralità come virtù e della critica alle istituzioni multilaterali quando condannano attori non occidentali. Il risultato è un pacifismo che non rifiuta la guerra in quanto tale, ma rifiuta alcune guerre e ne giustifica altre, trasformando la pace in un linguaggio identitario e geopolitico più che in un valore universale. Se il “polo” russo ex sovietico decide di riprendersi con la guerra le nazioni che sono riuscite a liberarsi dalla morsa schiavizzante e sfruttatrice sovietica, bisogna lasciarla fare: bisogna predicare la “pace della resa” al paese aggredito. E giù con la solfa: in guerra vacci tu, mandaci i tuoi figli, la guerra costa, ecc. Vigliaccheria prezzolata spacciata per virtù.

La galassia rossobruna italiana e l’uso politico del pacifismo

Nella galassia rossobruna italiana, il pacifismo assume la forma di un linguaggio politico funzionale a ridefinire identità e alleanze più che a proporre una visione coerente della pace. In questo ecosistema — che intreccia eredità della destra radicale, frammenti della sinistra anti‑liberale, sovranismi post‑crisi e circuiti mediatici alternativi — la “pace” diventa un dispositivo retorico capace di unificare mondi altrimenti incompatibili. Il pacifismo viene mobilitato soprattutto per criticare l’azione internazionale dell’Europa e degli Stati Uniti, mentre i comportamenti di potenze non occidentali vengono spesso reinterpretati come reazioni legittime a un ordine globale percepito come sbilanciato. In questo quadro, la neutralità italiana viene presentata come scelta di saggezza nazionale, la resistenza ucraina come un conflitto “altrui” e le tensioni in Medio Oriente come prova della crisi dell’Occidente più che come dinamiche autonome. Il risultato è un pacifismo selettivo che non rifiuta la guerra in sé, ma rifiuta alcune guerre e ne assolve altre, trasformando la pace in un codice identitario e geopolitico che permette alla galassia rossobruna di costruire un fronte comune contro ciò che viene percepito come l’egemonia culturale e strategica occidentale.

Essendosi rifugiata nel pacifismo, l’Italia non può combattere il rossobrunismo

l’Italia attuale ha deciso di leggere l’articolo 11 della Costituzione in modo parziale (solo le parole che fanno comodo) e “ripudia della guerra” come alibi, non come etica, trasformando l’articolo 11 da un principio morale a una scorciatoia retorica. Un modo per evitare ogni responsabilità internazionale dietro una formula nobile.
Il risultato è che l’Italia non assume mai una posizione chiara nei conflitti: non distingue aggressore e aggredito, non valuta la giustizia delle cause, non riconosce il diritto alla difesa di chi subisce violenza.
Il pacifismo assoluto diventa così una forma di deresponsabilizzazione.

E’ ora di chiedersi se l’Italia abbia scelto quel pacifismo e non lo abbia subito.
Se dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici hanno imposto un assetto costituzionale che limitasse drasticamente la capacità dell’Italia di esercitare forza militare o di rivendicare un ruolo autonomo, finendo per abbandonare l’Italia al limbo della perenne giustificazione di una non scelta, di un ruolo eternamente gregario.
Bisogna capire se l’Italia interpreta correttamente l’articolo 11, perché al momento, almeno a me, la litania de “l’Italia ripudia la guerra, punto” così caro alla sinistra del PD e ai 5stelle non appare un faro etico, ma una clausola di contenimento: un modo per mantenere l’Italia in una posizione subordinata, priva di voce autonoma nei conflitti globali, che fa tanto comodo a Putin.

Se un Paese rinuncia in partenza all’uso della forza “in qualunque circostanza”, allora rinuncia anche alla possibilità di sostenere veramente chi combatte per la propria sopravvivenza (Ucraina e Israele allo stesso modo, invece di fare distinguo antisemiti), opporsi a regimi oppressivi (invece di consentire alla Rai, pagata col canone obbligatoria, di mandare in onda la propaganda russa e quella iraniana), difendere popoli sotto aggressione (invece di tacere sui ragazzi iraniani impiccati, di far finta di non capire che Israele è stato aggredito dall’Iran su sette fronti da numerosi proxy e che il fallimento dell’UNIFL, che l’Italia seguita a incensare invece di vergognarsi, è una colpa, non un merito), assumere una postura coerente con i valori democratici, svenduti ai voti dei grillini e degli immigrati, blanditi senza essere stati edotti dei valori fondanti della società che li ospita.

Il pacifismo assoluto diventa così un vuoto morale: non permette di dire “questo è giusto” o “questo è sbagliato”, perché ogni conflitto viene appiattito nella categoria “la guerra è male”.

Secondo me, l’Italia – visto che tanto, avendo perso la Second Guerra Mondiale, più di tanto non conterà mai nello scacchiere internazionale – usa il pacifismo come strumento di convenienza politica per non scontentare nessuno, per non assumersi costi o rischi, per non prendere posizione contro potenze aggressive nel timore di contraccolpi economici, per non esporsi nelle alleanze perché “co’ franza o co’ spagna purché se magna” è il vero motto italiano.

È un pacifismo che non nasce da un’etica, ma da paura, calcolo e ambiguità.
Un pacifismo che cambia colore a seconda dell’interlocutore: duro con gli alleati occidentali, morbido con i regimi autoritari.

Secondo me, questo pacifismo non è un valore, ma una rinuncia alla dignità internazionale, alla responsabilità morale, alla solidarietà verso chi combatte per la libertà, rinuncia a una postura adulta nelle relazioni internazionali (noi siamo dei fantastici gregari di qualunque posizione ci deresponsabilizzi: ce lo chiede l’Europa, lo ha detto l’ONU, ecc.

Il ripudio della guerra, secondo me, non ha niente a che vedere con lo spirito della Costituzione oppure ne ha accettato la lettera dettata da chi ci vuole ai margini e impotenti e ci ha messo una maschera: un modo elegante per non fare nulla.

Insomma, per me il pacifismo italiano non è un principio, è un alibi. Non nasce da un’etica, ma dalla paura. È il retaggio di una sconfitta che ci ha tolto la possibilità di prendere posizione morale nei conflitti. È equilibrismo travestito da virtù, vigliaccheria spacciata per saggezza.

L’Italia continua a muoversi nello scenario internazionale con una postura che molti studiosi definiscono il prodotto di una cultura strategica anomala, segnata da un antimilitarismo radicato e spesso scollegato dalla realtà geopolitica. Paolo Rosa, in una delle analisi più sistematiche sul tema, mostra come le élite italiane abbiano interiorizzato un paradigma cooperativo e non coercitivo che sopravvive ben oltre il contesto del dopoguerra, trasformandosi in un riflesso identitario più che in una scelta politica. È un tratto che la letteratura sulla strategic culture — da Jack Snyder ad Alastair Iain Johnston — considera decisivo nel determinare la capacità di un Paese di leggere il mondo e di agire al suo interno. Nel caso italiano, questo paradigma si traduce in un pacifismo strutturale che non nasce da un’elaborazione etica autonoma, ma da un’eredità storica che ha limitato per decenni la possibilità di assumere una postura adulta nei conflitti: distinguere aggressori e aggrediti, riconoscere la legittimità della forza quando necessaria, rivendicare una responsabilità morale nelle crisi internazionali. È qui che l’antimilitarismo smette di essere un valore e diventa un vincolo: un dispositivo culturale che impedisce all’Italia di esercitare pienamente la propria agency (ammesso che gliene importi qualcosa).

Questo è un punto che molti studiosi di relazioni internazionali considerano reale: l’Italia ha sviluppato una cultura strategica marcatamente anti‑militare, spesso scollegata dalla realtà geopolitica.

Ma se rifiuti la guerra in assoluto, rifiuti anche la possibilità di giudicare moralmente i conflitti degli altri. Il pacifismo assoluto può diventare indifferenza morale. Se non ammetti mai l’uso della forza, allora non puoi difendere chi subisce violenza.

Ciò che viene presentato come “superiorità morale” è in realtà una forma di autoassoluzione.
E che questa autoassoluzione serve a evitare responsabilità, costi, scelte difficili.

Questa è una critica che esiste anche in ambito accademico (De Vergottini, De Minico, Lo Calzo): l’Italia tende a usare il pacifismo come posizione di comodo, non come principio.

Un Paese che non può prendere posizione sulla giustizia dei conflitti altrui è un Paese che non può essere moralmente adulto. Lo vediamo ribadire ogni giorno dei telegiornali della Tv di Stato, la cui linea è mentire perché ogni conflitto appaia sbagliato, immorale, ingiusto, condannabile, cattivo. Per poi passare alle immagini del Papa che prega. Il pacifismo ideologico, come ogni ideologia, deforma il principio a cui si ispira e, da utopia, lo trasforma in controutopia.

Conclusione — Italia ed Europa davanti allo specchio

Viviamo in un mondo di utopie fallite: l’ONU, L’Europa che oggi si trova davanti a uno specchio che non può più evitare, l’Italia che ha ripudiato la Prima Repubblica per fermare la corruzione ed è diventata un pantano esposto alle influenze straniere più turpi. Le fratture emerse il 25 aprile — tra memorie che non coincidono, pacifismi che non parlano la stessa lingua, identità che si sovrappongono e si contraddicono — non sono anomalie italiane, ma sintomi di una crisi più ampia. La guerra in Ucraina, il conflitto israelo‑iraniano, la pressione di un ordine internazionale sempre più competitivo hanno riportato al centro categorie che il continente pensava di aver archiviato: responsabilità, sicurezza, scelta. E hanno mostrato quanto la promessa “mai più guerra” sia fragile quando non è sostenuta da una visione condivisa del presente.

Davanti allo specchio, l’Europa vede un continente che ha costruito la propria identità sulla memoria del Novecento, ma che fatica a tradurla in orientamento politico nel XXI secolo. Vede società attraversate da narrazioni che relativizzano l’aggressione, che confondono neutralità e disimpegno, che trasformano la pace in un campo di battaglia simbolico. Vede un patrimonio di valori che non basta più a garantire coesione se non viene continuamente rinnovato, discusso, difeso.

La domanda, allora, non è se l’Europa saprà ritrovare l’unità del passato, ma se saprà costruire un nuovo modo di stare nel mondo senza rinunciare a ciò che l’ha definita. Teoricamente, l’Europa dovrebbe identificarsi nella lotta di sopravvivenza di Israele (che ha accolto i sopravvissuti alla Shoah attuata dall’Europa), invece pensa a lisciare il pelo alla teocrazia terrorista assassina del proprio e degli altri popoli. L’Europa ama raccontarsi come il continente che ha imparato la lezione della storia. Ma basta guardare la sua postura internazionale per capire che quella lezione è rimasta incompiuta. È qui che si apre il paradosso: il continente che ha generato la Shoah, che ha sterminato i propri cittadini ebrei nel cuore delle sue città, oggi fatica a riconoscere la natura di chi invoca apertamente la cancellazione di Israele.

La memoria, celebrata nei discorsi ufficiali, non diventa criterio d’azione. L’Europa si rifugia in un linguaggio di equidistanza, di “de-escalation”, di diplomazia rituale, mentre l’Iran — un regime che nelle sue dichiarazioni ufficiali ha più volte evocato la fine dello Stato ebraico — viene trattato come un interlocutore da non irritare, un attore da “gestire”, non da contrastare.

È questa la contraddizione che pesa: un continente che ha fatto della memoria la propria identità morale, ma che esita quando quella memoria dovrebbe tradursi in lucidità politica. L’Europa non è responsabile di ciò che accade in Medio Oriente, ma è responsabile della propria coerenza. E oggi quella coerenza vacilla. Perché non basta commemorare la storia: bisogna riconoscere quando la storia bussa di nuovo alla porta.

E allora, cosa resta del 25 aprile?

Resta ciò che è sempre stato: un promemoria. Un avvertimento. Una domanda: che ti ha insegnato, la Storia? Ti sei preso il disturbo di studiarla, o preferisci le balle che ti raccontano gli altri?

Perché il 25 aprile non ci chiede di celebrare il passato.
Ci chiede di capire il presente.
Ci chiede di riconoscere che la libertà non è un monumento, ma un processo.
Che la pace non è un dono, ma una responsabilità.
Che l’antifascismo non è un’etichetta, ma una scelta quotidiana, una disciplina democratica.

E soprattutto ci chiede di capire che l’Europa e l’Italia non possono più permettersi di essere spettatrici “auspicanti” che i conflitti li sistemino gli altri.
Non possono più credere che la storia sia finita con le Assemblee Generali dell’ONJU presiedute da Antonio Guterres, in cui il voto del Burkina Faso vale quanto quello degli USA.
Non possono più pensare che la memoria (quale?) basti a proteggerle.

Il 25 aprile che non riconosciamo più è, in realtà, il 25 aprile che ci ricorda chi siamo, in rapporto a chi eravamo.
E chi potremmo tornare ad essere, se smettessimo di scegliere.

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